Satyricon – Now, Diabolical (2006)

E dopo quattro anni di silenzio, l’ultimo disco è Volcano del 2002, i Satyricon tornano con Now, Diabolical. Come descrivere questo LP in poche parole? Il songwriting è essenziale, i brani sono diretti, molto più che in passato, ma non manca un buon feeling spettrale. 

I Satyricon moderni sono ormai una creatura diversa da quella degli esordi, infatti solo poche, vaghe, tracce riportano alla mente la furia degli esordi, mentre Satyr e Frost dirigono la band verso territori più remunerativi. Now Diabolical è il logico successore di Volcano, dove già si era avvertita la svolta black’n’roll – ormai di moda per molte band del settore black.
Possiamo vederla una sorta di tributo a band come Venom o Bathory? Questa è la domanda da farsi.
Guardandolo più da vicino cosa notiamo? L’headbanging fornito da K.I.N.G. e Now, Diabolical, a cui però preferisco The Pentagram Burns, dove emerge una maggiore attenzione all’atmosfera oscura grazie, soprattutto, al buon lavoro di chitarra di Satyr. Delirium è una canzone dal ritmo più lento che, su questo LP, sembra quasi fuori posto,la sua fortuna sta tutta nell’oscurità tangibile che riesce a creare. Ottima, a mio parere, To the Mountains: un’epica di otto minuti, a cui segue la bonus track Storm (of the Destroyer), veloce e caotica.

Pur non recuperando, e non volendolo fare, i fasti del trittico d’esordio, su Now, Diabolical ci sono delle ottime atmosfere oscure. Elemento, questo, spesso sottovalutato o non menzionato in sede di recensione. Tutti si concentrano sulla svolta, plateale e indiscutibile, al black’n’roll, ma non si sottolinea quanto di buono c’è nell’oscurità creata da molti dei brani presenti su questo LP. 

Se dovessi trovare un elemento veramente deludente, a mio parere, è la batteria. Mi sono innamorata praticamente subito del sound duro, veloce e senza compromessi del batterista norvegese e su questo disco non c’è praticamente niente di QUEL sound. Su Now, Diabolical stonerebbe, non è più quel genere di black metal, ma la mancanza del blast beat, della velocità e di tutto l’armamentario black metal tradizionale fa sentire la sua mancanza. 

Se sei un fan di questa band o del black metal in generale e non hai ancora ascoltato Now, Diabolical, ti consiglio di esaminarlo. Potrebbe non essere il tuo preferito (anche se, devo ammetere, non potrà mai essere il mio), ma è comunque un ascolto buono e interessante.

[Contessa Grishnackh]

Mortiis – The Stargate (1999)

