Nocte Obducta – Lethe (1999)

Partiamo con l’assunto più importante che testimonia la mia incredibile ignoranza: chi cazzo sono i Nocte Obducta?
Adesso fatemi il favore di alzare la mano e dirmi se avevate già sentito questi tedeschi, capaci di tirar fuori 11 dischi in 20 anni di attività.
Siate sinceri, per favore. Non fatemi passare per cretino inutilmente.
Io, i Nocte Obducta, non li avevo mai sentiti prima di avventurarmi in questa riscoperta del sound del 1999 e, procedendo a tentoni nel Mare Magnum di una produzione sterminata, mi sono imbattuto in questi teteski da Mainz.
Ammetto con altrettanto candore che, dopo questa riscoperta, non mi vedranno più (la speranza che non siano prolifici cade guardando la lista delle release su Encyclopedia Metallum, dio…).
Questa affermazione viene vanificata dalla presente dichiarazione: “ok, probabilmente almeno non fino al prossimo anniversario“.
Su siti vari ed eventuali, i Nocte Obducta vengono descritti come un black metal d’avanguardia, la qual cosa mi sembra abbastanza palese, ma sottolineo due fattori principali: i testi in tedesco, ma tanto anche lo scream rende inutile ogni comprensione testuale-linguistica; e, in molti passaggi, l’incredibile somiglianza con i Cradle Of Filth.
Ovviamente parte di questa menzione è dovuta allo scream ultrasonico di Marcel Va. Traumschänder. Il leader della band ha una tonalità che si avvicina molto a quella del nano inglese, quindi l’accostamento non è peregrino. Se poi in certi momenti anche la band si mette a suonare una versione “crauti ed esistenzialismo tedesco” dei Cradle Of Filth, allora diciamo che il riferimento è palese.
Le composizioni lunghe e di non facile approccio possono mettere questi Nocte Obducta nello stesso campionato in cui giocano anche gli austriaci Dornenreich, ma non so quale delle due band se ne risentirebbe o se il paragone è qualcosa di realmente efficace per attirarvi a sentire questi tedeschi.
Se siete volenterosi e tentate il grande passo nell’ignoto, mi sento di anticiparvi un elemento importante, che poi vo lo ignoriate come il bugiardino delle medicine sono un po’ affari vostri – io ve l’ho detto.
I pezzi di Lethe, di media, durano oltre 6 minuti (a parte i 27 stracazzo di minuti della suite finale), per oltre un’ora di black metal d’avanguardia e dinamico nel suo alternare parti più veloci e parti più sinfoniche e ragionate. Il disco è pulito nella registrazione e con una componente melodica accentuata capace di creare stralci d’atmosfera oscura (il finale di Honig der Finsternis / Phiala Vini Blasphemiae, per esempio). Paradossalmente, per un disco black, sono questi episodi quelli che risaltano meglio rispetto a quelli veloci e propriamente black.
La Germania offre sempre qualcosa da scoprire e questi Nocte Obducta rientrano nella categoria. Che poi finiscano negli ascolti quotidiani, è un fattore che dovete decidere voi. Per me sono un filino troppo noiosi e, pur caricando a mille quando ci si mettono, non riescono a prendermi.
Lethe – Gottverreckte Finsternis è il debutto ufficiale della band e  festeggia vent’anni di vita. Cosa che coincide con vent’anni di completa ignoranza da parte mia.
Complimenti a me. E auguri a loro.
[Zeus]

Una collezione di cover. Mark Lanegan – I’ll Take Care Of You (1999)

