R.U.S.T.X – Center of the Universe (2019)

Certe immagini, per quanto ormai diventate cliché, possono dare immediatamente un’idea chiara di ciò che si vuole esprimere. Un’auto decappottabile lanciata a tutta velocità su una lunga strada che si perde oltre l’orizzonte e che attraversa lande arse dal sole. Quale potrebbe essere la musica sputata fuori dall’autoradio? Le risposte possono essere tante, e il nuovo disco dei R.U.S.T.X potrebbe fare al caso vostro.

Terzo album dei tre fratelli, più una sorella, Xanthou, questo Center of the Universe è un concentrato di pura energia. Il genere proposto prende spunto dalla musica anni ’70 e ’80, con chitarre rocciose e tappeti di tastiere, in cui abbondano le incursioni nel classico heavy metal e nell’hard rock più sfrenato. Non mancano lunghi soli di chitarra ed una certa dose di melodia, soprattutto nelle linee vocali e nei cori in cui spesso si armonizzano le ugole di tutti i componenti.

L’album parte con tre pezzi veloci e ritmati sparati uno in fila all’altro, Defendre Le Rock, Running Man e Black Heart, giusto per non far calare l’attenzione e per dimostrare quanto la band sappia viaggiare. Si passa poi a pezzi un po’ più lenti ed introspettivi, ed è forse qui che l’album inizia ad avere qualche calo. Se la quarta traccia, I Stand to Live riesce comunque ad essere interessante, la successiva Endless Skies stucca e stufa un po’, nonostante la bella performance della singer.

La title track che apre la seconda metà dell’album riporta alla mente le suite dei Savatage, con le sue stratificazioni vocali, le orchestrazioni, gli stacchi di pianoforte, i cambi di umore e i nove minuti abbondanti di durata. Per chi, come me, apprezza la band di riferimento, uno dei momenti più intensi del disco. Da qui in poi l’album si avvia verso la conclusione senza particolari guizzi, con pezzi che, per quanto ben eseguiti, non hanno l’impatto dei brani in apertura.
Diciamo che la band ha dato il suo meglio nella prima parte del CD.

Chiude l’ascolto una buona cover di Band on the Run di Sir Paul McCartney che, sinceramente, ho trovato un po’ troppo slegata dal resto, oserei dire fuori contesto.

Niente di nuovo sotto il sole, per rimanere in tema, anche perché il revival di certe sonorità orientate ai seventies non è certo cosa degli ultimi giorni, ma io mi sono divertito davvero ad ascoltare questo CD. Dieci tracce energiche, ben suonate e nelle quali tutti e quattro i componenti passano dietro al microfono, chi più chi meno, conferendo una certa varietà al lavoro nel suo complesso. Una band sicuramente interessante e capace, consapevole del proprio potenziale. Se non siete di quelli che si soddisfano solo con il metal estremo, un’ascoltata gliela darei.
L’album è in uscita il 15 di novembre tramite Pitch Black Records e Metalmessage.
[Lenny Verga]

“Are you inspired by the devil?”: Triumphator – Wings of Antichrist (1999)

Non è la prima volta che i Triumphator appaiono su queste pagine (la recensione è già stata fatta un po’ di tempo fa), ma visto che ho voglia di scrivere, e si festeggiano i 20 anni del disco, ve la rileggete nuova di zecca.
Dopo aver fatto uscire un primo demo (The Triumph Of Satan) e un EP (The Ultimate Sacrifice), gli svedesi fanno uscire il loro primo, e unico, LP nel 1999. Un progetto tirato insieme alla buona e tanto per invocare Satana a tempo perso a quanto sembra, visto che non ci sono segnali di vita della band proprio da questo Wings Of Antichrist.
Sta di fatto che il disco è una sorta di “palestra” per i Marduk futuri (Arioch/Mortuus si occupa delle chitarre e delle vocals e Morgan delle lyrics in Heralds Of Pestilence) e fa incrociare le strade del mainman dei Funeral Mist con Fredrik Andersson (nei Marduk fino al 2001). Alberi genealogici a parte, questo collettivo black metal rilascia un disco di buona fattura, con alcuni ottimi pezzi (Infernal Divinity, Heralds Of Pestilence per nominarne alcuni) e altri che continuano sulla scia di un black metal svedese ruvido e ultras del buon Satanasso.
Da un progetto come questo non ci si può aspettare la variegata qualità dei Funeral Mist o l’implacabile martellamento sonoro dei Marduk stessi di Panzer Division. I Triumphator piacciono perchè sono diretti, senza fronzoli e, ironicamente, non saranno mai un gruppo top proprio perchè sono “straigth-in-your-face”: un controsenso forse, ma il loro punto di forza è esattamente anche il loro “limite” maggiore.
Ma sono discorsi senza senso.
I Triumphator erano solo un gruppetto nato mentre Arioch cazzeggiava nell’attesa di registrare l’ottimo Salvation con i suoi Funeral Mist e i due Marduk avevano appena fatto uscire uno dei più influenti dischi black metal di genere (Panzer Division Marduk); Wings Of Antichrist quindi è l’ennesimo progetto estremo nato e morto nel giro di una registrazione (fatta da Peter Tagtgren – visto che aveva due minuti liberi, perchè non usarlo?). Ci sta e deve essere valutato per questo: si tengono da conto i pezzi buoni e il resto si ascolta qualche volta durante l’anno.
[Zeus]

