La recensione di fine gennaio è affidata ai Therion di Deggial (2000)

C’erano una volta i Therion, una promettente band death metal svedese che una mattina si svegliò e decise di voler essere qualcos’altro. Sebbene ci sia ancora chi, al pensiero di questo cambiamento, invochi santi e divinità varie, nel loro percorso evolutivo i Therion sono diventati una realtà unica nel suo genere, inimitabili paladini del metal sinfonico con una discografia bella lunga alle spalle. Che piaccia o meno questa veste (a me, eccezionalmente, sì), proprio pochi anni prima della pubblicazione dell’album in questione avviene il cambiamento definitivo, almeno per un certo periodo di tempo, con il totale abbandono delle sonorità estreme e l’introduzione di cantanti d’opera.

Era da qualche anno che non ascoltavo Deggial e rispolverarlo in occasione del ventennale me lo ha fatto un po’ riscoprire e apprezzare di più rispetto al tempo in cui venne pubblicato. Dico questo perché, nonostante sia un album molto buono, soffre ancora oggi di un problema: cioè l’essere uscito in seguito a quello che non solo io considero un capolavoro ineguagliato del symphonic metal e contro il quale perde qualsiasi confronto: Vovin

Quest’ultimo è uno degli album che posso considerare “della vita”, bellissimo, ispirato, emozionante. Sebbene Deggial si possa considerare un “more of the same”, non raggiunge mai i picchi compositivi del suo predecessore. Si può trovare qualche guizzo di quella genialità nell’opener “Seven Secrets of the Sphinx”, in “The Invincible” e “Ship of Luna”, probabilmente i migliori momenti dell’intero lavoro, e in “Via Nocturna part II – Hexentanz”. Non che il resto non si lasci ascoltare, anzi!

Deggial è un bel CD dopotutto, dove fa la sua comparsa anche Hansi Kursch dei Blind Guardian in un brano e che si conclude con un’esaltante cover di “O Fortuna” di Karl Orff. Purtroppo per lui, l’ingombrante ombra proiettata dal fratello maggiore, troppo vicino nel tempo, non gli da possibilità di sfuggire ogni volta ad un paragone. Una riascoltata se la merita in ogni caso, potrebbe sorprendervi.
[Lenny Verga]

Il fan service dei MayheM produce Daemon (2019)

Attualità passata: ascolto il nuovo disco dei MayheM e, francamente, non lo capisco.
Mi spiego meglio. Daemon dei MayheM è l’equivalente del fan service nelle serie televisive. C’è tutto quello che deve esserci, arriva a destinazione perché progettato in laboratorio per essere efficace, ma non ha nessuna anima. Non ha veemenza pur mettendoci potenza e black metal.
Il fatto è che non posso neanche volercela con loro, tanto sono fatti così. Acchiappano le mode, mutano forma e costumi, provando a restare MayheM, ma senza avere bene in mente cosa significa esserlo. I Mayhem sono diventati un mito astratto, mentre la realtà terrena è tutt’altra cosa e di tutt’altra pasta. Il mito paga le bollette, Attila e compagni mettono le tonache (come da dettami del black metal moderno), eseguono in toto De Mysteriis Dom Sathanas riportando la band sui radar e poi registrano l’album senza sugo Deamon. Il bassista rilascia dichiarazioni deliranti, la storia fatta con i SE – edizioni Necrobutcher, e intanto Teloch e Ghul scrivono il disco cercando di suonare come… beh, come dovrebbero suonare i MayheM nel 2019 o nel 1999 o nel 1994? Perché la band, non avendo forma definitiva (a parte, forse, la parentesi con Blasphemer), non è circoscrivibile ad un periodo definito. Daemon suona old, suona black metal e, nello stesso tempo, ha l’attitudine più nuova, quella post-rivoluzione copernicana, post-Euronymous.
Il nuovo disco è figlio della band, non ci sono dubbi. Non potete sentire questo LP senza pensare che è qualcosa prodotto dai MayheM. Lo si sente in mille passaggi e ti fa sentire al sicuro e tranquillo che il disco che hai acquistato ha un senso.
Ma quale?
Questa è la domanda su cui dovete soffermarvi, quale senso ha Daemon. Aggiunge qualcosa, toglie qualcosa, ha cuore, ha innovazione…? La risposta è, per tutte, no. Non aggiunge niente, è un prodotto della restaurazione, non della rivoluzione (di cui i Mayhem, per un periodo, erano portabandiera). Non è brutto, quindi lo puoi sentire senza fare gli scongiuri. Per il resto, è semplicemente un disco che lascia il tempo che trova.
Che non ti emoziona. Che non ti prende le viscere e te le rivolta.
Sarà che son passati troppi anni dal 1990, sarà che internet ha distrutto il velo di Maya e adesso non c’è più quella fanciullesca attesa del disco, ma io continuo ad emozionarmi quando sento Freezing Moon o rimango sempre, ed inevitabilmente, stupefatto, quando ascolto Grand Declaration of War. 
Ma anche, come ho detto nella recensione, un “semplice” EP come Wolf’s Lair Abyss supera di gran lunga le 10 tracce contenute in questo LP. 
Paragoni irriverenti, sia chiaro, perché è difficile valutare due epoche così differenti, ma se è su quell’epoca che la band attuale sta marciando, allora tanto vale svelare che il Re è Nudo e dietro Daemon c’è forma, ma non sostanza.
[Zeus]