Non è la prima volta che Mark Lanegan fa capolino su queste pagine, ci siamo già passati con l’album precedente. Non ci posso far niente, ma nel reparto grunger-divenuti-adulti e adesso compositori, Lanegan è probabilmente il mio preferito.
Questo lo dico con certezza fino al 2012, poi gli album successivi non li ho seguiti granché perché non sono il mio pane. Sembrano essersi spostati su coordinate a me estranee, totalmente slegati dal mio concetto di rock/rock-blues o, più semplicemente, dalla visione che ho di Mark Lanegan come cantautore.
Che poi è una stronzata, sia chiaro. Sembro essere il tipico fan dei (nome band a caso), che vuole il suo gruppo suonare sempre e comunque la stessa cosa. So che sono nell’errore, ma nel mio cervello Lanegan è, e rimarrà, quello che cantava disperato su Whishey For The Holy Ghost. Ammetto anche che questo, più di The Winding Sheet, è l’LP che mi ha fatto conoscere il cantante americano – le sue opere con gli Screaming Trees erano già nel mio repertorio grunge.
I’ll Take Care of You rientra perfettamente nel filone iniziale del Lanegan cantautore. Non si discosta come ambientazione, come oscurità nella musica e, in generale, come impostazione del disco. Oserei dire che è il penultimo disco ad essere pregno dello spirito blues/soul, prima di svoltare su altre sonorità con Field Songs e poi cambiare pelle da Bubblegum (2004) in avanti.
Nel 1999, però, Lanegan rende omaggio ai grandi del passato, figure carismatiche e/o drammatiche del cantautorato, del blues, del soul o anche dell’indie e li reinterpreta con il suo inconfondibile timbro vocale. Non fraintendetemi, non tutto il disco mi piace alla follia. Certe canzoni non mi prendono molto, ma la tripletta iniziale con Carry Home – I’ll Take Care of you – Shiloh Town (una fra le mie preferite insieme a Shanty Man’s Life) è realmente molto forte, sia dal punto di vista interpretativo, sia da quello dell’appeal. Queste canzoni ti restano dentro subito. Poi incomincia il punto centrale del disco dove Lanegan ha rinchiuso molti cantanti blues e qualche chicca indie (Creeping Coastline of Lights) e c’è bisogno di molta più concentrazione per riuscire a recepirle. Come potete capire, rispetto all’inizio del disco si può vedere una leggerissima flessione.
Il finale di I’ll Take Care of You è però in salita, con buone canzoni (la già citata Shanty Man’s Life è alla posizione numero 10) e un finale che non mi ha mai entusiasmato (la cover di Boogie, Boogie di Tim Rose).
Questa è la prima volta che Lanegan si cimenta in un disco interamente di cover (poi riproporrà la cosa più avanti nel tempo) e il risultato è affascinante visto si scopre un po’ del passato musicale del singer americano, ma non perfetto. Anche se sono presenti tracce più deboli (su Field Songs ce ne sono, non mento), è nella produzione di canzoni proprie dove Lanegan riesce a scavare un solco profondo, equilibrando agli elementi rock/blues, una spiccata sensibilità soul e tematiche autobiografiche o liricamente influenzate da elementi di stampo biblico.
[Zeus]

Dormagen (DE) provincia di Norvegia. Darkened Nocturn Slaughtercult – The Pest Called Humanity (1999 – Demo)

Da che mondo è mondo, valutare una band da un demo è ingiusto e, spesso, un compito ingrato. Nel caso dei tedeschi Darkened Nocturn Slaughtercult (e del demo The Pest Called Humanity) è più la prima che la seconda, visto che, pur provenendo dalla terra della salsiccia, della Helles e del Braten, il riferimento principe per il terzetto (più uno) è il mondo grim&frostbitten dei fiordi norvegese. Quindi il sound è cacofonico, spesso veloce e incompromissorio ma non sordo a rallentamenti ad effetto (come la fine di Slaughtercult), con le chitarre che ronzano come calabroni incazzati, il basso inesistente e le screaming vocals gentilmente fornite da Onielar sono convincenti (per chi non lo sapesse, o non riuscisse a coglierne la differenza, questo è lo pseudonimo di Yvonne Wilczynska – singer e chitarrista polacca).
Non inventano niente in questi 22 minuti di durata e lo sanno anche loro, credo. Quello che fanno, però, è di celebrare un certo tipo di sound con quanta più convinzione, dedizione e cazzoduro possibile.
Quello che questi polacco-tedeschi cercano di trasmettere è l’amore che hanno per gente come i Gorgoroth, Tsjuder, qualcosa dei primi Mayhem e compagnia festante e ci tentano riportando il black metal al suo anno zero: copertine in bianco/nero, tematiche ad hoc (occultismo, satanismo, malvagità etc etc) e niente frizolezze come tastiere, parti melodiche o qualsiasi cosa che lontana dall’accezione “TRVE NORWEGIAN BLACK METAL”.

