Prima di poter passare oltre, Burzum – Filosofem (1996)

Nella miriade di recensioni scritte in questi lunghi anni di militanza in TheMurderInn, non ho mai trovato un disco più ostico e al contempo più semplice da recensire di Filosofem. Questo perché il suo impatto sulla storia del metal, estendo il concetto visto che Burzum nel 1996 travalica senza problemi il concetto di “puro” black metal, è talmente grande da portare al conflitto fra gli schieramenti di chi ama Filosofem e chi, questo disco, fa fatica a digerirlo. E, questo è particolarmente ironico, per quegli stessi identici motivi che lo rendono oggetto di culto da parte dei fan più sfegatati di Varg. 
Ma partiamo con calma e ammettiamo al mondo che, al primo impatto, questo disco non l’avevo digerito. Ero abituato ad una certa forma di black metal, un suono crudo, iconoclasta e violento (dicasi stupracristi), e Filosofem rispondeva alla mia necessità di elettricità solo per la metà. E, come potete capire, sto parlando della prima parte del disco. 
Dunkelheit, Jesus’ Tod Erblicket die Töchter des Firmaments riescono a saziare il mio desiderio di black metal elettrico, ricco di melodie accennate ma di rapida presa e immerso in una coltre di ipnotismo e ciclicità che ti mette nello spirito giusto per contemplare la natura. Anzi, mi spingo quasi a dire che sono il portale per immergerti nell’ambiente esterno.
Gebrechlichkeit I è già il passaggio fra quello che era il black metal secondo Burzum e quello che sarebbe diventato, per necessità e sperimentazione, negli anni del carcere. Gli oltre 7 minuti di Gebrechlichkeit I sono le colonne d’Ercole di Filosofem, il momento della verità.
Questo è il punto di non ritorno per chi, nel black metal, vuole solo cristi in croce e Bafometti e chi diluisce il sound del metallo nero all’interno di un concetto più ampio e, quindi, non limitato all’essere foriero di riffing e blast-beat, ma come “essenza”, come “espressione della natura o dell’impotenza dell’uomo verso l’esterno…” (o concetti simili).
Rundgang um die transzendentale Säule der Singularität e Gebrechlichkeit II sono ambient puro e allontanano Burzum dalle sonorità da “cantina” tipiche del suono norvegese degli anni ’90. In totale stiamo parlando di 33 minuti di musica composta con synth e tastiere e lo scarto da Burzum a Gebrechlichkeit II è così enorme, da essere francamente inconcepibile per moltissimi altri gruppi. E questo è da sottolineare se tenete presente che l’esplosione evolutiva della forma canzone, del concetto di metal estremo e delle stesse lyrics, è avvenuta nel biennio ’92-’93. Il 95% delle band, in un biennio, non riesce neanche a capire che suono far prendere alla propria band; Varg Vikernes lavora febbrilmente cesellando il suo stile, creando un tratto distintivo nei suoi primi tre dischi (che già contenevano elementi ambient – quindi non proprio una novità in termini assoluti), prima di disinteressarsi completamente del black metal e incidere il suo più grande capolavoro, attenzione all’ironia, del black metal: il qui presente Filosofem
Ed è proprio nel suo travalicare il concetto stesso di black metal norvegese, il momento in cui si scontra l’anima trve e quella più aperta alle sperimentazioni. In quei 7’53” di Gebrechlichkeit I deve scattare qualcosa, se no si finisce per alzare bandiera bianca e non riuscire a gestire quei 33 minuti di suoni minimali, sintetici e immersi nel buio profondo del vuoto esterno.
Ho letto tempo fa una recensione che mi ha colpito e che, mentre ascolto Dunkelheit, mi viene in mente come fosse ieri e diceva pressapoco così: non è possibile definire Filosofem un disco perfetto tout-court, un disco da 100% nei voti, perché è diviso in due all’altezza della quarta traccia e la differenza fra la prima parte e la seconda è talmente netta che chi ama alla follia le prime tre canzoni, non è concepibile possa trarre lo stesso piacere dalla seconda parte dell’LP. 
Come avete avuto modo di leggere, mi trovo d’accordo con questa affermazione. Valutato nella sua portata storica, Filosofem è eccezionale, un disco che bisogna sentire e apprezzare nel suo riuscire a mettere in contatto una parte profonda di te con la natura circostante; se lo si valuta dal punto di vista strettamente musicale, le prime tre canzoni (quattro se vogliamo restare di manica larga) oscurano quanto viene dopo. Sono talmente annichilenti nella loro perfezione da lasciarti attonito e quasi anestetizzato di fronte alla svolta ambient successiva. 
Il fatto è che, ascoltato “a ritroso”, e partendo dalle ultime tracce, si assapora una sfumatura del sound di Burzum che non riesci a levarti dalla testa, che ti lascia come l’uomo che fissa il precipizio e aspetta solo un cenno da parte sua.
Ancora oggi, e son passati oltre vent’anni dall’uscita di questo LP, non riesco a capire bene come recensirlo o solo giudicarlo. Ancora oggi, Filosofem è talmente polarizzante da non lasciarti la possibilità dell’indifferenza. 
E sia ringraziato Satana che ci sono ancora dischi capaci di provocarti questo sentimento. 
[Zeus]

5 pensieri su “Prima di poter passare oltre, Burzum – Filosofem (1996)

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