Il passaggio dai primi album di Mortiis a questo Stargate, datato 1999, è l’equivalente di guardarsi il campionato di clausura su televisore con il tubo catodico e la Serie A su uno schermo piatto. Questa è la distanza che ci passa, non ci sono cazzi che tengano. Stiamo sempre parlando di un disco che rientra nel filone ambient ma è, al confronto della tripletta fatta uscire fra il ’94 e il ’95, bombastico e chiaro nella registrazione. Teatrale, se vi piace questa accezione legata al sound del musicista norvegese, ma perde quel tocco d’oscurità vera che possedeva nei primi CD dopo l’uscita dagli Emperor
Mi ricordo le recensioni uscite per questo disco, quelle in cui non lo inchiodavano alla croce per i suoni artefatti e da pianola Bontempi, e prendevano per il culo Mortiis per la copertina brutta come la peste. Non brutta di classe come quella dell’album dei Satyricon, ma brutta in maniera pacchiana. 
Non che a Mortiis sia mai fregato meno di un cazzo dell’impressione degli altri, se no non si sarebbe travestito da troll delle foreste norvegesi, ma c’è qualcosa di stranamente sbagliato nella cover art. 
Lontano di molto dalle sonorità ambient prodotte da Burzum e sinceramente anche da quella brutta accezione “dungeon music” con cui si soleva descrivere il sound del polistrumentista norvegese, The Stargate è essenzialmente l’espressione grandiosa e opulenta del sound di Mortiis. Incentrato su un concept fantasy – che dovrei riprendere in mano, ma a quest’ora della notte non è che mi prenda proprio la voglia-, l’ora di musica prodotta da Håvard Ellefsen si basa sulle variegate partiture musicali prodotte da mille stratificazioni di synth-tastiere e sulle vocals di Sarah Jezebel Deva (Therion, Cradle Of Filth). 
La Deva sfrutta le sue tonalità operistiche più come ennesimo strumento nel concept che come vocals a sé stanti, quindi non aspettatevi grandi cose visto che il suo apporto si limita spesso ad una serie di vocalizzi stratificati e modulati che variano dal “oh-oh-oh” al “oh-ah-oh“.
Non stonano con il concept in testa a Mortiis, ma assoldarla per fare ste cose è come prendersi Messi per giocare a Subuteo. Sicuramente divertente, ma francamente non irresistibile. Ma chi sono io per giudicare chi chiamare e chi no? Il Signor Nessuno, ecco chi sono. 
Non faccio neanche ammenda dicendo che i primi dischi di Håvard Ellefsen mi piacciono e hanno un tocco rilassante sul mio cranio, che volete farci sono un romantico che, in certi momenti, ha bisogno di qualche soffusa musica ambient per stare bene. Il post-1999 è un’incognita, visto che dopo questo disco ho smesso di seguirlo con attenzione, se non curiosando le copertine dei suoi dischi. 
Va da sé che The Stargate è l’ultimo vero disco di ambient di Mortiis, poi spostatosi su altri lidi musicali. E, per me, anche il meno incisivo a livello d’emozione rispetto ai precedenti. Pur avendoci messo dentro un po’ di tutto e curato l’aspetto Dungeon&Dragons del sound, al quarto disco toppa con l’aspetto che più mi aveva avvicinato ad ascoltarlo: la bruma, l’oscurità e la calma straniante che permeavano gli LP del ’94-’95. 
[Zeus]

Puntuali come le tasse e la morte. KORN – Issues (1999)

Non si può certo dire che i Korn siano una band di cialtroni seriali. In cinque anni fanno uscire 4 dischi e spostano le coordinate del proprio sound dal nu metal a qualcosa di più simile al concetto musicale di “forma canzone”. Quindi non li si può accusare di essere testardi e immobili su posizioni ormai defunte. In questo temibile 1999, anno difficile per tutti, i Korn si scrollano dalle spalle la prevedibilità del successore di Follow The Leader e abbracciano un momento di maturità. Il che, ed è tutto dire se ve lo riporto io, porta anche alla creazione di un disco come Issues
Pur essendomi indigesto come tutti i prodotti della ditta Davis&Co, Issues ha il pregio di non essere solo una fucilata nei coglioni. 
Con Falling Away From Me hanno fatto il botto in un momento in cui internet, e il downloading selvaggio, erano ancora una cosa da Far West. Trovatemi quante persone erano al corrente di Aimster, Gnutella, Limewire e poi, ovviamente, Napster. E non sto parlando del Napster pulitino post-causa con i Metallica, ma quello da cardiopalma degli esordi. Erano i tempi in cui se volevi sfogare la tua voglia compulsiva di musica, dovevi andartela a comprare piuttosto che scaricartela. 
Quindi riuscire a fare il botto fornendo un brano in mp3, mettendolo in condivisione gratuita, era cosa grossa. I Korn avevano fiutato l’aria e sapevano dove il mercato stava andando a parare. 
Se riascoltate oggi un mp3 originale datato 1999, il file ti da la stessa sensazione di ascoltare un disco raw trve norwegian black metal registrato nel cesso di fronte. Qualità merda, tanto che le cassette usurate e sul punto di suicidarsi hanno un suono più limpido e dignitoso. 
Buttare in pasto ai leoni un brano gratis, cosa che adesso gli artisti si mangerebbero le palle piuttosto di farlo, era una mossa d’orgoglio e quasi di potenza. Jonathan Davis e compagnia erano convinti che Issues fosse un gran disco, talmente sicuri che non hanno avuto il minimo dubbio nel buttarlo in rete (almeno per il singolo sopra citato). Non gli si può certo dare torto, visto che nel 1999 i Korn smettono di essere noiosi come una trasmissione di RadioMaria e fanno canzoni che hanno un senso compiuto. 
L’esperienza di Follow the Leader è servita per limare via tutto il nulla che li contornava. Issues è più semplice e diretto, in altri termini è convincente. Ha ancora il groove esagerato, perché questo non glielo togli neanche con i Navy Seals, ma aumentano la capacità di essere digeribili grazie anche ad una migliore performance vocale. A quanto sembra, invecchiare fa bene. 
Issues non finirà mai nella mia compilation di musica preferita e probabilmente non lo riascolterò più, ma ritornare su questo LP e scoprirlo meno osceno di quello che ricordavo (pur tenendosi molti difetti classici dei KORN) mi fa un certo effetto. 
O il disco era effettivamente buono e io avevo dei pregiudizi, o l’età mi sta ammorbidendo e incomincio a vedere dei lati positivi su tutto, complice la memoria sbiadita. 
A voi l’ardua sentenza… ma potrebbe essere rincoglionimento. 
[Zeus]