Su The Pest Called Humanity si sente in nuce tutto questo, ma siamo agli inizi e il revival del 1994 è appena incominciato. I Darkened Nocturn Slaughtercult arrivano troppo tardi per apprezzare il momento fulgido del black metal, ma con questo demo di inizio carriera tentano con tutte le loro forze di tenerne vivo (almeno in parte) il cadavere.
[Zeus]

L’autorevole opinione di Lenny Verga su S&M

Se vi foste persi la precedente recensione, potete recuperarla cliccando su questo link.

A differenza della maggior parte dei metalheads, a me il connubio tra metallo e orchestra, in alcuni casi, è piaciuto molto e mi ha regalato grandi emozioni. Con questa premessa vent’anni fa mi addentrai in un negozio di dischi e comprai S&M. 
Quanto cazzo spesi male quei soldi? Che non furono nemmeno pochi, accidenti. Mi ricordo anche dove andai a comprarlo: in un negozio a Venezia. A Venezia! Dove tutto costa di più e, ovviamente, anche i CD. Ma io dovevo averlo, perché, siccome mi ero rifiutato di comprare Re-Load, pensai che almeno quello potevo comprarlo.
Ma come reagii al primo ascolto di questo live? Dal momento che mi piace
ascoltare colonne sonore e che ad occuparsi delle composizioni orchestrali c’era Michael Kamen, la curiosità era tanta. Potete immaginare l’esaltazione quando sentii The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone usata come intro, da fan sfegatato quale sono dei film di Sergio Leone e Clint Eastwood. La band attacca con uno dei miei pezzi preferiti, The Call of Ktulu, nove minuti di strumentale dove, almeno secondo me, l’orchestra esegue un gran bel lavoro di accompagnamento, intervenendo nei punti giusti, sottolinenando le linee melodiche e senza invadere eccessivamente il brano dove c’è bisogno di tirare e spaccare. Ma la magia finisce qui, dopo due brani. E uno non è nemmeno dei Metallica. Non lo suonano nemmeno. Fanculo.
Perché già con la seconda canzone mi rendo conto che c’è qualcosa che non va. 
Master of Puppets suona confusionaria, l’orchestra e la band sembrano andare ognuna per conto proprio, suonando partiture che paiono non avere niente a che fare l’una con l’altra. Sembra quasi di ascoltare due CD diversi che suonano contemporaneamente. Da qui in poi il live mantiene questa impressione per l’intera durata: venti brani, due ore. Gli interventi dell’orchestra sono eccessivi, spesso poco chiari e riempiono spazi che non avevano bisogno di essere riempiti, tarpano le ali a tutti i pezzi che risultano tronfi e confusi. Ma soprattutto massacrano le palle all’ascoltatore. Immagino l’imbarazzo di chi si è trovato ad assistere dal vivo a tale scempio, ed a proposito di questo, non riesco a capire a chi di preciso fosse rivolto questo “prodotto”. Ai fan dei Metallica in generale? Ai neo fan che hanno iniziato ad ascoltarli da Re-Load in poi? Ai signorotti che non si perdono un concerto della San Francisco Symphony Orchestra?
Perché immagino ci saranno stati anche alcuni di loro a questo avvenimento mondano. Proprio qui ci si scontra con uno dei problemi più grossi: la mancanza di una direzione, di uno scopo ben preciso che non fosse solo quello dell’incasso. 
Mi chiedo se qualcuno degli addetti ai lavori si sia mai fermato ad ascoltare cosa stava uscendo da questo esperimento già in fase di scrittura o durante le prove, o se tutti avranno pensato che i nomi coinvolti erano sufficienti per garantirsi gli incassi, non importa il risultato. Perché i soldi li hanno fatti, l’album entrò anche in Italia nella classifica dei più venduti, se non ricordo male, e mentre la moda dei Metallica imperversava per l’intero globo, noi metalhead ci trovammo con il portafogli alleggerito, una gran sensazione di essere stati presi per il culo e con due sottobicchieri parecchio costosi. Penso di aver ascoltato questo CD solo un paio di volte nei primi giorni dopo l’acquisto e poi mai più, a parte qualche ascolto di The Call of Ktulu che mi piaceva e mi piace ancora oggi in questa veste alternativa,
una piccola eccezione in un mare di schifo.

