Al limitare del metal. Incubus – Make Yourself (1999)

Sono entrato in contatto con gli Incubus grazie a qualche video su MusicBox, canale dei poveri e che, grazie ad una capacità di attirare richieste musicali pari a zero, faceva girare sempre gli stessi video in continuazione. Grazie a questo fattore di ridondanza mi sono ostinato a stare distante da certe scene musicali o certi dischi, visto il rigurgito acre che mi sale a sentire certi brani è dato proprio dal continuo tormentone dato da MusicBox.
All’alba del 1999 il metal “come lo si conosceva” stava incominciando a tirare gli ultimi e il fenomeno “nu” ingurgitava un po’ la chiunque, bastava avere un DJ o qualcosa che non rientrava nello stilema base del metallaro per venire etichettato a vita con “nu-” qualcosa. O, se proprio ti andava di culo, finivi nella grande squadra dell’alternative. Quello che poi, nei tempi moderni, verrà anche ribattezzato indie.
Dopo non essere stato capace di digerirli, mi son ritrovato fra le mani gli Incubus a causa di una ex-ragazza che conosceva la band. Non mi ricordo se conoscesse qualcosa oltre una canzone, ma eccoli di nuovo sul menu.
Come potete immaginare, vedendo le paroline ex-, finita la storia anche gli Incubus sono ritornati nello scantinato della memoria.
Vi dirò, non sono così malvagi come me li ricordavo. A volte questi grandi recuperi sono ottimi per rinfrescare la memoria e rivalutare cose che, a suo tempo, mi avevano fatto schifo al cazzo per una concomitanza di motivi che non sto qui ad elencare.
Make Yourself è sul confine dell’essere metal, mescolando qualche piccolo ingrediente funk metal ad un palco sonoro molto rock/alternative, e quindi abbraccia uno spettro di ascoltatori più grande di quello a cui i californiani potevano ambire solo qualche anno prima (dicasi 1995, esordio con Fungus Amongus). Cosa che deve aver fatto anche piacere visto che con questo LP appaiono, per la prima volta, in diverse classifiche di vendita e spopolando principalmente in America e nell’ex Commonwealth.
Riascoltato vent’anni dopo, il disco non è stucchevole e, pur non essendo niente che andrei a cercare in maniera spasmodica, non cambierei il canale YouTube per evitarlo. Anzi, ha una qualità di base indiscutibile e gli Incubus trovano in Boyd un cantante di buon livello e capace di giostrare su più stili vocali.

Vabbeh, ancora una volta i ricordi legati a Music Box mi tormentano le recensioni, non ne verrò mai a capo. Ah, la canzone era Southern Girl e proveniva da A Crow Left of the Murder…
[Zeus]