Opeth – Still Life (1999)

Ho iniziato ad ascoltare gli Opeth con Blackwater Park e mi son fermato a Ghost Reveries, recuperando con calma i tre dischi precedenti (compreso questo Still Life) e lasciando perdere quelli successivi al 2005, perchè la trasformazione sempre più accentuata in (quello che loro considerano) progressive rock mi ha lasciato poco soddisfatto. Quindi non ho grandi memorie da associare a questo disco, nessun aneddoto che mi permette di contestualizzarlo in un 1999 che sta facendo fuori le band più dell’influenza spagnola. Questo è l’anno del passaggio, del rimodernamento del suono, della contaminazione e della fine di ogni piccola volontà trasgressiva. Il black metal muore, il death metal rantola in mezzo al proprio vomito, il thrash non se la passa meglio e, in generale, il metal attraversa quelle tipiche fasi di contrattura che sembra colpirlo ciclicamente prima di esplodere in qualcosa di nuovo.
Gli svedesi Opeth sono ancora in fase d’accelerazione, capaci di unire ampie concessioni progressive ad un sound che, nel death metal progredito, ci sguazza bene (capeggiato dal vocione di Mikael Åkerfeldt). Ovviamente c’è l’influenza e il riffing dal Sapor Mediorientale, cosa che non può mancare in una band svedese che si getta in soluzioni più progressive e così anche un approccio, blando al momento, verso le clean vocals.
I passaggi acustici convincono, grazie all’abilità del duo uruguagio Mendez – Lopez e, quest’ultimo, sapeva il fatto suo (prima di farsi prendere dal panico da palco). Rispetto a molti batteristi pestoni della scena black/death, Martin Lopez ha un’ottima sensibilità sia quando deve picchiare, sia quando il ritmo si sposta su sonorità più leggere (Benighted) e la scelta giusta è quella di fornire un sottile groove e un sostegno piuttosto che sverniciare casa. Peter Lindgren è una di quelle perdite che mi sento di sottolineare: il buon Peter se ne va dagli Opeth nel 2005 e lascia un buco che è stato riempito da Fredrik Åkesson, ma il cambio non mi ha mai convinto.
Sarà che il buon Lindgren mi aveva fatto simpatia quando l’ho incontrato al Gods Of Metal, sarà che parto prevenuto per il progressive, ma i dischi successivi li ho piantati in asso forse troppo presto, ma così è la vita.
Però credo che gli Opeth hanno toccato l’apice di tutto il sound nel 2001, poi è stato un lento rotolare verso il basso. Dischi eccellenti prima, poi hanno sfoderato un Deliverance – Damnation (che capite anche voi che razza di canzoni hanno dentro) e poi hanno incominciato a sperimentare spostandosi dai miei gusti. E forse anche dove non avrebbero dovuto scavare, un po’ come i nani in Tolkien.
Eliminando il mio personale gusto dall’equazione, davanti ad Åkerfeldt ci si può soltanto togliere il cappello e riconoscere che parte dell’evoluzione moderna del death metal progressivo è anche merito suo e di dischi come questo Still Life.
[Zeus]

3 pensieri su “Opeth – Still Life (1999)

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