La mia funghi e salame piccante: Dream Theater – Metropolis pt.2: Scenes From A Memory (1999)

Come la maggior parte delle persone, ho una pizza preferita. La mia è con salame piccante e funghi, meglio se porcini. Niente di esagerato o audace, ma cazzo quanto è buona. Preciso che sono uno a cui piace sperimentare cose nuove, assaggiare piatti mai provati. Una volta ho mangiato una pizza con mozzarella di bufala, stracciatella, porchetta di Ariccia, senape al miele e fichi caramellati. Mi è piaciuta un casino, una cosa indescrivibile.
Ma se entro in una pizzeria e non so cosa prendere, o non ho voglia di leggere il menù, o non vedo niente di nuovo che mi attiri, vado sempre sul sicuro con salame piccante e funghi.
Cosa ha a che fare tutto ciò con i Dream Theater? Per me Metropolis pt.2: Scenes From A Memory è l’equivalente della pizza salamino e funghi nella discografia della band. Non sarà l’album più raffinato, elaborato o  sperimentale della band, non è nemmeno il più famoso ma è quello che quando mi viene voglia di Dream Theater scelgo per primo.
E’ l’album di Petrucci &Co. che ho ascoltato sicuramente di più, è heavy quanto basta, ha passaggi esaltanti, non mi annoia mai. Devo ammettere che non sono un fan super sfegatato della band. Mi piacciono, e anche tanto, ma non possiedo l’intera discografia, o i vinili autografati, o la foto di Portnoy nudo e la bambola voodoo di Mangini. Non mi interessa nemmeno la diatriba La Brie sì/La Brie no e non mi sono mai preoccupato troppo dei cambi di line-up, mi “limito” ad ascoltarli e a godere di questo piacere.
Dopo vent’anni la mia opinione su Metropolis pt.2 non è cambiata, il disco è sempre presente nella mia playlist e l’interesse verso i Dream Theater non si è affievolito.
Non mi dilungo nella descrizione dei pezzi, perché non è lo scopo dell’articolo, o in considerazioni sulla tecnica, perché di questo si parla e straparla anche troppo.
Voglio soltanto dire che quando, dopo tanto tempo, la musica continua a
trasmetterti emozioni forti significa che la band ha fatto centro, indipendentemente da tutte le discussioni che ci possano essere.
Discussioni che, quando si parla dei Dream Theater, non mancano mai. A me non interessano, chiudo la bocca e apro le orecchie.

[Lenny Verga]

La nuova vita di Nergal. Behemoth – Satanica (1999)