[Lenny Verga]

L’acre sapore dell’indigestione. Metallica – S&M (1999)

Questo disco fa talmente pena, che per l’occasione mettiamo insieme le forze e facciamo uscire una doppia recensione.

Tutti voi avete un amico che “tira delle pezze” assurde ogni volta che vi parla. Quella persona che, presa a piccolissime dosi, non è neanche sgradevole, non è qualcuno con cui mangereste una pizza (figuriamoci prenotare le prossime vacanze), ma se contenuto in un “tot” di minuti, allora va benissimo per scambiare quattro chiacchiere. 
Il problema è che non ce la fa a contenersi e quando il ticchettio della bomba nel vostro cervello sta per esplodere, e vorreste levarvi allegramente dal cazzo, ecco che parte il pippone e non riuscite a scollarvelo di dosso. 
Da qua la sensazione di pesantezza, di odio, di incarcerazione e tutte quelle forme d’ansia che possono sopraggiungere quando “la rottura di cazzo > del piacere di essere in contatto con le persone”. 
I Metallica, nel 1999, sono quell’amico sfasciacoglioni e lo fanno alla grande con S&M, un doppio disco da oltre due ore di musica così tronfia e pesante da farti rivalutare persino il bistrattato ReLoad. Anzi, fanculo, lo dico subito: cento voglie meglio ReLoad rispetto a questo mucchio di letame racchiuso in una graziosa confezione da due LP. 
Non cerco neanche di alleviare il sapore acre di questa pillola, perché non ci riesco. A partire dal fatto che il binomio orchestra – metal è una combo che non è riuscita ai Deep Purple a suo tempo (e non parliamo proprio del primo mucchio di stronzi che si mettono a fare musica), non è riuscita ad altri gruppi e, visto che i fallimenti nel metal/hard rock classico non bastavano, ecco che ci hanno pensato anche i Dimmu Borgir o i Satyricon a rendere il black metal qualcosa di appetibile anche alla nonna. Hai un genere repellente a tutti, da Cristo alla figa (anche se, ragazzi miei, non è più così da lungo tempo), perché renderlo piacevole e metterci i gattini sopra? Tienilo duro e puro, sporco e stupracristi. 
I Metallica avranno di certo pensato: “loro hanno fallito perché sono degli idioti, figuriamoci se noi non riusciamo a creare la perfetta mistura metal-sinfonia. Vediamo di nobilitare il metal (?! Perché, cristo, perché?!) e sballare tutti con una bella orchestrina a fornirci il supporto necessario!“. 
Il problema di fondo è questa convinzione che il metal vada nobilitato con l’orchestra. No, puttanatroia, no!
Non va nobilitato. Il metal va benissimo così, non gli serve l’imprimatur papale. Anzi, che quel cazzo di reuccio vestito di bianco se ne vada a cagare. Il metal va bene così, perché di Master Of Puppets, o degli altri LP dei ‘tallica, voglio sentire la botta, non la cazzo di orchestrina che mi fa i trilli e gli archi che mi solleticano l’umore. Quelli possono tenersele le altre band. Io voglio la cazzo di botta, l’aggressione thrash metal, la sberla in faccia. Se voglio sentirmi una colonna sonora, metto su Morricone e sono felice. 

Se voglio il metal, metto su Master of Puppets o Ride The Lightning. Voglio la sensazione di sporcizia, di rivoluzione e non un prodotto che, se va bene, potrebbe essere papabile per il pubblico rincoglionito di San Remo. 