Hänsel und Gretel in versione metal. Lindemann – F & M (2019)

Skills in Pills era l’equivalente del figlioccio strambo nato da un parto fra due stupende pornostar. Ti dici, i geni ci dovrebbero essere, quindi la discendenza non sarà che un capolavoro. Dopo cinque anni, mi accorgo che quel disco non lo tocco neanche con la canna da pesca e lo tratto come un incidente di percorso.
Divertente? Forse lo è stato per poco tempo, ma era dimenticabile e così è stato – profeticamente, oserei dire.
Forse forse, a sondare per bene nel bitume del cervello ottenebrato dai troppi superalcolici del Capodanno, trovo qualche melodia incastrata fra le pighe del cervello, come del grasso filamentoso fra i denti. 
F&M, invece, esce in uno spazio temporale strano. Il nuovo disco dei Rammstein non ha ancora incominciato ad avere uno strato apprezzabile di polvere sopra e Till Lindemann si riunisce con il suo compare dei PAIN e registrano un disco.
Due considerazioni mi saltano alla mente: a parte che mi chiedo quanta voglia avessero i Rammstein di far uscire quel disco, che motivo c’era di resuscitare un pagliaccio poco simpatico come i Lindemann?
F&M però non è imbecille come il precedente, e questo è un punto da sottolineare immediatamente. Il disco sembra fatto con maggiore sale in zucca e, seppur votato nuovamente ad un quasi nulla a sostegno DEL  chorus acchiappone, i brani hanno una profondità maggiore. Su questo LP, e finalmente direi, Lindemann torna a cantare in tedesco e lascia stare quell’obbrobrio di lyrics in inglese che si era tirato dietro su Skills in Pills. L’imbarazzo generale di quanto sentito sul CD del 2015, grazie al Capro, viene stemperato dal fatto che in origine F&M era la soundtrack per l’adattamento teatrale di Hänsel und Gretel, quindi il magnifico duo elimina un sacco di stronzate e va dritto al punto. 
Si sentono enormi influenze musicali dei Pain (Steh Auf o Ich weiss es nicht), ma anche momenti a la Rammstein – con un po’ più di vivacità dei teteski (l’uso delle tastiere su Platz Eins o lo sfogo metallico improvviso di Knebel, che inizia parodiando un kraut-western). Quando il disco non oscilla fra questi due spettri, ecco le ballad classiche (Wer weiß das schon o Schlaf ein) o brani come Ach so gern, che te li immagini suonati dall’Orchestrina Bronchenol sulla spiaggia del Danzica.
Alla notizia del nuovo disco dei Lindemann, ho tremato pensando di ascoltare una vaccata come il precedente. Ho temuto per la mia voglia di arrivare a fine giornata… ma mi sono dovuto ricredere.
L’inconsistenza dimenticabile di Skills in Pills è stata lasciata alle spalle e con F&M, pur approcciandosi al mercato in maniera furbesca, si respira maggiore maturità, qualità e varietà. Non sarà il miglior disco del 2019, ma almeno non ti vergogni a sentirlo quando stai facendo le pulizie di casa. 
E, visti i chorus talmente esplosivi da tirar giù più teatri dei missili terra-aria, dal vivo i brani devono essere ottimi.
[Zeus]

