Falkenbach – Asa (2013)

Nel 2019 si riesce ancora ad essere cantori delle gesta nordico-norrene, senza essere unicamente dei patetici e pulciosi suonatori di hurdy hurdy? Perché fra essere musicisti a tutto tondo e determinati a riprorre un certo tipo di musica e dei punkabbestia, la differenza è notevole ma spessso non la si nota.
Per quanto riguarda i Falkenbach, e più precisamente Vratyas Vakyas, leader solitario della band, si rientra senza nessun dubbio nella prima categoria. Dal primo LP in studio (…en their medh riki fara…) a questo Asa, datato ormai 2013, l’evoluzione del sound della band è notevole. Notevole, però con un tratto comune: la qualità media delle composizioni.
Diviso fra un sound proprio e un omaggio non proprio nascosto all’epica Bathory-iana, i Falkenbach non ci hanno messo molto a crearsi una nicchia dove poter proporre il proprio sound senza rischiare di pestare i piedi alle “divinità” del genere.
Logico, l’ambientazione, le sonorità e tutto l’immaginario è stato cristallizzato nel tempo da schiera di adepti bardi delle saghe norrene (o finniche), ma anche riproponendo un tema trito c’è spazio comunque per momenti di ispirazione e, nel caso dei Falkenbach, sono la regola più che l’eccezione.
Su Asa, il mainman tedesco bilancia sonorità epiche (Vaer stjernar vaerdan, Mijn laezt wourd o Bluor Fuer Bluot), rigurgiti quasi black-ish/viking (Wulfarweijd o la breve Stikke Wound) e brani dall’alto contenuto poetico ed emozionale (Eweroun, il picco emotivo del disco). Le tre anime non cozzano, ma si completano a vicenda, finendo per ricreare musicalmente quello che, fra i fornelli, viene chiamata “cucina destrutturata”.
Le harsh vocals sono funzionali alla rinnovata vena metallica del musicista tedesco, perorare la causa delle sole clean vocals avrebbe azzoppato un disco che, così concepito, è invece decisamente molto buono e convincente pur nella sua notevole durata: il disco in edizione limitata supera di poco l’ora (in cui Vakyas non si risparmia certo, sentitevi solo Beloved Feral Winter).
Ma la versione normale, quella che sto ascoltando io per l’ennesima volta, si chiude Ufirstanan folk, canzone che mette in riga metà dei “turbozuffoli” che sono nati nel sottobosco metallico post-Quorton.
Da sei anni non si hanno pià notizie del musicista tedesco, ma non mi stupirei di sentire qualche nuova musica a breve visto il suo regime di pubblicazione (due album e poi lunga pausa – in loop).
Se non l’avete ancora fatto, riprendete in mano questo disco. Se siete già sul pezzo, capite perché c’è necessità di farne pubblicità.
[Zeus]

4 pensieri su “Falkenbach – Asa (2013)

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