Perché l’effetto orchestra, oltre a fornire quella piacevolissima patina di vecchiume, riesce a tagliare le gambe ad ogni canzone che tocca (a parte quelle orchestrali; in questi casi riescono a non venirne fuori come un Re Mida al contrario): una The Thing That Should Not Be sinfonica è irritante e vomitevole. Non si sente Lovecraft, non si sente il thrash e neanche quel minimo senso Sabbathiano che usciva dall’originale. 
Non mi metto a fare il conto dei morti di questo doppio LP, sarebbe come sparare ad uno della crocerossa che sta cagando nel bagno. 
Quello che sanno loro, però, è che ti stanno inculando a sangue. Lo sanno perfettamente che questo cucchiaione di merda calda non è altro che l’aperitivo per quello che arriverà quattro anni dopo (anticipato da una cosa tipo patemi d’animo di Uomini&Donne). 
L’unico che se ne è accorto in tempo è stato Jason Newstead, il quale, con ancora un briciolo d’orgoglio indosso, saluta la baracca e se ne va. I fan dei Metallica, quelli che hanno un attaccamento alla band morboso e da Sindrome di Stoccolma, continueranno a seguire Ulrich&Co. giù nel dirupo di una creatività evaporata. 
In vent’anni di esistenza quante volte ho ascoltato questo disco? Per intero due/tre (sicura una di filato per questa recensione e le altre una/due perché la solfa di S&M era papabile per l’ascolto casalingo quando l’altra persona non ascoltava metal), ma poi ho preferito spararmi nelle palle e non l’ho più toccato.
Che disco tronfio, inutile, pomposo e fuori tempo. 
E se vi piace, scusate la franchezza, ma non capite un cazzo. 
[Zeus]

Bloodthorn – Onwards Into Battle (1999)

Quando vi dico che il black metal, nel 1999, se la vede proprio male è anche per colpa di dischi come Onwards into Battle dei norvegesi Bloodthorn. Non hanno nessuna colpa, ci tentano a mettere insieme un po’ di cose e uscirne con un prodotto che piglia dentro un po’ la chiunque nello spettro musicale “estremo”: i nerd per la copertina, le gothic per le vocals femminili, quelli che ascoltano black metal col binomio Dimmu BorgirCradle Of Filth e poi l’impepata di cozze generale.
E dal sound che sento su Onwards Into Battle non posso che dire che è l’impepata di cozze ad essere quella che vince. A parte i suoni osceni, le tastiere che rompono il cazzo in una maniera spaventosa e le parti firulì-firulà fiabesche che ti fanno rabbrividire (no, non tiratemi fuori il ciclone siberiano di stocazzo), l’unica cosa che si salva è la voce di Krell. Il resto non ne viene fuori ed assomiglia ad un pastone immondo di mille cose e di mille mezze idee che, cagate tutte insieme, non sembrano capacitarsi di essere nella stessa congiuntura temporale del minuto.
Sentitevi, giusto per sfizio, The Day of Reckoning e capite che qualcosa non torna in tutto quello che producono nei quasi 7 minuti di durata della canzone. Sette minuti di tormento e casino, con la batteria tupa-trak e un mischione di chitarre nel sottofondo a condire il tutto; e, vi giuro, sto solo citando le cose positive di questa canzone.
Non so come proseguire questa recensione, quindi la chiudo così e dico che i Bloodthorn, nel 1999, erano francamente imbarazzanti.
[Zeus]

La notte al Drive-In. Cradle of Fear (1999)

Recentemente su The Murder Inn è apparsa la recensione per il ventesimo anniversario dell’EP From The Cradle To Enslave dei Cradle Of Filth.
Il buon Zeus non ci ha certo risparmiato nel farci ricordare quale ciofeca fosse, tant’è che per ringraziarlo gli rammentai che il progetto legato a quell’uscita non si limitava al solo CD, ma comprendeva un video musicale che portò successivamente alla realizzazione di un film.
E qui la situazione si fece drammatica. Visto che ormai il cadavere era tornato a galla, qualcuno doveva occuparsene per forza. Ed eccomi qui [grazie mille per il sacrificio Lenny, n.d.Zeus].

Ma andiamo con ordine. In contemporanea all’EP, Dani Filth e soci fecero uscire il classico videoclip. A dirigerlo troviamo un regista horror underground, ma talmente underground che non so in quanti lo abbiano mai sentito nominare: Alex Chandon. Il video è un concentrato di creature deformi, sangue, effetti splatter e un certo numero di tette che supera la media, dal momento che non stiamo guardando il canale di Playboy.
E qui mi tocca dare ragione a Zeus: non solo la canzone, ma pure il video fa abbastanza pena.

Viste le premesse, come sarà mai quest’opera dal simpaticissimo titolo di “Cradle Of Fear”? (L’avete capita? Cradle Of Filth/Cradle Of Fear? Ahaha!).