Falkenbach – Asa (2013)

Nel 2019 si riesce ancora ad essere cantori delle gesta nordico-norrene, senza essere unicamente dei patetici e pulciosi suonatori di hurdy hurdy? Perché fra essere musicisti a tutto tondo e determinati a riprorre un certo tipo di musica e dei punkabbestia, la differenza è notevole ma spessso non la si nota.
Per quanto riguarda i Falkenbach, e più precisamente Vratyas Vakyas, leader solitario della band, si rientra senza nessun dubbio nella prima categoria. Dal primo LP in studio (…en their medh riki fara…) a questo Asa, datato ormai 2013, l’evoluzione del sound della band è notevole. Notevole, però con un tratto comune: la qualità media delle composizioni.
Diviso fra un sound proprio e un omaggio non proprio nascosto all’epica Bathory-iana, i Falkenbach non ci hanno messo molto a crearsi una nicchia dove poter proporre il proprio sound senza rischiare di pestare i piedi alle “divinità” del genere.
Logico, l’ambientazione, le sonorità e tutto l’immaginario è stato cristallizzato nel tempo da schiera di adepti bardi delle saghe norrene (o finniche), ma anche riproponendo un tema trito c’è spazio comunque per momenti di ispirazione e, nel caso dei Falkenbach, sono la regola più che l’eccezione.
Su Asa, il mainman tedesco bilancia sonorità epiche (Vaer stjernar vaerdan, Mijn laezt wourd o Bluor Fuer Bluot), rigurgiti quasi black-ish/viking (Wulfarweijd o la breve Stikke Wound) e brani dall’alto contenuto poetico ed emozionale (Eweroun, il picco emotivo del disco). Le tre anime non cozzano, ma si completano a vicenda, finendo per ricreare musicalmente quello che, fra i fornelli, viene chiamata “cucina destrutturata”.
Le harsh vocals sono funzionali alla rinnovata vena metallica del musicista tedesco, perorare la causa delle sole clean vocals avrebbe azzoppato un disco che, così concepito, è invece decisamente molto buono e convincente pur nella sua notevole durata: il disco in edizione limitata supera di poco l’ora (in cui Vakyas non si risparmia certo, sentitevi solo Beloved Feral Winter).
Ma la versione normale, quella che sto ascoltando io per l’ennesima volta, si chiude Ufirstanan folk, canzone che mette in riga metà dei “turbozuffoli” che sono nati nel sottobosco metallico post-Quorton.
Da sei anni non si hanno pià notizie del musicista tedesco, ma non mi stupirei di sentire qualche nuova musica a breve visto il suo regime di pubblicazione (due album e poi lunga pausa – in loop).
Se non l’avete ancora fatto, riprendete in mano questo disco. Se siete già sul pezzo, capite perché c’è necessità di farne pubblicità.
[Zeus]

In caduta libera. Danzig – 6:66 Satans Child (1999)