La teoria del Rag. Filini applicata ai Borknagar – True North (2019)

I Borknagar sono un pò come il pesce ratto, c’è a chi piace e a chi no, e a me piacciono, soprattutto quando fanno la roba alla Borknagar, tipo in questo caso. Ecco, so che è una frase senza senso, ma non saprei spiegare a qualcuno che non ha mai ascoltato i Borknagar che cosa suonano. Hanno un non so che di musica estrema norvegese, ma rivisitata, ma non hanno neanche troppo seghe mentali strumentali progressive anche se sperimentano molto, insomma invece di leggere ‘ste 4 stronzate che ho scritto, mettete su questo dischetto e vedrete come l’alternanza delle voci chiare e scure (pulito e growl) si fondono con le armonie delle chitarre e se chiudete gli occhi verrete trasportati nelle selvagge distese innevate del nord europa dove l’oceano viene spinto dal gelido vento ad infrangersi sugli scogli dei fiordi. In questo CD, poi, a farla da padrone è il buon ICS Vortex, ritornato, dopo l’abbandono di Vintersorg, ad essere la voce principale. E le stesse canzoni, rispetto a quelle degli LP precedenti, dove l’utilizzo di più cantanti portava verso l’effetto pastone, sono maggiormente focalizzate. Comunque devo anche ammettere che anch’io non ho apprezzato True North al primo colpo perchè, come cercato di spiegare prima attraverso perifrasi ad minchiam, cercavo di inquadrarlo, cercavo “la canzone” da poter ascoltare, il ritornello, ma non è qua il caso, e non è quello che i Borknagar sanno fare meglio. Qui a farla da padrone è l’atmosfera, questo è un disco da ascoltare con calma, rilassati, magari in una gelida ma tranquilla sera d’inverno, e lasciarsi trasportare verso il vero nord.

[Skan]

La compilation del malessere. Eyehategod – Southern Discomfort (2000)

Dove vivo io, trovare CD stoner/sludge era un vero delirio. Sarà che fino ad una quindicina di anni fa chi ascoltava questo genere era quantificabile sulle dita di una mano, ma anche la proposta di dischi nel capoluogo non era proprio enorme. Se eliminiamo il negozio generalista (vendeva articoli elettronici) che è morto con l’avvento del web, i due negozi “specializzati” non possedevano musica di questo genere. Dopo anni di agonia, uno è morto lasciandoci con un solo negozio di musica che, come i Giapponesi sulle isole sperdute del Pacifico, continua la sua missione di fornire musica al popolo bolzanino. 
No, non c’era chance di trovare musica come quella degli Eyehategod qua. O, se arrivava, era mezza copia e quindi finiva con la stessa velocità di una scorreggia post-fagiolata. 
Per ritrovarmi fra le mani Southern Discomfort, che non è altro che una compilation di demo provenienti da Take as Needed for Pain e outtakes di Dopesick, mi son dovuto ritrovare, da solo, a Monaco di Baviera. Me lo ricordo ancora quel momento, visto che comunque non ho preso ‘sto disco al momento dell’uscita ma diversi anni dopo (diciamo dopo il 2007, ma non saprei dire con precisione quando). Veniva giù tanta di quella pioggia che Greta Thunberg avrebbe predetto l’Apocalisse solo guardando fuori dalla finestra dell’Ostello dove ero parcheggiata.
Ma se non trovi un po’ di vero sconforto, che cazzo vai a cercarti gli Eyehategod? Perché il mood dell’acquisto è esattamente quello che porta i risultati desiderati al momento del pagamento: quindi sconforto, freddo, depressione ostile e odio sconsiderato verso gli esseri umani è uguale all’acquisto di Southern Discomfort. La summa perfetta della spesa al momento giusto. 
Ci sono persone che quando sono in quello stato emotivo prendono e cambiano guardaroba, tagliano i capelli o prenotato un viaggio in crociera. Visto che non cambio quasi mai guardaroba, i capelli son rasati da almeno metà della mia vita e le barche grandi con sopra quantità enormi di gente  mi fanno ribrezzo, allora mi getto a capofitto nelle grandi praterie dell’odio, del disgusto, dei riverberi, dei feedback e della droga garantite dalla band di New Orleans. Lo considero la mia Spa privata, il mio momento detox, visto che delle novità americane di infilarsi un tubo nel culo e spararmi del caffè dentro per depurarmi… beh, avete capito anche voi… non è che ne sia proprio un fan accanito. 
Quando ho acquistato questo disco non lo sapevo fosse una compilation. Ero solo contento di aver visto un CD di una band che conoscevo e che era ancora disponibile nello stesso meridiano e nello stesso fuso orario. Solo dopo, con le conoscenze date da internet, ho visto cosa c’era dentro. Che la depressione contenuta in quei solchi erano versioni scarne, violente di quello che gli americani avevano partorito fra il 1993 e il 1996. 
Ma questo disco ha un posto speciale nella mia classifica del disagio, sarà che mi ricorda la pioggia di Monaco o il girovagare al freddo fra ogni sottocultura debosciata, ubriaca e disturbante di certi anfratti monegaschi, ma il suo essere il figlio sgraziato e ricoperto di vomito rende Southern Discomfort un LP più che una mera compilation. 
Se non si apprezza un disco di “scarti” degli Eyehategod, come si può continuare ad amare la band? Una band che, degli scarti e della bruttura, si è fatta cantore brutale e irriverente. 
Recuperatelo perché è il cane senza una zampa, il mobile IKEA arrivato rotto e il disco brutto che vorreste aver fatto voi. Southern Discomfort non è e non sarà mai il miglior disco della band, ma chi cazzo se ne frega dico io. 
[Zeus]