Il film è diviso in quattro episodi collegati tra loro. In tre di questi i protagonisti, responsabili di brutali omicidi, subiscono la stessa fine delle loro vittime. In uno una stragnocca si fa trombare brutalmente da Dani Filth, rimanendo incinta. A fare da collante alle quattro storie troviamo un detective che indaga su queste misteriose morti; il personaggio interpretato da Dani Filth, un vampiro goth-metal che occasionalmente si nutre di budella di gatto, che ci mette sempre lo zampino; un tizio rinchiuso nella cella imbottita di un manicomio criminale che lancia maledizioni.

Se sulla carta il tutto può sembrare anche interessante, è la realizzazione del prodotto che lascia a desiderare sotto troppi aspetti. Va bene essere indipendenti, underground, a basso budget e tutto il resto, ma i difetti vanno oltre le possibilità economiche e di mezzi a disposizione. Innanzi tutto il film è eccessivamente lungo, perché dura due ore. Ci sono diversi momenti inutili che portano lo spettatore ad annoiarsi. Una delle sequenze iniziali, in cui Mr. Filth e la stragnocca si scambiano sguardi languidi dai lati opposti di una discoteca è talmente lunga e stupida da sembrare una di quelle prese per il culo che si vedono nei cartoni dei Griffin.
Solo che qui non fa ridere.

La recitazione è in molti casi su livelli amatoriali e le interazioni tra gli attori sono spesso imbarazzanti, tanto che le scene all’interno della stazione della polizia sembrano uscite da Mr. Bean. E Dani Filth non è nemmeno tra i peggiori. La regia poi non aiuta, con le sue sovrapposizioni di immagini e le sequenze ripetute, spesso strutturate in modo incoerente con quanto sta accadendo. Lasciamo perdere i dialoghi, pieni di “fuck”, “fucking” e poco altro.

Se devo trovare qualcosa di positivo in questo film, gli effetti splatter, le maschere, i make up e le protesi, realizzati in modo artigianale e molto old style, si distinguono dignitosamente per qualità da tutto il resto. Qui si vede che c’è stato una gran lavoro ed una gran cura nella realizzazione. Lo stesso purtroppo non si può dire degli effetti sonori, in molti casi più adatti ad un cartone animato che ad un film.

Quindi in questo film si salvano gli effetti speciali, ma solo per chi apprezza il genere; la colonna sonora dei Cradle of Filth (tratta dall’EP in questione e dal successivo album Midian), ma solo per i fan della band; l’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle gnocche goth; le tette dell’attrice Emily Bouffante, ma solo per gli estimatori delle tette.

Se siete fan accaniti del buon Dani e del suo carrozzone, un’occhiata potreste anche dargliela ma a tutti gli altri non consiglio la visione di questo film. Se rientrate in una delle ultime due categorie sopra elencate, potete premere il pulsante stop dopo venti minuti.

[Lenny Verga]

Richiami di guerra. Memoriam – Requiem For Mankind (2019)

Mi viene difficile giudicare un disco dei Memoriam anche, e forse più di tutto, perché Karl Willets, Scott Fairfax e compagnia si sono rivelati dei veri signori nel backstage del Manorfest 2019. Nella grande tribù delle teste di cazzo, dei miseri rockerini da radio commerciale, una delle icone del death metal inglese è stato talmente gentile e signorile da farci sentire a noi, misconosciuti personaggi dell’Alto Adige, delle rockstar. 
Queste sono cose che mi ricordo e che mi portano a recensire certi dischi con l’angolo dell’occhio che si bagna. Sarà che dentro ci sono ex membri di Bolt Thrower, Napalm Death e Benediction, ma se il frontman è Karl Willets non puoi sollevare in alto il pugno e sussurrare At First Light. Che ci volete, un po’ di partigianeria verso i Bolt Thrower ci sta e, come ho potuto assistere al ManorFest, ognuno di noi ha una propria storia con quella band: chi li ha visti in culo ai lupi, chi li reputa parte del bagaglio musicale formativo… Ognuno ha la sua e, vi giuro, questo è quello che mi fa star bene ad essere metallaro. 
Ma i Memoriam non sono i Bolt Thrower 2.0 o così continuano a ripetere tutti i membri della band. E la cosa è vera fino ad un certo punto, perché il growl rauco di Willets è ovviamente tratto distintivo, cosa che focalizza la memoria sull’altra band inglese e la chitarra di Fairfax, pur non discostandosi molto dal classico midtempo, riesce comunque a disegnare un, forse, più complesso approccio di chiaro-scuri (Never The Victim) pur non venendo meno il tratto fondamentale: il riff ricordabile, granitico e capace di portarti al chrous da pugno nell’aria e braccio intorno alle spalle del tuo brother in metal davanti al palco. 
Sentitevi Shell Shock, questa decisamente Bolt Thrower, e Austerity Kills per capire come riuscire a coniugare l’essere death metal e non mandare tutto a culo masturbandosi sugli strumenti. Se invece si cerca la tensione palpabile, sono canzoni come la title track o In The Midst of Desolation a fornire quel senso di apocalisse imminente. 
Il leggero cedimento di Requiem For a Mankind all’altezza della sesta-settima traccia non preoccupa. La tracklist è solida e subito dopo Willets&Co. piazzano la title track ed ecco che l’LP ritorna in quota. Ovviamente questo cedimento dovrebbe far abbassare un potenziale voto, ma io non li so dare, quindi vi dico che, pur con una logica flessione che li porta a suonare alcuni brani “più normali”, il terzo LP degli inglesi è sufficientemente buono da ricordarti che i Memoriam sono capaci di spaccarti il culo con la grazia e l’incredibile aplomb tipico dei figli d’Albione. 
[Zeus]

