Padus – Colloqui Con Il Satana (2019)

A volte ti arriva tra le mani qualcosa che non riesci facilmente a valutare. Nel caso di questo album, l’ascoltatore interessato galleggia a mezza via tra l’apprezzare l’intento, l’idea alla base della proposta e l’efficacia, la qualità della sua realizzazione.
La proposta di Padus è un doom liturgico e funereo che, per quanto derivativo da tutto ciò che sia seguito all’esordio dei Black Sabbath, musicalmente si lascia ascoltare volentieri. Ci sono i riff di chitarra, per quanto semplici, ci sono gli innesti di organo, le melodie ipnotiche, un drumming cadenzato, pochi fronzoli e una produzione lo-fi da cantina che fa molto retrò, che per l’autoproduzione di una one man band così underground ci può anche stare.
Il problema di questo “Colloqui con il Satana”, a parer mio, è il cantato. Premetto che, come si può dedurre dal titolo, le vocals puntano su un parlato/recitato, a volte quasi una preghiera o un’invocazione, se vogliamo.
Io capisco e apprezzo chi voglia portare avanti una propria visione, chi vuole esprimere la propria poetica e abbia ben in mente un determinato modo di farlo. Però non mi sembra che nella componente vocale, fondamentale per portare all’ascoltatore il messaggio dell’opera, ci sia lo stesso lavoro di quella musicale. 
Se i concetti espressi sono chiari della visione dell’artista, intonazione, metrica, accenti e a volte anche la scelta delle parole, avrebbero avuto bisogno di molta più cura perché mi sembra tutto un po’ troppo improvvisato. Da appassionato della musica doom mi sento di dire che con un lavoro più attento avremmo avuto un risultato molto più interessante, perché le idee di base ci sono. Anche se è un prodotto di nicchia e a tiratura limitata, anche se il cantato in italiano limita l’area di pubblico destinata a recepire il messaggio, una migliore qualità nella realizzazione, facilmente ottenibile, mi sembra quanto meno dovuta.
La mia non vuole essere una stroncatura, ma un incoraggiamento a migliorare.
[Lenny Verga]