Amon Amarth – The Avanger (1999)

Un anno dopo il debutto con Once Sent from the Golden Hall, gli svedesi Amon Amarth fanno uscire The Avanger.
Siamo al secondo CD e la band incomincia il suo viaggio verso il viale cipressato, che ancora continua, condito da dischi in cui il pilota automatico è stato inserito e dimenticato. Ovvio, ci sono pezzi godibili, momenti di divertimento o ignoranza da festa paesana, ma non c’è più lo spirito death o qualcosa che gli si avvicini minimamente.
Il pro della cosa, dal punto di vista degli svedesi, è che limando il suono lo hanno reso papabile a tutti e quindi ecco che i palchi sono diventati più grandi e le folle sempre più grosse. Oltre che, da onesti death metaller, adesso si prendono troppo sul serio con la cosa del vichingo.
Quello che allontana le masse dai primi dischi della band è il sound, più scorbutico rispetto al suono bombastico e praricamente sempre uguale dei successivi. Il fatto è che già su The Avenger ci sono i segni della malattia mortale degli Amon Amarth. Swedish death metal melodico, dritto come un righello, un lavoro di chitarre semplice ma efficace a cura del duo Johan Söderberg e Olavi Mikkonen. Ecco, se proprio si può trovare un punto su cui non è possibile controbattere è l’efficacia del riffing, semplice quanto vuoi, sempre uguale quanto vuoi, ma è funzionale al brano.
Ma forse è una questione legata al mio culto religioso
Se troviamo il meglio sul primo disco in studio e poi un continuo abbassamento dell’asticella, in The Avenger gli Amon Amarth confezionano 36 minuti abbastanza costanti, pochissime eccellenze (Bleed for Ancient Gods, The Last with Pagan Blood o la stessa Avenger) e solo qualche elemento puramente normale, quei brani che riempiono la tracklist ma senza avere l’infamia di essere definiti filler.
Su tutto il disco, però, svetta una delle tracce che scomparirà con l’improvvisa popolarità della band: The God, The Son And The Holy Whore. No, non sto scherzando e non è una fake news. Su The Avenger gli Amon Amarth tirano fuori un mezzo spirito blackster (fuori tempo massimo e proprio quando il black è diventato “normale” e quindi sta morendo soffocato) e, con questo, anche una maggiore velocità e violenza. Tutto sommato è una novità abbastanza grossa per una band che, dell’immutabilità, farà il suo trademark di composizione.
Per chi fosse interessato alle metal-novelas, Metalwrath parla di un ipotetico “conflitto” con gli Hammerfall
The Avanger è il primo disco della caduta degli Amon Amarth. Si intravedono i primi segnali della malattia, ma comunque ha ancora un po’ di trasporto death metal che non lo inserire nella categoria “morituri te salutant”. Ma sono le tracce principali che sono infettate, hanno quella religiosa capacità di portare a casa il risultato basandosi su pochi, infallibili, elementi sonori. Lo sprazzo black di The God, The Son And The Holy Whore la rondine che non fa primavera, quindi un unicum e un qualcosa che verrà eliminato ben presto dalla discografia degli svedesi.
The Avenger mostra i primi segnali di una creatività al risparmio, anche se onestamente non è da buttare; ma per chi ha adorato Once Sent… qua dentro troverà già modo per masticare amaro.
[Zeus]

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