Sia lodato Jesus Christ, arrivano gli Underoath con Act of Depression (1999)

Durante una cena a base di pulled pork a casa di Skan, o forse era una torbida gulasch suppe, non mi ricordo, sono venuto a conoscenza che nel Nord Italia si tiene (/teneva?) un grosso festival di Christian Metal.
In uno Stato popolato da basabanchi, tiratori di crocefissi, pietisti, democristiani, ciellini e tutto il resto che circonda la grande Chiesa SPA, non può non esserci un festival dedicato proprio a lui: signore e signori, Gesù Cristo. Dai, non sarebbe pensabile tirarsi indietro dall’opportunità di avvicinare i metallari, corrotti dalle tematiche sataniste e deviate del metal, alla redenzione e alla salvezza dell’anima. 
Ma dove potrebbe trovare terreno fertilissimo questo genere? Dove c’è un bel ventre grasso di totale ignoranza in cui potrebbe attecchire una cosa come questa? 
La risposta è semplice come trovare la sorpresa nell’Ovetto Kinder: in America.
Perché in un posto dove non credono all’evoluzione e sono convinti che la terra sia piatta, non possono che meritarsi delle band come i glam metallers Stryper o questi Underoath
Se da un punto di vista intellettuale non sarebbero criticabili, in fin dei conti possono cantare di Gesù Cristo e compagnia bella, non sto certo a puntare il dito contro le canzoni basate su fiction; dal punto di vista musicale, invece, sono abominevoli. 
Complice anche una telefonata sbarazzina a Giorgio Mastrota che, da faina scafata qual’è, gli ha mandato un set di pentolame che gli Underoath hanno utilizzato come batteria, il sound generale dell’album è imbarazzante. Se togliamo che non sanno che direzione prendere, gli Underoath toccano un po’ tutto fra black/death metal suonato con i piedi e metalcore stitico, le canzoni di Act of Depression mantengono esattamente quello che promettono: sono deprimenti. Brutte e deprimenti. 
Qualche riff lo piazzano anche, e ci sono passaggi che proprio schifosi non lo sono, ma nel 99% dei casi quello che sentite è l’equivalente di mettersi a fare il sommelier all’interno di un luamaro. Dallas, il cantante, ha uno scream abbastanza striminzito e sempre uguale, e quando varia ti farebbe piacere che non ritornasse più indietro (ma lo fa, oh sì che lo fa… mortacci sua se lo fa).
Sto cantante sarebbe da eliminare immediatamente dalla formazione, ma gli Underoath, fedeli allo spirito cristiano del “porgi l’altra guancia”, se lo tengono per ancora due dischi (fonte Encyclopedia Metallum, sicuramente non li ho seguiti). La batteria non è neanche la cosa peggiore al mondo, ma viene distrutta dal tecnico del suono che complice grossi quantitativi di incenso e mirra, non aveva il polso della situazione. Non mi stupirebbe di trovarlo come mente occulta dietro il suono di St. Anger
Mi fermo qua perché se no degenero e incomincio a colpire tutti i santi, ma se tenete conto che le canzoni (sei!) durano tutte oltre i 6 minuti, capite che fra il restare recensore e finire come il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia” il passo è brevissimo. 
Avrebbero fatto bene a sciogliersi, ma in America, se sei disagiato forte e metti un bel “alé alé Gesù Cristo” e forse voti Repubblicano, allora sei nel club di chi potrebbe vendere. Cazzo, l’hanno capito bene dove tirar fuori i soldi ‘sti quattro buzzurri della Florida. 
[Zeus]

