Type O Negative – World Coming Down (1999)

Ci sono periodi nella mia vita in cui, per un motivo o per l’altro, vengo assalito da ondate di depressione esistenziale. Momenti in cui sento tutto il peso di questa terra sulle spalle ed è difficile guardare l’esterno con lo sguardo limpido e l’occhio sereno.
Non dico che sono ad un passo dall’appendermi al soffitto, nonostante tutto mi piace ancora questa vita, ma sicuramente è difficile sorridere e ci vuole una forza incredibile per uscire di casa e affrontare un lavoro o le persone in maniera funzionale e proficua. Soprattutto se fate un lavoro come il mio dove, senza se e senza ma, il sorridere e il rapportarsi agli altri è una caratteristica fondamentale.

Questi sono i giorni in cui sento la necessità fisica del metal, una delle poche valvole di sfogo che non mi portino a compiere atti irreperabili. Il metal e una pinta di birra (citazione che mi sento di fare, ma che lascio anonima).
E il metal deve adattarsi a questo mood, a questa sensazione di opprimente down. Deve cavalare questo sentimento e deve parlarmi in quella lingua. Non riesco ad apprezzare un pezzo happy (ad esempio un brano power metal, se mai ascoltassi questo genere), devo torturarmi all’infinito, addentrarmi in sonorità plumbee per arrivare al momento catartico che mi farà inevitabilmente risalire verso la luce. Perchè è così, scrivere e il metal sono due forme catartiche e, quindi, questa recensione è quanto più vicina ad una seduta psicoterapica di quanto voi possiate solo immaginare.

World Coming Down è una ventata di pessimismo e rassegnazione. Quindi perfetto per affrontare tale compito ingrato. Deve descrivere l’oscurità e lo fa bene, tanto che le sonorità iper-leccate di October Rust spariscono e ne esce un sound più organico e naturale. Dove nei precedenti dischi c’era della sbruffoneria (My Girlfriend’s Girlfriend), in questi solchi è il filtro acuto dell’ironia a smussare un po’ il colpo inflitto da una tristezza e rassegnazione palpabile. L’intelligenza compositiva di Pete Steele è innegabile, tanto che brani che potrebbero incartarsi e finire in innaturali lagne monotone, ne escono comunque bene e con soluzioni melodiche perfette. La melodia è un elemento fondamentale nel sound dei ToN, molto più dei riff o della pesantezza. Perchè è su quella vena che si muovono agili dei brani che, di media, superano i 6 minuti di durata.
Non capitemi male, sotto tutto il lavoro di tastiere, synth etc di Silver (che si occupa anche della drum-machine), c’è comunque un comparto musicale serrato e debitore della lezione sabbathiana. Le chitarre sono immerse in un fuzz perenne, zanzarose ma ficcanti, mentre le lenti progressioni musicali della sezione ritmica creano quel mood doom-gothic che i ToN sono capaci di maneggiare ad occhi chiusi.
Non considerando la classica traccia iniziale farlocca (Skip It) e i tre brevi intermezzi strumentali (che indicano altrettante modalità di morte e saluti a this mortal coil), il CD conta 74 minuti di musica. Capite voi che tenere alta l’attenzione su un minutaggio consistente è operazione rischiosa e non riesce sempre. La questione, principalmente, è il progressivo diradarsi delle idee, specialmente intorno alla metà scaletta o verso la seconda parte. In quei punti c’è sempre la possibilità di trovarsi il filler o la traccia loffia che ti fa rodere il culo perchè eri di fronte ad un disco che poteva essere una vera rivelazione. World Coming Down non è sicuramente così, visto che la title-track è messa a metà scaletta e poi c’è il crescendo (compresa Pyretta Blaze, traccia che mi intriga molto per la linea vocale e melodica) fino ad approdare al medley Beatles-iano Day Tripper
Dentro tutto questo c’è Pete Steele che viene a capo dei suoi demoni, che poi diventano i tuoi demoni e, quando il conto arriva a 74 minuti e lui ha vinto, allora hai vinto anche te. Per osmosi, oserei dire.
Perché è in queste tracce, in cui Pete combatte con la morte, che tu risali piano piano verso quella forma di socialità che ti permette di andare avanti e, per un po’ di tempo, non ti fa sentire quel peso sulle spalle e quella nube scura all’angolo dell’occhio.
[Zeus]