Ho voglia di andare indietro nel tempo: Bolt Thrower – Real of Chaos: Slaves to Darkness (1989)

Ho bisogno di un po’ di pausa dal 1999, ci sono troppe cose andate male per poter procedere serenamente… e poi siamo a dicembre, quindi vedo quasi più il 2000 che il 1999 (in termini umani, e non di revival, stiamo parlando del 2020). Per questo motivo torno indietro di altri 10 anni, esattamente nel 1989, mentre il mondo assisteva a cose incredibili: il thrash “smetteva” di essere “solo” NWOBH+punk e incominciava a buttarci dentro strutture estremamente tecniche trasformandosi in tecno-thrash, il grunge emetteva il primo vagito e nella perfida Albione si ritornava a respirare ottima musica con le nuove ondate del grind/death metal. Gruppi come Carcass, Bolt Thrower, Napalm Death e molti altri che non sto a nominare vengono spinti addirittura dalla BBC (che John Peel sia lodato per sempre) e tirano fuori capolavori della musica che noi, semplici esseri umani che scribacchiano di metal, amiamo alla follia. 
Di tutti i pesi massimi del grind-death made in UK, in queste settimane avevo voglia delle sberle dei Bolt Thrower. Sarà che è da un po’ che saltano fuori notizie del nuovo Manorfest (dove suoneranno ancora i Memoriam) e mi tornano in mente le chiacchierate che ho fatto con Karl Willetts, Scott Fairfax e Frank Healy – non proprio tre sprovveduti e, se non sapete chi sono/cosa hanno fatto, guardatevi il “CV” e poi tornate qua e penitenziagite-; sarà che il momento storico mi porta a sentire cose pesanti, seppur più virate sul black metal, ma i Bolt Thrower di Realm of Chaos: Slaves to Darkness del 1989 è stata una scelta logica. 
Questo LP ha compiuto da poco trent’anni di vita e, sentito adesso, non perde un’oncia di potenza, bellezza e groove. Nei solchi di questo disco c’è tutto il death metal e c’è anche il grind, quindi la summa quasi perfetta del suono inglese pesante di quell’epoca. Non ha quasi senso mettersi a fare un track-by-track, visto che il disco lo conoscete: a partire da Eternal War e il suo approccio quasi grind-ish e passando per Through the Eye of Terror, il lavoro della band è praticamente perfetto. Velocità, groove, potenza e un Willetts che ti vomita in faccia un growl eccellente. Per evitare eventuali stagnazioni, ecco che gli inglesi ti piazzano flavour doom-death su All That Remains. E poi via con un disco che è praticamente senza senza un filler e che in 30 minuti non concede pietà e che non ha proprio nessuna intenzione di concederti nulla. 
Possiamo discutere se vi piace di più l’incarnazione maggiormente death metal (quella dell’ultimo periodo della band) o questa in cui il grind è ancora un’elemento presente in maniera consistente (per attitudine e influenze), ma su una cosa siamo tutti d’accordo: nel corso della loro carriera di dischi brutti non ne hanno mai fatti, al massimo hanno fatto uscire qualche LP discreto, ma in trent’anni di carriera ci sta anche questo. 
Realm of Chaos: Slaves to Darkness è uno di quei dischi usciti perfetti al momento giusto. Non saprei che altro dirvi, tanto che me ne sbatto della chiusura ad effetto e mi ascolto Plague Bearer e stacco il cervello da questo mondo fatto di gente che posta su Twitter invece che lavorare, guerre, carestie, X Factor e tutta sta merda che rischia di mandarmi matto. 
Ma noi metallari abbiamo il metal e, cari miei, trovatemi un modo migliore per evitare di uscire di casa e trasformare una giornata di sole in un remake di Un giorno di ordinaria follia.
[Zeus]