The Kovenant – Animatronic (1999)

Già a partire dalla copertina capisci che, dei vecchi Covenant di Nexus Polaris, non ci è rimasto niente. I protagonisti sono gli stessi, solo che un giorno Nagash si è svegliato e ha capito che c’era una band EBM svedese che aveva il copyright sul nome, fa pippa, cambia il nome e… anche l’attitudine della band.
Il vecchio black metal viene accantonato per seguire la strada di un mix di elettronica – industrial – metal che fa più felici i frequentatori delle discoteche alternative piuttosto che quelli del pit davanti al palco. Quindi ecco le ritmiche che odorano di una strana gangbang fra metallo e club berlinesi (elemento già frequentato anche dai Rammstein) e te le buttano in faccia subito: la doppietta Mirrors Paradise –  New World Order con un continuo scambio di cortesie fra la voce filtrata di Lex Icon ed Eileen Küpper, che si occupa delle voci da soprano, mentre sotto c’è tutto il comparto mezzo danzereccio a far da base ritmica.
La strumentazione tradizionale è spesso sotterrata sotto mille effetti, ma ha un piglio melodico e, quando vuole, dal gusto vagamente epico (Mannequin – che assomiglia ad un pezzo dei Tristania passato sotto MDMA).
Sento già le voci gridare e i puristi strapparsi i capelli, perché questo non è un prodotto true metal, non è qualcosa da farsi piacere perché non rispetta le profondità siderali, il gelo, la morte, Satana e annessi&connessi. 
Vero, sia chiaro. Ad ammetterlo con sincerità assoluta, mi vergono quasi a dire quanto segue: in Animatronic non c’è niente di grim&frostbitten e, con buona probabilità, farà cacare il cazzo a trequarti del reame terracqueo, ma ha un feeling squallido da remake di Blade Runner fatto con i buoni sconto del supermercato che mi intriga.
Perché Animatronic è così vicino a quei dischi sintetici che puzzano lontano un miglio di qualcosa che non dovrebbe piacerti, che non dovrebbe farti schifo al caazzo, ma che ti ascolti comunque.
Guardando a ritroso, però, mi viene questa affermazione dal cuore: dieci volte meglio un pezzo contenuto in questo pacchianissimo LP piuttosto che una delle tracce di Battles degli In Flames. Lo preferirei anche se me l’avessero registrato col culo e ogni canzone fosse finita ad minchiam come i finali degli Archgoat al Black Winter Festival XI.
Nello stesso periodo si stavano muovendo anche i Pain di Peter Tägtgren e usciva il disco più moscio dei Samael. Quindi tanto scalpore non fa, perché il 1999 era un periodo così e il black metal soffocava e moriva fra atroci tormenti, mentre altri generi stavano prendendo il sopravvento.
Anticipando eventi futuri, i The Kovenant intitolano una canzone Jihad (che se non fosse per la voce di Lex Icon, potrebbe essere un pezzo dei Rammstein o degli stessi Samael) e si permettono di coverizzare anche Spaceman dei Babylon Zoo – una di quelle canzoni che, nel 1996, sentivi un po’ ovunque.
I The Kovenant, con Animatronic, fanno un’inversione a U e non tornano più indietro, motivo per cui (immagino) non ci sia più notizia alcuna di questa band da anni a sta parte.
Chi li aveva amati prima, qua dentro non troverà sicuramente niente di proprio gradimento; mentre se volete un po’ di svago, quello brutto e con le birre comprate al Discount e dal sapor di mal di testa, Animatronic non è malaccio.
[Zeus]