Ancora gli HIM di Razorblade Romance… ma questa volta è Lenny a dare la sua versione dei fatti.

Quando ero al secondo anno di università, minchia son già passati vent’anni, una sera mi ritrovai in un noto bacaro di Venezia con un gruppetto di finlandesi in vacanza. Visto che la birra ha il potere di unire le persone, non fu difficile attaccare discorso. Questi ragazzi mi dissero quanto gli piacesse la città, mi raccontarono dove erano stati e cosa avevano visto. Dopodiché si passò ad argomenti molto più elevati come, ad esempio, se fosse meglio ubriacarsi un po’ alla volta bevendo della birra fresca o in un botto ammazzandosi di superalcolici. Ovviamente ognuno aveva la sua opinione in merito, alcuni propendevano anche per entrambi, senza preoccuparsi delle distinzioni. 

Essendo io un metallaro sfegatato non persi l’occasione di tirare fuori l’argomento “musica” davanti a dei finlandesi. Dopo aver professato il mio amore spropositato per i Sentenced, band che rimpiango ogni giorno della mia vita, snocciolai nomi uno dietro l’altro per far capire quanto il metal finnico fosse popolare da noi. 

Quindi si parlò di Amorphis, Nightwish, Children Of Bodom, Stratovarius, Apocalyptica, la lista potete immaginarla, fino a quando qualcuno di loro disse “HIM!”. “Chi???” dissi io. “HIM!”. “Lui chi?”. “No, HIM, H – I – M”. “Ah, HIM! Sì certo, HIM!” risposi da paraculo, chiedendomi nel frattempo chi cazzo fosse/fossero. Presi mentalmente nota del nome per cercare di scoprire qualcosa. Al tempo non esistevano smartphone e anche in casa erano in pochi ad avere internet, quindi aspettai che si presentasse l’occasione.

Fu proprio con l’uscita di Razorblade Romance, recensito su una rivista un paio di settimane dopo, che entrai per la prima volta in contatto con gli HIM e, a partire dalla copertina, dissi subito “No, grazie”. Modo molto immaturo di prendere una decisione, lo ammetto, ma ero ancora giovane e avevo pochi soldi da spendere in CD. Nei vent’anni successivi comunque non mi capitò mai di ascoltare questo gruppo, nemmeno con gli altri album. Quindi è in occasione di questo anniversario che per la prima volta mi sono preso l’impegno.

