In caduta libera. Danzig – 6:66 Satans Child (1999)

La carriera del mascellone più famoso del circuito metal è simile alle mie energie durante la giornata. Parto bene, tonico e prestante dalla dormita, ma poi incomincio a crollare tipo uranio impoverito nel corso delle ore. 
Il punto peggiore è quello compreso fra mezzogiorno e le due, quando alla fame laida si sovrappone anche la voglia di pennichella (che non riesco a fare, neanche a concentrarmi) e poi fra un sussulto e momenti di depressione arrivo verso la sera sfinito e decisamente incarognito. 
Ho la netta sensazione che il buon Danzig, dalla metà del 1990 fino ad inizio 2000 sia sia trovato nel periodo di mezzogiorno della mia giornata. La perversione con cui si accanisce con l’industrial (che ha portato al fallimento di Danzig 5: Blackacidevil) continua anche con questo 6:66 Satans Child. I risultati sono un po’ meglio del precedente, ma stiamo comunque parlando di un disco che, rispetto agli inizi, può riassumersi come “il fratello che non presenteresti ai tuoi amici“. 
Perché 6:66 è un prodotto che non sa di Danzig, non ha niente di quella formula vicente degli esordi con tanto di Elvis sotto steroidi alla voce. Non c’è la possibilità di ululare, storcendo la bocca come Stallone, Mooother
No, in questo disco del 1999, coerente con l’andazzo preso su Blackacidevil, Danzig flirta con NIN e con Rob Zombie e tira fuori un disco più godibile del precedente, ma altrettanto dimenticabile. 
Nel precedente aveva avuto il coraggio di far cagare il cazzo, in questo rimesta la cosa ma non ha lo stesso piglio fronte alta e poderoso mento all’infuori: qua giochicchia e qualcosa lo tira fuori di decente, cosa che fa sembrare tutto il resto dei brani una mezza cagata. 
Mi piacerebbe perdonargli qualcosa al mascellone, ma non ce la faccio. Non perché 6:66 non meriti, o perché non riconosca che nei primi tre dischi l’ex Misfits non abbia avuto il merito di ritagliarsi un piccolo posto nella storia della musica. 
Ma da questo punto in avanti inizia la decadenza vera e propria, forse inframmezzata con un mezzo rutto di vitalità, ma niente che possa segnarsi negli annali della musica. Tanto che gli ultimi dischi in studio sono una sorta di parodia sfiatata di quello che Danzig era prima di questo fosco 1999. Almeno su 6:66, grazie ai filtri vocali, non si sente l’incominciare del declino vocale del nerboruto singer – cosa che si potrà apprezzare con l’arrivo del 2010 e i dischi di questi ultimi anni. 
Se volete cercare qualcosa di buono per salvare la vita di questo LP, dovete entrare in contatto con la vostra resistenza e arrivare nella seconda parte del disco. Cold Eternal è da segnalare, pur non sembrando niente dei Danzig, e così direi anche Apokalips (che forse si salva per la repentina accelerazione che non permetterà di ballare le tizie delle discoteche gothic) e visto che mi son lamentato della svolta, inserisco anche Thirteen (scritta per Johnny Cash) e forse è quella che consiglierei più di tutte. 
Ma c’è poco da sorridere, perché il 1999 non marca bene neanche per Glenn Danzig e non mi sembra il caso di rivalutare in maniera entusiasta questo LP dati i prodotti abbastanza scadenti che arriveranno. Diciamo che poteva peggiorare dopo Blackacidevil, ma ha deciso di navigare a vista portando a casa un disco non “suo”, ma che fornisce almeno qualche spunto di godimento. 
[Zeus]