La carriera del mascellone più famoso del circuito metal è simile alle mie energie durante la giornata. Parto bene, tonico e prestante dalla dormita, ma poi incomincio a crollare tipo uranio impoverito nel corso delle ore. 
Il punto peggiore è quello compreso fra mezzogiorno e le due, quando alla fame laida si sovrappone anche la voglia di pennichella (che non riesco a fare, neanche a concentrarmi) e poi fra un sussulto e momenti di depressione arrivo verso la sera sfinito e decisamente incarognito. 
Ho la netta sensazione che il buon Danzig, dalla metà del 1990 fino ad inizio 2000 sia sia trovato nel periodo di mezzogiorno della mia giornata. La perversione con cui si accanisce con l’industrial (che ha portato al fallimento di Danzig 5: Blackacidevil) continua anche con questo 6:66 Satans Child. I risultati sono un po’ meglio del precedente, ma stiamo comunque parlando di un disco che, rispetto agli inizi, può riassumersi come “il fratello che non presenteresti ai tuoi amici“. 
Perché 6:66 è un prodotto che non sa di Danzig, non ha niente di quella formula vicente degli esordi con tanto di Elvis sotto steroidi alla voce. Non c’è la possibilità di ululare, storcendo la bocca come Stallone, Mooother
No, in questo disco del 1999, coerente con l’andazzo preso su Blackacidevil, Danzig flirta con NIN e con Rob Zombie e tira fuori un disco più godibile del precedente, ma altrettanto dimenticabile. 
Nel precedente aveva avuto il coraggio di far cagare il cazzo, in questo rimesta la cosa ma non ha lo stesso piglio fronte alta e poderoso mento all’infuori: qua giochicchia e qualcosa lo tira fuori di decente, cosa che fa sembrare tutto il resto dei brani una mezza cagata. 
Mi piacerebbe perdonargli qualcosa al mascellone, ma non ce la faccio. Non perché 6:66 non meriti, o perché non riconosca che nei primi tre dischi l’ex Misfits non abbia avuto il merito di ritagliarsi un piccolo posto nella storia della musica. 
Ma da questo punto in avanti inizia la decadenza vera e propria, forse inframmezzata con un mezzo rutto di vitalità, ma niente che possa segnarsi negli annali della musica. Tanto che gli ultimi dischi in studio sono una sorta di parodia sfiatata di quello che Danzig era prima di questo fosco 1999. Almeno su 6:66, grazie ai filtri vocali, non si sente l’incominciare del declino vocale del nerboruto singer – cosa che si potrà apprezzare con l’arrivo del 2010 e i dischi di questi ultimi anni. 
Se volete cercare qualcosa di buono per salvare la vita di questo LP, dovete entrare in contatto con la vostra resistenza e arrivare nella seconda parte del disco. Cold Eternal è da segnalare, pur non sembrando niente dei Danzig, e così direi anche Apokalips (che forse si salva per la repentina accelerazione che non permetterà di ballare le tizie delle discoteche gothic) e visto che mi son lamentato della svolta, inserisco anche Thirteen (scritta per Johnny Cash) e forse è quella che consiglierei più di tutte. 
Ma c’è poco da sorridere, perché il 1999 non marca bene neanche per Glenn Danzig e non mi sembra il caso di rivalutare in maniera entusiasta questo LP dati i prodotti abbastanza scadenti che arriveranno. Diciamo che poteva peggiorare dopo Blackacidevil, ma ha deciso di navigare a vista portando a casa un disco non “suo”, ma che fornisce almeno qualche spunto di godimento. 
[Zeus]

Per Natale vi suggeriamo Bruce Dickinson – Scream for Me Brazil (1999)

Come fare a rinunciare ad un regalo per Natale, soprattutto se lo si fa con il metallo nell’anima. Visto che a TMI non siamo proprio dei cattivoni senza scrupoli, vi veniamo incontro e vi diamo un suggerimento: Scream for Me Brazil. Visto che è un disco che ha compiuto da poco 20 anni, direi che lo conoscete tutti e non serve una track-by-track (che mi spacca il cazzo in una maniera esagerata), ma una motivazione fondata per andare a cercare questo pezzo di storia musicale. 
Un motivo semplice semplice è che su SfMB Bruce Dickinson suona convincente e potente. Dire che con la sua band solista trovato una seconda giovinezza è scontato come i prezzi alla Picol! e l’apporto musicale del duo Roy Z – Adrian Smith è notevole e importante, tanto che possiamo soprassedere su qualsiasi piccola sporcizia o “fuori tempo” in cui incappano. Dopo questo live, il singer britannico si farà convincere a rientrare nella band madre e tanti saluti ad una carriera solista decisamente più convincente delle prove in studio dei Maiden post-2000 (e, forse, anche qualcosa prima della fuga). 
Questa è forse la Minority Report e non mi spingo troppo oltre, che i fan dei Maiden sono decisamente attaccabrighe come una donna affamata. 
Almeno sette brani vengono presi dall’ultimo disco in studio (The Chemical Wedding), mentre il resto viene suddiviso fra Accident of BirthBalls to Picasso. Il resto della discografia viene ignorato di sana pianta, ma cosa ci volete fare? Sono 12 tracce, mica un doppio album sborone. 
Pur lamentandomi della mancanza di ulteriori canzoni, non posso che apprezzare la forma vocale di Bruce: praticamente sempre sul pezzo e senza un cedimento uno. Logicamente soffre nei punti in cui gli effetti da studio fornivano supporto vocale (tracce multiple), ma anche qua stiamo sezionando i peli del cazzo e direi che non è il caso. 
E poi su Scream for Me Brazil si sente l’energia della band e, come nei buoni live, anche quella del pubblico che risponde alla botta d’adrenalina proveniente dal palco (sentitevi Killing Floor, dove il botta e risposta su Satan! fra Bruce e pubblico sopperisce a tutto l’armamentario di trucchi da studio). 
Togliendo la copertina oscena, probabilmente affidata al cugino di qualcuno della band che ha affermato di “usare i programmi per la grafica” e pagato poche sterline, io vi suggerisco di tirare fuori dalla polvere questo live. Non scherzo, riascoltatelo perché è veramente qualcosa di eccellente. 
Se non volete capirlo, potete continuare a tenere la testa nella sabbia come gli struzzi e vi meritate di sorbirvi il nuovo singolo di Vasco Rossi. 
[Zeus]