Devo ammettere che la proposta musicale non incontra proprio i miei gusti, troppo soft, troppo “easy”, ma mi trovo comunque ad apprezzare le doti vocali di Ville Valo. Mi piace il suo tono profondo anche se in alcuni brani insiste un po’ troppo sugli acuti, che immagino facciano sospirare tanto le ragazzine. Le melodie sono molto orecchiabili e nemmeno troppo scontate, questo è un bene, un punto a favore. L’uso dell’effettistica l’ho trovato abbastanza inutile e non posso certo lodare gli assoli di chitarra. 

Non li ho ascoltati per tutto questo tempo e non ne ho sentito la mancanza, ma probabilmente li avrei apprezzati come sottofondo nei locali, negli eventi o durante i viaggi al posto di tanta altra roba inutile. A piccole dosi ovviamente, almeno per quanto riguarda questo album, perché nella sua interezza mi ha annoiato un po’. Nel complesso l’ascolto rimane comunque piacevole, anche rilassante e se questa è/era la musica easy listening che passava per le radio finlandesi, fortunati loro, perché è molto meglio di più o meno qualsiasi cosa ci viene propinata in Italia.

[Lenny Verga]

Romanticismo, amore e metal. In poche parole: HIM – Razorblade Romance (2000)

All’inizio del nuovo millennio non si poteva scappare dal Love Metal. Gli HIM erano una band citata ripetutamente, più spesso dal pubblico femminile vista la supposta avvenenza del singer Ville Valo (o per le tematiche. Ma chi cazzo le ascolta le tematiche? O forse sono io che ascolto gruppi stupra-cristi e va bene tutto?), ma suppongo che, visti i dati di vendita, non siano state solo le donne a comprare questo disco e promuovere gli HIM nel mondo. Detto della popolarità del nuovo millennio, va anche accennato che loro sono i promotori dell’Heartagram e il futuro prossimo valuterà se aprire un secondo Processo di Norimberga contro questo crimine. Non sta certo a me discutere su quello che è venuto fuori in quel periodo storico. 
Non c’è da nascondersi dietro un filo d’erba e criticare a cazzo di cane, la loro popolarità dell’epoca era dovuta proprio a quel mix di generi che abbracciava senza distinzioni gli anni ’80 fino alla metà dei ninties: quindi ecco che nel nuovo millennio si riaffaccia orgoglioso il gothic, spruzzate di glam, di rock da classifica e poi c’è la grossa componente pop condita, però, da un singer con la voce baritona e un’attitudine tanto dannata quanto sexy e capace di bagnare più donne dei Monsoni.
Se vogliamo citare qualche band a caso, anche se giocano in campionati diversi, la lista potrebbe prendere gruppi come i 69 Eyes, i Type O Negative o i Sentenced (se vogliamo tirar dentro anche i finnici, sicuramente vicini agli HIM per certe tematiche); ma aggiungo anche le band degli eighties (Depeche Mode, Roxette e tutta questa gente qua). 
Dove i riferimenti musicali sono abbastanza semplici da individuare, pur se declinati in una versione molto più pop e laccata (data da una produzione limpida e bombastica) rispetto alle prime prove del gothic europeo della metà dei ninties; la parte del leone, come detto sopra, la fanno le lyrics. Amore, odio, morte, perdita, tormento e tutto quello che poi preso e centrifugato nei romanzi come Twilight et similia, viene condensato in undici tracce a prova di bomba.
Voi capite che queste lyrics possono far breccia nel cuor di generazioni nate con lo sdoganamento del black metal sinfonico e acchiappone ed il gothic metal promosso anche dalle ormai emergenti female-fronted band. Ville Valo concepisce un mix corretto di parti, che non ti fanno guadagnare punti-bestemmia da sfruttare in caso di confronto con Dio, ma eccome se fanno presa. 
Il fatto è che Razorblade Romance è un disco pop, con sfumature “dure” che si diluiscono velocemente con il passare delle canzoni (non è una bestemmia dire che già dopo il primo minuto di canzone siamo già in territori da classifica? Se le radio fossero posti migliori, sarebbero dentro senza problemi… ma questo valeva anche per quel condensato di singoli chiamato One Second). 
Non credo che ci sia da stupirsi su questo andamento, cari miei. L’hair metal e il glam metal non erano morti poi da troppo tempo e, pur avendo alcune parti più metalliche, nella seconda ondata il DNA pop era ben radicato e ben esplicato da gente come i Bon Jovi. E se nel grande piatto dei soldi della musica ci mangia gente così, perché non dovrebbero provarci anche gli HIM? 
Circa ogni dieci anni il mondo della musica si prende male e guarda indietro, facendo riemergere sonorità finite sul fondo del mare e ormai talmente schifate dalla gente che, essere accostati a certi suoni, era simile ad essere chiamati figli di un cane. Esagero, ma la gente ha memoria corta ed essere chiamati glam/hair metal era un insulto, poi sono venuti fuori gli Steel Panthers.
Vent’anni dopo, riascoltandolo con le orecchie pulite da tutte le diatribe fra trve metal, false metal, defenders of the faith e, ovviamente, black metal figa-repellente, si può dire che Razorblade Romance è un album pop-rock che, per una congiuntura astrale sbagliata (essere associato al metal e soffrendone la categoria), non è stato recepito da un pubblico più ampio di quello che ha raggiunto. 
Non la mia tazza di tè, ma posso capire perché ha fatto strage di cuori.
[Zeus]