Ditemi voi come fate a rimproverare a Nergal il suo cambio di rotta dal black degli esordi all’attuale blackned death. Perché se Pandemonic Incantation del 1998 era ancora un ibrido fra quello che erano e quello che sarebbero diventati, Satanica è, sempre più, la nuova incarnazione della band. 
Questa evoluzione era telefonata, come lo sfogo della tua ragazza dopo un paio di volte che chiedi “cosa succede?” e con la conseguente risposta “niente”. Avere Inferno dietro al drum-kit e non sfruttarlo adeguatamente è una bestialità paragonabile ad avere Roberto Baggio in squadra e metterlo in porta. Non è una cosa fattibile e non è utile a nessuno sfruttare poco (o male) i membri del gruppo: a volte ci riescono gli Hypocrisy che fanno eseguire a Horgh solo pezzi in mid-tempo, ma questo è un discorso legato alla volontà di Peter di fare quel cazzo che vuole con la sua band. 
Nergal non è scemo e capisce che ha con sé un fuoriclasse e non si sogna per niente di far delle cazzate, lui vuole un certo sound e Inferno glielo procura senza problemi: classica situazione win – win. Che poi questo significa tirar via sperimentazione, cambi di tempo e tutto il resto è un discorso diverso. Pandemonic Incantation è stato un caso particolare, una scheggia impazzita piena di ritmiche intricate e tanto Medio Oriente nel riffing, mentre Satanica è una bestia coesa, un juggernaut che non smette di calpestarti in faccia finché non sono finiti i 35 minuti di durata del disco. 
Questo è un particolare a cui tengo sempre molto: saper dosare la lunghezza di un disco. La capacità di scrivere un disco senza aggiungere cose inutili è da rimarcare, visto che per i Behemoth questo significa una serie di brani pesanti, ma fondamentalmente anonimi e/o poco efficaci. 
Satanica è l’equivalente di un moderno centrocampista di qualità: ha fiato da vendere e attitudine al contrasto duro, ma i lampi di genio non sono proprio nelle sue corde – ci sono momenti buoni, ma la scintilla non è qua.
Gli otto brani non hanno nessun vero filler, ma neanche nessuna canzone che, come nel successivo Thelema.6, sarà un momento imprescindibile dei concerti (forse l’iniziale Decade Of Therion). Come detto sopra: i brani spaccano, sono compatti, ma non ti entrano dentro e questo è forse da collegare al songwriting di Satanica.
Per un simulacro di perfezione, invece, possiamo attendere fino The Satanist.
Sotto l’aspetto puramente d’ascolto, invece, il cambio di passo dal precedente disco è minore: il growl di Nergal è ancora ruvido e cattivo, lontano anni luce da quello più pomposo ma inoffensivo del post 2000, mentre il sound è ben bilanciato fra elementi di pulizia (batteria e basso, entrambi esplosivi ma limpidi) e sporcizia (le chitarre rimangono grosse,  oneste e ruvide anche durante i soli).
Il primo passo verso il cambiamento, ecco come possiamo descrivere Satanica. Il 1999 segna il classico “Il re è morto, viva il re” per i polacchi. Muore il black metal originario ma rinasce una creatura diversa, più “mainstream”, e capace di toccare vette altissime come su The Satanist, ma anche momenti di difficoltà come The Apostasy o Evangelion. Le radici di quello che tutti i moderni metallari conoscono come Behemoth sono qua dentro, mentre per tutti gli altri, la band polacca è morta proprio con questo disco.
[Zeus]

AA.VV. – VII – Respect the Steel (2019)

Potrei iniziare questa recensione con una frase come “Quando ero più giovane”…. ma quanto mi fa sentire vecchio! Oppure “Ai mie tempi”… cazzo fra un po’ vado a vedere i cantieri, peccato siano appena le 5 e mezza del mattino e arriverei un po’ in anticipo. Ecco qui qualcosa che a molti farà percepire il tempo che è passato: una compilation di band emergenti. 

Anni a dietro, andando per festival, sia piccoli che grandi, facendo acquisti ai vari stand capitava di ricevere in regalo una compilation, spesso in custodia di cartoncino, che qualche casa realizzava per far conoscere le band emergenti, chi più chi meno, della propria scuderia. A volte erano invece opera di qualche portale o sito internet. Omaggi del genere erano sempre apprezzati, indipendentemente dal contenuto, e li possiedo ancora tutti.

L’oggetto di questa recensione è proprio una compilation, VII – Respect the Steel, settima raccolta, come si evince dal titolo, realizzata dalla Metalmessage per pubblicizzare i gruppi presi sotto la sua ala. Tutto il discorso precedente mi porta a pensare a quanto sia anacronistico oggi un album di questo tipo. Con tutto il rispetto per chi ha realizzato questo prodotto, a cosa serve una compilation oggi che qualsiasi band, anche quelle nate l’altro ieri, ha un sito, una pagina facebook, un profilo su bandcamp e simili, un canale YouTube dove poter ascoltare un loro pezzo, se non addirittura tutti? Sicuramente è un bell’oggetto per qualche collezionista, dato anche l’artwork della copertina molto curato, ma per l’acquirente medio non saprei. Troverei molto interessante questa proposta se l’etichetta regalasse il CD con l’acquisto dei suoi titoli in catalogo, ma sinceramente non so se lo comprerei. Queste sono opinioni personali che nulla hanno a che fare con la qualità del prodotto. 