Al limitare del metal. Incubus – Make Yourself (1999)

Sono entrato in contatto con gli Incubus grazie a qualche video su MusicBox, canale dei poveri e che, grazie ad una capacità di attirare richieste musicali pari a zero, faceva girare sempre gli stessi video in continuazione. Grazie a questo fattore di ridondanza mi sono ostinato a stare distante da certe scene musicali o certi dischi, visto il rigurgito acre che mi sale a sentire certi brani è dato proprio dal continuo tormentone dato da MusicBox.
All’alba del 1999 il metal “come lo si conosceva” stava incominciando a tirare gli ultimi e il fenomeno “nu” ingurgitava un po’ la chiunque, bastava avere un DJ o qualcosa che non rientrava nello stilema base del metallaro per venire etichettato a vita con “nu-” qualcosa. O, se proprio ti andava di culo, finivi nella grande squadra dell’alternative. Quello che poi, nei tempi moderni, verrà anche ribattezzato indie.
Dopo non essere stato capace di digerirli, mi son ritrovato fra le mani gli Incubus a causa di una ex-ragazza che conosceva la band. Non mi ricordo se conoscesse qualcosa oltre una canzone, ma eccoli di nuovo sul menu.
Come potete immaginare, vedendo le paroline ex-, finita la storia anche gli Incubus sono ritornati nello scantinato della memoria.
Vi dirò, non sono così malvagi come me li ricordavo. A volte questi grandi recuperi sono ottimi per rinfrescare la memoria e rivalutare cose che, a suo tempo, mi avevano fatto schifo al cazzo per una concomitanza di motivi che non sto qui ad elencare.
Make Yourself è sul confine dell’essere metal, mescolando qualche piccolo ingrediente funk metal ad un palco sonoro molto rock/alternative, e quindi abbraccia uno spettro di ascoltatori più grande di quello a cui i californiani potevano ambire solo qualche anno prima (dicasi 1995, esordio con Fungus Amongus). Cosa che deve aver fatto anche piacere visto che con questo LP appaiono, per la prima volta, in diverse classifiche di vendita e spopolando principalmente in America e nell’ex Commonwealth.
Riascoltato vent’anni dopo, il disco non è stucchevole e, pur non essendo niente che andrei a cercare in maniera spasmodica, non cambierei il canale YouTube per evitarlo. Anzi, ha una qualità di base indiscutibile e gli Incubus trovano in Boyd un cantante di buon livello e capace di giostrare su più stili vocali.