Altro recupero oltre le linee nemiche: Sodom – Out of the Frontline Trench (2019)

Tom Angelripper potrebbe essere il protagonista di uno di quei film adolescenziali americani che andavano di moda tempo fa, ovvero uno giovane sfigato con la pettinatura a scodella che, partendo dal nulla, grazie solo alla sua determinazione e alle sue doti (e ancora alla sua determinazione) raggiunge il top dei suoi obbiettivi.
Potrei dire che è tipo il giovane musicista che non viene cagato da nessuno, ma grazie al suo talento e la cieca testardaggine nel provarci sempre diventa una star.
Ho specificato “potrebbe essere” perchè, diciamolo, il buon Thomas Stauch latra più che cantare e suona il basso come se fosse una motozappa. Ma allora come ci arriva a sto cacchio di top? Beh, se avreste seguito la prima lezione del corso di marketing, sapreste sicuramente che il buon dirigente d’azienda non è quello che sa fare tutto, ma colui che sa mettere la gente giusta nel posto giusto. E questo Tom lo sa fare e lo ha sempre fatto, quindi via la vecchia lineup e dentro non i migliori, non i più tecnici, ma la gente più adatta: quindi dentro il figliol prodigo Blackfire, l’amato ex-chitarrista dei tempi di Persecution Mania e Agent Orange, dentro un batterista rodato e tritatutto come Husky degli Asphyx e Desaster, e aggiungiamo un pò di carne giovane con l’inedita formula a 4 elementi con l’innesto di Yorck Segatz alla seconda chitarra, che poi un giovane fa sempre comodo anche per smontare il palco e caricare gli amplificatori in furgone. E via di nuovo sui palchi a suonare! E il nuovo CD?
Beh, quello uscirà quando sarà pronto nel 2020, cosi si pensa. Intanto per placare la fame dei fans sono usciti due EP, prima PARTISAN e poi questo. In questo caso, 5 canzoni, 3 inediti e 1 rivisitazione di Agent Orange e la versione live di Bombelhagen.
E come sono questi inediti? Il buon Tom, a mio avviso, ci ha azzecato in pieno con questa line-up.
3 mazzate di thrash alla Sodom (d’altronde..) sparate ed incazzate. Se questi sono gli scarti del CD a venire, ritiriamoci presto in trincea!

[Skan]

Chimaira – This Present Darkness (2000)

Di recente girava sui vari social un video dove un enorme tizio dalle guance rosse e pacioccose disintegrava con uno schiaffone le cellule cerebrali di un altro tizio tutto tatuaggi e piercing, in una sorta di campionato o competizione di sganassoni. In un altro video lo stesso tizio demoliva sempre a schiaffoni dei cocomeri, perché se sai fare bene qualcosa devi assolutamente farti riprendere e caricare i video su YouTube. 