La raccolta contiene 13 brani di altrettanti gruppi che propongono una certa varietà di generi e questo è già di per se positivo, perché non ci si fossilizza solo su determinate sonorità. Si passa per il power, l’epic, il thrash, il death, il black, insomma ce n’è per tutti i gusti. Non credo valga la pena fare un track by track perché la recensione sarebbe lunghissima, comunque ho trovato del materiale interessante come le tracce degli epic metaller Ash Of Ashes, dei nostrani Hell’s Guardian e Ontborg, dei blackster Wolves Den e Hangatyr.

Altro che invece mi è piaciuto meno, sia per qualità che per idee, come nel caso degli Invictus e degli Aftermath entrambe votate ad un thrash/speed metal (non bastano assoli sparati a mille per tirare fuori una traccia valida); gli epici Misanthropia che azzeccano un bel ritornello in una traccia che per il resto non sembra aver molto chiara la direzione da prendere; gli epic blackster Atrium Noctis, con buone idee ma che potevano essere realizzate meglio.

Il resto l’ho trovato nella media, tracce che non mi hanno particolarmente impressionato ma che non si meritano di certo un giudizio negativo come con i Reverend Hound, i Dawn Ahead, gli Hollowed e i Forge.

In definitiva il piatto della bilancia pende di più dal lato dei giudizi positivi. Rimane comunque il fatto che non è possibile giudicare una band dall’ascolto di un solo brano. Per concludere, nonostante le premesse, non posso che dare onore al merito a chi cerca ancora oggi di divulgare il metal underground in questo modo, con questi mezzi. Bisogna avere coraggio e fiducia nelle proprie band e questo non può che essere un bene.
[Lenny Verga]

Il terzetto si completa – Witchery: Dead Hot & Ready (1999)

La storia dei Witchery, band che mi aggrada parecchio, assomiglia alla parabola dell’ubriaco: l’inizio dell’avventura alcolica ha sempre qualcosa di sfavillante e la parlantina è talmente fluida, perfetta, intrigante ed esplosiva che non si può che restare in ascolto. Questo, almeno, per gli ubriachi funzionali e non quelli che incominciano a sbavare come rottweiler con la rabbia dopo mezzo bicchiere e incominciano a sbattere il bicchiere gridando: spacco bottiglia, ammazzo famiglia. Quelli sono pesanti anche prima di incominciare a bere, quindi non fanno testo. 
Ma l’ubriaco funzionale, quello che con le prime birre sembra ritornare in attività, sciogliendo le ultime riserve di pudore, stanchezza o che altro, è tutta un’altra storia. Questo periodo di eccellenza sociale, questo regno illuminato della sbronza brillante, è un periodo strettissimo per i Witchery che, nel giro di soli due anni, sparano fuori tre cartucce praticamente perfette e poi incominciano a zoppicare. 
Almeno fino ad arrivare a Witchkrieg, album che mi è piaciuto ma a cui manca qualcosa. Il periodo recente mi è sconosciuto e dovrò recuperarlo. 
Dopo aver fatto uscire l’EP Witchburner, la band svedese tira fuori un LP da 33:33 minuti e fa centro secco un’altra volta. Perché è qua che i Witchery hanno creato il loro trademark classico e il loro sound più definito, divertente e furioso. Con (falsa) noncuranza mischiano thrash, death, black (e proto-black) e influenze heavy classico in Dead Hot & Ready. Le influenze dei Mercyful Fate si sentono nelle atmosfere, perché quest’aura vagamente oscura e demoniaca viene creata anche grazie al muro di suono delle chitarre. Il resto lo fa l’attitudine della band e, in buona parte, le vocals di Toxine. Non è un vocalist che varia tanto lo stile durante le sue parti, ma l’efficacia delle linee vocali, l’aggressività e il marciume che trasmette la sua ugola è parte integrante, e fondamentale, per il risultato finale del disco.
Dopo questo CD, incominciano a perdere colpi, a sentire la pressione di due ottimi LP e quella costante sensazione di non essere più il gruppo cazzeggio di musicisti già affermati in altre band (Seance, The Haunted e Arch Enemy giusto per citarne alcuni). Dopo Dead Hot & Ready la gente ha incominciato ad aspettarsi veramente qualcosa da loro e il giocattolo si è incrinato.
[Zeus]