Vabbeh, ancora una volta i ricordi legati a Music Box mi tormentano le recensioni, non ne verrò mai a capo. Ah, la canzone era Southern Girl e proveniva da A Crow Left of the Murder…
[Zeus]

Arcane Tales – Power of the Sky (2019)

Power of the Sky è il nuovo album degli Arcane Tales, one man band dietro alla quale si cela il polistrumentista veronese Luigi Soranno che, tra l’altro, è anche autore di romanzi fantasy. Il genere proposto, come si può intuire, è un metal dedito al power/symphonyc/epic.
Questo tipo di proposta ha avuto il suo periodo di massimo splendore negli anni ’90, arrivando anche ai primi del duemila, per poi finire piuttosto bistrattato dalla maggioranza, a torto o a ragione dipende dai casi. Nonostante tutto, oggi ha ancora una cerchia di appassionati sia tra gli ascoltatori che tra le band che ne portano avanti la causa. Il problema secondo me (ma potete smentirmi), è che oggi sono in pochi a proporre questo sound in maniera convincente e senza annoiare chi non ne è un fan sfegatato.
Fortunatamente ho la possibilità di parlare bene degli Arcane Tales. L’album, prodotto da Broken Bones Records/Silverstream Records e uscito il 15 ottobre, è un buon esempio di metal epico e sinfonico. Senza particolari guizzi in fatto di originalità, la band ci consegna un lavoro onesto, fatto con passione e, mi sento di dire, anche con un occhio di riguardo a chi nel genere non ci crede più tanto. Infatti uno dei lati positivi di questo album è che va immediatamente al sodo, senza perdersi per strada. Il lavoro si presente in maniera abbastanza canonica: nove tracce in tutto, con una intro epica, “Lux Lucet In Tenebris” (bella!), una strumentale atmosferica, “The Magic Dance of the Snow”, una (non troppo) lunga suite finale, “Into The Cradle of Sin”.
In 43 minuti di durata, che solitamente per una band symphonyc power sarebbe un EP, la band dice tutto quello che vuole dire, con brani diretti, non eccessivamente lunghi e, cosa che ho apprezzato tantissimo, molto guitar-oriented. Non mancano di certo le tastiere, compresi anche alcuni assoli, ma la chitarra è la vera protagonista, interprete di un buon lavoro di riffing e sulle parti soliste. Qualche incertezza ogni tanto spunta fuori, in particolare in alcuni passaggi di tastiera e in qualche stacco, ma nel complesso l’album scorre benissimo.
Luigi è anche un bravo cantante, manca forse di un po’ di varietà nelle linee, ma non ha paura di sperimentare spingendosi anche verso il growl nella traccia conclusiva. Ricordiamoci comunque che è sempre lui ad occuparsi di tutto. 
Una delle croci delle one man band però, da cui non si salvano del tutto nemmeno gli Arcane Tales, è la batteria. Per quanto ben eseguita, è molto lineare e poco fantasiosa, ma svolge comunque il suo compito.
Non serve andare oltre nel parlarvi di questo disco. Agli appassionati del genere consiglio di dare un ascolto al CD, agli altri magari un paio di canzoni come “Genesis”, “As a Phoenix” o “Fire and Shadows” per farsi un’idea. 
[Lenny Verga]

Padus – Colloqui Con Il Satana (2019)

A volte ti arriva tra le mani qualcosa che non riesci facilmente a valutare. Nel caso di questo album, l’ascoltatore interessato galleggia a mezza via tra l’apprezzare l’intento, l’idea alla base della proposta e l’efficacia, la qualità della sua realizzazione.
La proposta di Padus è un doom liturgico e funereo che, per quanto derivativo da tutto ciò che sia seguito all’esordio dei Black Sabbath, musicalmente si lascia ascoltare volentieri. Ci sono i riff di chitarra, per quanto semplici, ci sono gli innesti di organo, le melodie ipnotiche, un drumming cadenzato, pochi fronzoli e una produzione lo-fi da cantina che fa molto retrò, che per l’autoproduzione di una one man band così underground ci può anche stare.
Il problema di questo “Colloqui con il Satana”, a parer mio, è il cantato. Premetto che, come si può dedurre dal titolo, le vocals puntano su un parlato/recitato, a volte quasi una preghiera o un’invocazione, se vogliamo.
Io capisco e apprezzo chi voglia portare avanti una propria visione, chi vuole esprimere la propria poetica e abbia ben in mente un determinato modo di farlo. Però non mi sembra che nella componente vocale, fondamentale per portare all’ascoltatore il messaggio dell’opera, ci sia lo stesso lavoro di quella musicale. 
Se i concetti espressi sono chiari della visione dell’artista, intonazione, metrica, accenti e a volte anche la scelta delle parole, avrebbero avuto bisogno di molta più cura perché mi sembra tutto un po’ troppo improvvisato. Da appassionato della musica doom mi sento di dire che con un lavoro più attento avremmo avuto un risultato molto più interessante, perché le idee di base ci sono. Anche se è un prodotto di nicchia e a tiratura limitata, anche se il cantato in italiano limita l’area di pubblico destinata a recepire il messaggio, una migliore qualità nella realizzazione, facilmente ottenibile, mi sembra quanto meno dovuta.
La mia non vuole essere una stroncatura, ma un incoraggiamento a migliorare.
[Lenny Verga]

