Un parto lungo anni riassunto in una recensione di poche centinaia di righe. TOOL – Fear Inoculum (2019)

Nel 2006 ero alle prese con un lavoro strano: ero rinchiuso in un sotterraneo e inalavo spore di muffa e polvere cercando di venire a capo della carenza di vitamina D mentre aspettavo l’arrivo della successiva chiamata. Per sfuggire alla mia prigione, sono corso dal negozio di dischi e mi son comprato 10,000 Days dei Tool. Rispetto a molte delle opinioni vigenti in questi anni, io ritengo Lateralus in generale più godibile di Aenima, ma forse è una questione personale e io non capisco un cazzo di musica. Dato, quest’ultimo, ormai assodato.
I Tool non sono mai stati un gruppo prolifico, ma ogni cinque anni un disco lo tiravano fuori, quindi pensavo che il successivo sarebbe arrivato giusto giusto con il giro di boa fra spensierata gioventù e spensierata post-gioventù, dicasi i fatidici 30 anni.
Invece stocazzo.
I Tool ci hanno messo 13 cazzo di anni per cagare fuori Fear Inoculum, con tanto di mille notiziole, twitter e psicodrammi collettivi che, sinceramente, facevano un baffo alla perdita dell’iPhone da parte di Kirk Hammett.
Va da sé che io, vedendo lunghezze epiche descrivibili solo come ChineseDemocracy-iane, mi son tenuto sul vago con “potrebbe essere uscita una minchiata di disco”.
Quindi al primo ascolto, mi son calato sull’occhio il monocolo-del-cagacazzo e ho sollevato tutta la peluria dichiarando: non ci siamo.
Un po’ come fanno tutti quelli che vogliono “sapere”. Tredici anni per tirarmi fuori un disco così? Ma che cazzo. No, non ci siamo. Perché hanno preso elementi da 10,000 Days? Perché ci sono rimandi ai dischi precedenti?
Non scherziamo, dai TOOL voglio di più. Un disco di rimandi lo posso concepire dai Metallica, che ormai dell’operazione nostalgia ne fanno un vezzo. Ma da chi fa dell’evoluzione un vezzo? Ripeto: no, non ci siamo.
All’ascolto numero venti, mi sono ammorbidito. Non avevo ancora tolto il monocolo-del-cagacazzo, quindi i superpoteri non mi sono spariti. Ma le melodie, in effetti, le hanno fatte e ci sono anche canzoni che ti prendono subito. Ti pigliano bene troppo presto? Forse. Lo dico senza troppa paura, forse nonostante la lunghezza media, le canzoni sono quasi troppo semplici.
Fear Inoculum ti prende subito, ok, ma riascoltata diverse volte non ti fa maledire il creato ma tiene bene. Ma così fa anche Pneuma, che poi si rivela essere la migliore di tutto il disco (insieme, forse, a 7empest).
Dopo altre decine di ascolto mi son trovato a capire che questo LP si fa ascoltare bene per essere un malloppo di 80 minuti. Il problema è che, contrariamente alle dichiarazioni di Keenan, non servono tutti questi ascolti per accorgersi che non ha la profondità di dischi come Aenima o Lateralus. Appurato questo, Fear Inoculum si porta addosso le stigmati del pippaiolo dello spartito, quel genere di dischi che si amano alla follia da soli e che quindi regalano canzoni che ci mettono ere geologiche prima di donarti quel brivido di gioia assoluta che ti aspetti. Passano molti minuti prima di arrivare al gran finale di Invincible, e anche l’oscura Descending mastica amaro un po’ prima di svegliarsi e rivelarsi essere una buona traccia.
Le logiche tracce strumentali sono utili a prendere fiato, anche quando si rivelano inutili (Litanie contre la Puer / Legion Inoculant) o dannose (Chocolate Chip Trip mi fa accapponare la pelle), mentre fra le canzoni l’unica che non regge realmente il peso delle aspettative è Culling Voices.

Sarà una questione mentale e il fatto che mi tocca ascoltare il nuovo disco dei Tool non fra i 20 e i 30, ma fra i 30 e i 40 (porco cazzo) e una sottilissima vena di scazzo mi potrebbe anche percorrere le dita in sede di recensione, ma francamente aspettare tredici anni per ricevere un LP come Fear Inoculum mi sono sembrati troppi. Aumentando le aspettative, hanno giocato a loro sfavore, perché tutti (io in primis, probabilmente), mi sarei aspettato un disco quasi miracoloso, pur con la consapevolezza che i Tool, di dischi miracolosi, non ne producono da anni e, ormai, hanno incominciato il lento rotolare verso il viale cipressato.
Succede a molti di mettere radici in studio e far la figura dell’elefante che partorisce un topolino. Fear Inoculum sarà adorato alla pazzia dalla folla che, adorante, pende dalle labbra dorate dei Tool, ma alla luce di molte considerazioni possiamo metterlo all’altezza di 10,000 Days ma niente di più.
[Zeus]

5 pensieri su “Un parto lungo anni riassunto in una recensione di poche centinaia di righe. TOOL – Fear Inoculum (2019)

      1. Ovviamente è un disco maturo, introspettivo, e sotto certe sfaccettature “diverso”… ma anche loro sono diversi, stanno cambiando come artisti e come persone(e lo facciamo anche noi fan/ascoltatori) Ci aspettiamo sempre di più ma alla fine è quello che Maynard & soci hanno partorito e deciso di darci in pasto! 😜👊 Sempre grandiosi i Tool👍🔝

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