The Kovenant – Animatronic (1999)

Già a partire dalla copertina capisci che, dei vecchi Covenant di Nexus Polaris, non ci è rimasto niente. I protagonisti sono gli stessi, solo che un giorno Nagash si è svegliato e ha capito che c’era una band EBM svedese che aveva il copyright sul nome, fa pippa, cambia il nome e… anche l’attitudine della band.
Il vecchio black metal viene accantonato per seguire la strada di un mix di elettronica – industrial – metal che fa più felici i frequentatori delle discoteche alternative piuttosto che quelli del pit davanti al palco. Quindi ecco le ritmiche che odorano di una strana gangbang fra metallo e club berlinesi (elemento già frequentato anche dai Rammstein) e te le buttano in faccia subito: la doppietta Mirrors Paradise –  New World Order con un continuo scambio di cortesie fra la voce filtrata di Lex Icon ed Eileen Küpper, che si occupa delle voci da soprano, mentre sotto c’è tutto il comparto mezzo danzereccio a far da base ritmica.
La strumentazione tradizionale è spesso sotterrata sotto mille effetti, ma ha un piglio melodico e, quando vuole, dal gusto vagamente epico (Mannequin – che assomiglia ad un pezzo dei Tristania passato sotto MDMA).
Sento già le voci gridare e i puristi strapparsi i capelli, perché questo non è un prodotto true metal, non è qualcosa da farsi piacere perché non rispetta le profondità siderali, il gelo, la morte, Satana e annessi&connessi. 
Vero, sia chiaro. Ad ammetterlo con sincerità assoluta, mi vergono quasi a dire quanto segue: in Animatronic non c’è niente di grim&frostbitten e, con buona probabilità, farà cacare il cazzo a trequarti del reame terracqueo, ma ha un feeling squallido da remake di Blade Runner fatto con i buoni sconto del supermercato che mi intriga.
Perché Animatronic è così vicino a quei dischi sintetici che puzzano lontano un miglio di qualcosa che non dovrebbe piacerti, che non dovrebbe farti schifo al caazzo, ma che ti ascolti comunque.
Guardando a ritroso, però, mi viene questa affermazione dal cuore: dieci volte meglio un pezzo contenuto in questo pacchianissimo LP piuttosto che una delle tracce di Battles degli In Flames. Lo preferirei anche se me l’avessero registrato col culo e ogni canzone fosse finita ad minchiam come i finali degli Archgoat al Black Winter Festival XI.
Nello stesso periodo si stavano muovendo anche i Pain di Peter Tägtgren e usciva il disco più moscio dei Samael. Quindi tanto scalpore non fa, perché il 1999 era un periodo così e il black metal soffocava e moriva fra atroci tormenti, mentre altri generi stavano prendendo il sopravvento.
Anticipando eventi futuri, i The Kovenant intitolano una canzone Jihad (che se non fosse per la voce di Lex Icon, potrebbe essere un pezzo dei Rammstein o degli stessi Samael) e si permettono di coverizzare anche Spaceman dei Babylon Zoo – una di quelle canzoni che, nel 1996, sentivi un po’ ovunque.
I The Kovenant, con Animatronic, fanno un’inversione a U e non tornano più indietro, motivo per cui (immagino) non ci sia più notizia alcuna di questa band da anni a sta parte.
Chi li aveva amati prima, qua dentro non troverà sicuramente niente di proprio gradimento; mentre se volete un po’ di svago, quello brutto e con le birre comprate al Discount e dal sapor di mal di testa, Animatronic non è malaccio.
[Zeus] 

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