Unida – Coping with the Urban Coyote (1999)

C’è un assunto fondamentale nella cucina italiana ed è il seguente: la versione 2.0 di un piatto della (tua) tradizione, verrà sempre valutato in base alla sua versione 1.0 cucinata dalla nonna/mamma/parente e confrontato in maniera spietata. Questo perché il piatto evoluto manca di una componente fondamentale ed è quella di riuscire a solleticare le “papille gustitive” della memoria tanto quelle della bocca.
Stesso discorso si può applicare alla carriera musicale di John Garcia. Da quando la sua band principale è implosa, tutto il suo peregrinare di gruppo in gruppo è stato accolto da un sopracciglio alzato e da un perplesso: “ma non è certo come i Kyuss“.
Quindi ecco che i giudizi si sprecano sugli Hermano e, logico, sugli UNIDA.
Questi ultimi sono quelli che, più di ogni altro progetto che ha coinvolto il singer americano, hanno il piglio giusto per farti assaporare il ritmo della strada. Il quartetto americano ha abbastanza groove e melodia da rimanerti dentro e, per quanto proponga una versione quantomeno basilare e easy dello stoner, sono molto più groovy e interessanti degli Hermano. Ovviamente ci sarà sempre chi li paragonerà ai Kyuss, chi addirittura si metterà a fare il confronto con i QOTSA, ma è inutile. I primi sono irraggiungibili, vista il loro essere caduchi, mentre i secondi giocano in un campionato diverso e paragonare l’operato da superstar di Josh Homme con quello più underground di Garcia è fare uno sgarbo all’inquieto cantante.
Se vogliamo trovare il classico tallone d’Achille di tutti i progetti di Garcia è, in maniera assai paradossale, il suo punto di forza maggiore: la voce del singer. Le piroette, i miagolii e tutto il registro che usa Garcia nei suoi progetti, fagocita la musica rendendola un complemento “secondario” alla sua voce. Questo è il punto debole e il punto di forza, perché quando la base musicale, seppur groovy, pesante e con una bella chitarra ribassata e dal riffing lineare ma immediato, non riesce ad avere quel quid ecco che interviene John il monopolizzatore, cancellando i momenti “down” (If Only Two). D’altra parte, è la sua stessa voce che livella i brani, “tagliando le gambe” al groove potente.
Però in Coping with the Urban Coyote c’è di che gioire. Thorn ha un riff che è l’equivalente della canzone del sole e così anche Human Tornado. Ma quello che hanno più di molte canzoni stoner è la capacità di arrivare al punto con immediatezza e tirar fuori il groove con poche, calibrate, note.
Il riff di Nervous è stato ripreso, in mille forme, non so quante volte. Quando non indugia sulla ricerca del groove, Arthur Seay vira anche su momenti di maggiore impatto e velocità, Black Woman e Dwarf It, ma cercando di non indispettire il Generale Garcia pisciando fuori dal vaso.
Volete un esempio di tutto questo? Provate a sentirvi You Wish e avrete di fronte la classica canzone che, in ogni latitudine, popola i CD delle band stoner. Ritmi lenti, feeling desertico e psichedelico, fuzz enorme e poi la voce di Garcia che gioca a nascondino per poi emergere come era solita fare in certi brani dei Kyuss.
Coping with the Urban Coyote degli Unida è un disco stoner nel vero senso del termine, dove la minore componente psichedelica (ridotta alla lunga You Wish), viene compensata da un feeling on-the-road che, nello stoner moderno, sembra essere andato perso a favore di una generale riproposizione dello schema: riff Sabbathiano + elementi psichedelici + voce acuta. A questa sequela di copie-carbone di un genere che tanto amiamo, preferisco l’onesta semplicità e schiettezza di questo disco del 1999.
Non é un capolavoro, ma Coping with the Urban Coyote é capace, anche adesso, di farmi premere il piede sull’acceleratore e lasciarmi alle spalle lavoro, casa e problemi del giorno.
[Zeus]

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