Necrophobic – The Third Antichrist (1999)

Terzo disco in studio dei Necrophobic nell’arco di 6 anni. Dopo aver rivalutato, con mia grande sorpresa, il precedente Darkside, adesso tocca a The Third Antichrist. Rispetto al CD del 1997, questo disco è più costante e non indulge in mille intro/parti strumentali che, in qualche modo, ne minano la costanza ma, e questo è da dire subito, non ha neanche canzoni bomba come Black Moon Rising, Nailing the Holy One o la stesa title-track. 
Se dovessimo fare un paragone sportivo, ci troviamo di fronte ad una macchina che veleggia su buone posizioni e, con ottime probabilità, finisce anche qualche volta sul podio (The Unhallowed) ma non hai mai il quid per poter spaccare di brutto e far mangiare la polvere agli avversari. Meno estro e più portare fieno in cascina (come diceva il buon Fabio Capello). 
The Third Antichrist viaggia bene, il black-death degli svedesi è bilanciato, compatto e varia fra pezzi più “cadenzati” (Into Armageddon o Isaz) a picchi più veloci. 
Tobias Sidegård si occupa sia delle parti di basso che delle linee vocali e, queste ultime, hanno forse meno impatto malvagio rispetto al precedente disco in studio. Il growl è comprensibile e funzionale al sound Necrophobic, quindi non ci si lamenta di certo del risultato finale – manca solo quel quid di prima, quel qualcosa per essere un disco da tenere in considerazione immediata quando si citano Sidegård&Co. 
Poi è innegabile che Eye Of The Storm sia una canzone da “compilation” dei Necrophobic e, a mio parere, anche The Throne Of Soul Possessed, smussata di quel minuto di intro poco inutile, abbia un bel tiro. 
The Third Antichrist è il classico disco concreto, tosto dall’inizio alla fine e piacevole da ascoltare (e senza ricorrere alla pratica dello skip). Sempre in ambito di sport su strada, il terzo disco degli svedesi è il classico LP che ti fa vincere il campionato costruttori perché affidabile, sempre in pista e poco incline a svolazzamenti che possono portare a) eccellenze o b) canzoni completamente svaccate. 
A conti fatti, stiamo parlando di un buon disco. 
[Zeus]

Cannibal Corpse – Bloodthirst (1999)