L’EP d’esordio dei Chimaira può avere, per l’ascoltatore ignaro, lo stesso effetto di quelle sberle da campionato mondiale, già a partire dalla prima traccia, la title track. Devo ammettere di non aver mai seguito questa band e la sto riscoprendo proprio nell’occasione del ventennale del suo esordio. La cosa sorprendente è che l’incazzatura che emerge da ogni nota di questo lavoro è notevole anche dopo tutti questi anni. 

La band statunitense propone un mix azzeccato tra death metal e metalcore, genere che già pochi anni dopo, causa inflazione di band fotocopia prive di idee, fantasia e personalità, farà cadere i maroni un po’ a tutti al solo sentirlo nominare. Ma qui siamo agli esordi della New Wave, della rinascita della scena metal USA,  quindi ci sono ancora l’inventiva, le idee e, soprattutto, le mazzate. 

Limitarsi comunque a termini quali death e core non rende giustizia alle tracce presenti su This Present Darkness. La band include nel proprio sound tanto groove (i riff di chitarra, per quanto non troppo vari, sono sempre azzeccati e spezza collo), alcune similitudini con la scena nu (certe parti tra il recitato e la cantilena portano alla mente reminiscenze di Korn e Slipknot), rumorismi ed effetti che mi hanno ricordato i Fear Factory, inaspettate aperture melodiche (ascoltate Empty o Gag e sorprendetevi), dimostrando una capacità compositiva ed una personalità di tutto rispetto.

Mi dispiace essermi perso questo EP ai tempi della sua uscita, ma purtroppo è impossibile riuscire a stare al passo con tutto e lo era ancora di più vent’anni fa, quando internet era molto lontano dall’essere ciò che è adesso, nel bene e nel male.

La rabbia, la furia che l’allora giovane band, ormai non più in attività, voleva sfogare attraverso la propria musica bastona forte ancora oggi. Se non avete mai ascoltato questo album, potrebbe essere l’occasione giusta.

[Lenny Verga]

L’urgenza di ascoltare death metal. Dismember – Hate Campaign (2000)

Musica per chi non ha tempo da perdere. Potrebbe essere uno slogan efficace. Dovete fare un tragitto di mezz’ora in auto? Avete una pausa pranzo non eccessivamente lunga? Siete di quelli che soffrono a lasciare gli ascolti a metà? Ecco a voi del buon death metal breve ma intenso. Hate Campaign dei Dismember potrebbe rientrare in questa categoria. Undici pezzi tiratissimi della durata media di tre minuti, ad esclusione della più lunga title track posta in chiusura dell’album, per un totale di poco più di trenta minuti di musica estrema. 

Era da un sacco di tempo che non riprendevo in mano questo album e un po’ mi dispiace perché l’ho ascoltato molto volentieri. Il 2000 è stato un anno controverso, forse perché i numeri tondi, nella testa della gente, devono per forza segnare un cambiamento, una svolta e, secondo i più maliziosi, nemmeno i cinque svedesi qui presenti sono rimasti immuni a ciò. 

Hate Campaign viene visto come l’album “melodico” dei Dismember, perché si dice che la band, tra i prime mover della scena death estrema svedese insieme a band come Entombed e Grave, si sia lasciata in qualche modo influenzare dal Gotheborg Sound di gruppi come In Flames e Dark Tranqillity che ha spopolato a fine anni ’90. 

Personalmente penso che in questo caso la verità stia nel mezzo. L’album presenta in effetti qualche inserto più melodico rispetto alla produzione precedente, ma è più un arrotondamento, uno smussare gli spigoli, che non un ammorbidimento del sound. Se proprio vogliamo fare un paragone, più che le due band sopra citate, prenderei come esempio gli At The Gates. (Ri)ascolate questo album e noterete come la band pesti forte sull’acceleratore, senza mai mollare la presa, tanto che le song stesse sembrano tutte attaccate senza una pausa tra una e l’altra… provate col CD nel lettore e sentirete che non c’è nemmeno il mezzo secondo di stacco tra i pezzi. In tutto ciò di “melodico” c’è veramente poco, mentre abbondano violenza e velocità.

Non un disco imperdibile, se proprio dobbiamo dirla tutta, ma un lavoro onesto che comunque al giorno d’oggi si ascolta più volentieri di tanta roba contemporanea iper melodica e che ci fa ricordare come era la scena svedese vent’anni fa.
[Lenny Verga]