Ho voglia di andare indietro nel tempo: Bolt Thrower – Real of Chaos: Slaves to Darkness (1989)

Ho bisogno di un po’ di pausa dal 1999, ci sono troppe cose andate male per poter procedere serenamente… e poi siamo a dicembre, quindi vedo quasi più il 2000 che il 1999 (in termini umani, e non di revival, stiamo parlando del 2020). Per questo motivo torno indietro di altri 10 anni, esattamente nel 1989, mentre il mondo assisteva a cose incredibili: il thrash “smetteva” di essere “solo” NWOBH+punk e incominciava a buttarci dentro strutture estremamente tecniche trasformandosi in tecno-thrash, il grunge emetteva il primo vagito e nella perfida Albione si ritornava a respirare ottima musica con le nuove ondate del grind/death metal. Gruppi come Carcass, Bolt Thrower, Napalm Death e molti altri che non sto a nominare vengono spinti addirittura dalla BBC (che John Peel sia lodato per sempre) e tirano fuori capolavori della musica che noi, semplici esseri umani che scribacchiano di metal, amiamo alla follia. 
Di tutti i pesi massimi del grind-death made in UK, in queste settimane avevo voglia delle sberle dei Bolt Thrower. Sarà che è da un po’ che saltano fuori notizie del nuovo Manorfest (dove suoneranno ancora i Memoriam) e mi tornano in mente le chiacchierate che ho fatto con Karl Willetts, Scott Fairfax e Frank Healy – non proprio tre sprovveduti e, se non sapete chi sono/cosa hanno fatto, guardatevi il “CV” e poi tornate qua e penitenziagite-; sarà che il momento storico mi porta a sentire cose pesanti, seppur più virate sul black metal, ma i Bolt Thrower di Realm of Chaos: Slaves to Darkness del 1989 è stata una scelta logica. 
Questo LP ha compiuto da poco trent’anni di vita e, sentito adesso, non perde un’oncia di potenza, bellezza e groove. Nei solchi di questo disco c’è tutto il death metal e c’è anche il grind, quindi la summa quasi perfetta del suono inglese pesante di quell’epoca. Non ha quasi senso mettersi a fare un track-by-track, visto che il disco lo conoscete: a partire da Eternal War e il suo approccio quasi grind-ish e passando per Through the Eye of Terror, il lavoro della band è praticamente perfetto. Velocità, groove, potenza e un Willetts che ti vomita in faccia un growl eccellente. Per evitare eventuali stagnazioni, ecco che gli inglesi ti piazzano flavour doom-death su All That Remains. E poi via con un disco che è praticamente senza senza un filler e che in 30 minuti non concede pietà e che non ha proprio nessuna intenzione di concederti nulla. 
Possiamo discutere se vi piace di più l’incarnazione maggiormente death metal (quella dell’ultimo periodo della band) o questa in cui il grind è ancora un’elemento presente in maniera consistente (per attitudine e influenze), ma su una cosa siamo tutti d’accordo: nel corso della loro carriera di dischi brutti non ne hanno mai fatti, al massimo hanno fatto uscire qualche LP discreto, ma in trent’anni di carriera ci sta anche questo. 
Realm of Chaos: Slaves to Darkness è uno di quei dischi usciti perfetti al momento giusto. Non saprei che altro dirvi, tanto che me ne sbatto della chiusura ad effetto e mi ascolto Plague Bearer e stacco il cervello da questo mondo fatto di gente che posta su Twitter invece che lavorare, guerre, carestie, X Factor e tutta sta merda che rischia di mandarmi matto. 
Ma noi metallari abbiamo il metal e, cari miei, trovatemi un modo migliore per evitare di uscire di casa e trasformare una giornata di sole in un remake di Un giorno di ordinaria follia.
[Zeus]