Oggi stavo mangiando un pezzo di pizza, unta come il culo di un babbuino immerso nel catrame, da un kebabbaro sotto copertura. Questo perché pensavo di aver finalmente trovato un kebabbaro lercio e volgare, in realtà era una succursale di un baretto usurato che demandava i compiti di farcitura delle pizze e distruzione dell’intestino a questi intrepidi domatori del carboidrato pazzo.
Mentre mi leccavo le dita, godendo solo a metà perché il pensiero di prendermi il vaiolo mentre toccavo con le labbra le dita coperte di oliazza rossastra mi faceva soppesare la mia voglia di vivere a lungo, ho incominciato a spiare la fauna locale.
Il 99% delle persone aveva un’età media da scuola superiore, quindi descrivibile come un milkshake di sudore&ormoni, casino, cicche fumate con la bocca a culo di gallina e chiacchiericcio generico misto trilli da whatsapp. Il restante 1% degli avventori era composto da poveri lavoratori (come il sottoscritto, fuggito dalla glaciale trireme romana dove è costretto a vogare per tenere lo sfavillante stile di vita che lo porta a scegliere la morte certa offerta dal malefico kebabbaro al posto del ristorante borghese con un piatto di pasta alla “modica” cifra di 9€) che, senza le luci al neon dell’ufficio, hanno lo sguardo perso e disilluso di chi, ormai, non ha più niente da dare alla giornata.
Questo è uno dei motivi principali per cui evito di farmi selfie a mezzogiorno, sarei uno spot per il suicido assistito. Vorrei avvertire che non mi faccio neanche selfie di mattina: se no la buca delle lettere si intasa di intimo femminile. La dura vita del recensore. 
Mentre mi ingurgitavo pezzi di pizza, olio di motore e evidenti pezzi di cadavere di studenti che non avevano pagato, mi sono trovato a pensare che anche i Cannibal Corpse nel 1999 avevano necessità assoluta di portare a termine un discorso iniziato con Vile. Non che abbiano finito, ma dopo aver esordito con un disco imponente come quello, si sono trovati a piazzarli un sequel come Gallery Of Suicide che brutto non è, ma si trova diversi gradini sotto al predecessore – e questo pur avendo una tripletta iniziale da tirarti via il tartaro dai denti. Con Bloodthirst la band americana non arriva a produrre brani così “grossi” come I WIll Kill You, ma calibra meglio la scaletta. Inizia bene con Pounded Into Dust, poi stabilizza il tiro e si assesta su una qualità media maggiore del precedente disco in studio, macinando riff (notevolissimo il lavoro del duo O’Brien – Owen) e ritmiche con più potenza (forse i 10 minuti in meno hanno giocato un ruolo importante nel ridurre la sensazione di filler) e andando a decrescere unicamente verso il finale, in cui Webster&Co. piazzano i brani forse meno ricordabili del lotto (Condemned to Agony). Bloodthirst si difende meglio del precedente  disco sul lungo periodo. La velocità d’esecuzione è abbastanza elevata, ma è il groove che ne esce ad essere l’elemento portante e Corpsegrinder usa la voce in maniera eccellente su ogni traccia. Certo, il range vocale dell’uomo-senza-collo è maggiore del suo precedessore, ma su Bloodthirst c’è un fattore che bisogna riconoscerli: sentite come il growl, e gli occasionali scream, fomentano il massiccio lavoro ritmico della band. 
Dove Bloodthrist vince a mani basse rispetto a Gallery Of Suicide è la qualità di registrazione: qua c’è chiarezza e un sound potente e bilanciato, mentre sul precedente disco il suono ne usciva un po’ troppo melmoso. 
Ho lasciato il turpe kebabbaro pensando ai Cannibal Corpse e rivolgendo lo sguardo alla cucina a vista: quella “novità” dovrebbe essere lasciata unicamente ai giapponesi col sushi (quando li trovi, i giapponesi, non il sushi), non messa in mano a turchi che passano a fil di scimitarra qualunque cosa. La cucina, per definizione, deve essere un posto segreto, dove le efferate azioni compiute dai cuochi, o presunti tali, rimangano nascoste alla vista del divoratore di kebab. Un po’ come la copertina di Bloodthirst che, per una volta, avrebbe beneficiato della “cover di riserva”. Parere mio, ma cristo se è brutta. 
[Zeus]

Opeth – Still Life (1999)

Ho iniziato ad ascoltare gli Opeth con Blackwater Park e mi son fermato a Ghost Reveries, recuperando con calma i tre dischi precedenti (compreso questo Still Life) e lasciando perdere quelli successivi al 2005, perchè la trasformazione sempre più accentuata in (quello che loro considerano) progressive rock mi ha lasciato poco soddisfatto. Quindi non ho grandi memorie da associare a questo disco, nessun aneddoto che mi permette di contestualizzarlo in un 1999 che sta facendo fuori le band più dell’influenza spagnola. Questo è l’anno del passaggio, del rimodernamento del suono, della contaminazione e della fine di ogni piccola volontà trasgressiva. Il black metal muore, il death metal rantola in mezzo al proprio vomito, il thrash non se la passa meglio e, in generale, il metal attraversa quelle tipiche fasi di contrattura che sembra colpirlo ciclicamente prima di esplodere in qualcosa di nuovo.
Gli svedesi Opeth sono ancora in fase d’accelerazione, capaci di unire ampie concessioni progressive ad un sound che, nel death metal progredito, ci sguazza bene (capeggiato dal vocione di Mikael Åkerfeldt). Ovviamente c’è l’influenza e il riffing dal Sapor Mediorientale, cosa che non può mancare in una band svedese che si getta in soluzioni più progressive e così anche un approccio, blando al momento, verso le clean vocals.
I passaggi acustici convincono, grazie all’abilità del duo uruguagio Mendez – Lopez e, quest’ultimo, sapeva il fatto suo (prima di farsi prendere dal panico da palco). Rispetto a molti batteristi pestoni della scena black/death, Martin Lopez ha un’ottima sensibilità sia quando deve picchiare, sia quando il ritmo si sposta su sonorità più leggere (Benighted) e la scelta giusta è quella di fornire un sottile groove e un sostegno piuttosto che sverniciare casa. Peter Lindgren è una di quelle perdite che mi sento di sottolineare: il buon Peter se ne va dagli Opeth nel 2005 e lascia un buco che è stato riempito da Fredrik Åkesson, ma il cambio non mi ha mai convinto.
Sarà che il buon Lindgren mi aveva fatto simpatia quando l’ho incontrato al Gods Of Metal, sarà che parto prevenuto per il progressive, ma i dischi successivi li ho piantati in asso forse troppo presto, ma così è la vita.
Però credo che gli Opeth hanno toccato l’apice di tutto il sound nel 2001, poi è stato un lento rotolare verso il basso. Dischi eccellenti prima, poi hanno sfoderato un Deliverance – Damnation (che capite anche voi che razza di canzoni hanno dentro) e poi hanno incominciato a sperimentare spostandosi dai miei gusti. E forse anche dove non avrebbero dovuto scavare, un po’ come i nani in Tolkien.
Eliminando il mio personale gusto dall’equazione, davanti ad Åkerfeldt ci si può soltanto togliere il cappello e riconoscere che parte dell’evoluzione moderna del death metal progressivo è anche merito suo e di dischi come questo Still Life.
[Zeus]

Cose inutili. Creed – Human Clay (1999)

Se voleste una prova, un’ulteriore prova, del momento difficile che stava passando il metal nel 1999, vi basti sapere ai CREED è stato concesso di far uscire un secondo album e ai BUSH (la band, non i Presidenti) è stata data l’autorizzazione di uscire con il terzo LP.
Visto che non ho voglia di parlare dei BUSH, parlo dei CREED e non nella maniera buona che farei se stessi recensendo i nuovi film della saga di Rocky.
Alla fine degli anni ’90, un po’ per distanziarsi, un po’ per appropriarsi di un periodo che puzzava come il residuo macilento che si è lasciata alle spalle la risacca, c’è stato un aumento esponenziale del termine nu. C’era la necessità di arrivare a prendere un nuovo tipo di ascoltatore, quello che il periodo d’oro non l’ha sfiorato e si è trovato catapultato nel letame della fine ’90. Quindi ecco furoreggiare tutte le nu-band e, visto che non bastavano, anche le post-band… Ad esempio, mi verrebbe da dire, quelle uscite sotto il moniker di post-grunge: gruppi che si nutrivano ancora dei riflessi della popolarità della musica di Seattle e sguazzavano nella fama data dalle cervella di Cobain.
Il post-grunge serviva eccome alle case discografiche. Se strizzi bene qualcosa, dopo aver tirato fuori tutto il meglio, forse ancora qualche filamento merdoso te lo riesci ancora ad accalappiare.
I Creed escono con il primo disco fuori tempo massimo (1997) e cioè quando le case discografiche stanno già straziando le carni del cadavere del grunge e poi, con il secondo disco, fanno direttamente il botto.
Lo si può capire, credetemi, visto che hanno potenza, ritmiche semplici e accattivanti (Inside Us All), notevole capacità di creare hook melodici e un singer che tenta di essere un Eddie Vedder sotto steroidi. 
Il problema dei Creed, e di tutti quelli che sono usciti sotto l’infamante nomignolo di post-grunge, è che sono buoni per la radio e per il supermercato. Non hanno la profondità emozionale dei Pearl Jam (ci tentano con Never Die, che sembra una scopiazzatura della band di Vedder&Co.) e neanche la potenza che mischia Zeppelin + Sabbath dei Soundgarden (Stapp tenta di fare il verso anche a Cornell in Wash Away Those Years quando alza il tiro). Ci mettono i muscoli, ma non intaccano mai sotto la superficie. La ballatona strappa-mutande (With Arms Wide Open) non è altro che un numero sui generis e continuano a produrre musica sterile (Higher è inutile) e lo faranno ancora per 10 anni, visto che nel 2009 esce l’ultimo loro disco e poi si sfaldano come meringhe.
Poi, facendola brevissima, da una band così innocua (condizione che hanno in comune con i Foo Fighters), non poteva che nascerne una band come gli Alter Bridge
I Creed, con Human Clay e poi con il successivo Weathered, arraffano tutto quello che potevano e mungono la mucca fino a distruggerle le mammelle. Il vuoto musicale che trasmettono, quella sensazione da prodotto confezionato ad arte, non ti lascia un momento e sai che è destinato ad essere ficcato nelle gole degli ascoltatori inermi come neanche il peggior deepthroat. 
[Zeus]