BS Bone – Inside Insanity (Demo) (2019)

Il cibo è sempre un ottimo mezzo per fare dei paragoni. Esistono cibi che ci piacciono molto ma che mai ci verrebbe in mente di unire nello stesso piatto… finché non capita di ritrovarti in una pizzeria in Slovenia con un amico inglese. E già qui si rizzano i peli sulle braccia. Mettiamo pure che il ristorante in questione sia in grado di sfornare una pizza dignitosa, in fin dei conti il confine con il suolo italico non è molto lontano. Ma ecco che ci pensa l’amico inglese, ordinando una pizza con le acciughe (piatto che adoro), con aggiunta di… kebab. Non che il kebab non mi piaccia, anzi è una di quelle ciccionerie che non mi faccio mai mancare, soprattutto in giro per i festival. 

Quando il piatto arriva al tavolo, con tanto di salsa bianca allo yogurt abbondantemente versata sulla carne di agnello speziata, l’amico inglese insiste per farmela assaggiare, perché per lui è “a very special one”. Ovviamente mi faccio convincere, perché un pizzico di curiosità legata all’educazione di non voler declinare l’offerta sono insieme una brutta bestia. Immaginatevi il risultato. Non discuto che c’è a chi possa piacere, ma a me non tanto.

Ed arriviamo così al disco in questione. Questo “Inside Insanity” dei BS Bone è un piatto di buon stoner mischiato però con un cantato che sembra uscire da un disco di thrash americano anni ’80 ed una punta dell’Axl Rose di “Appetite for Destruction”. Ingredienti che presi per se sono ottimi, ma che mischiati insieme, almeno alle mie orecchie, stridono un po’.

Da una band stoner mi aspetto un cantante più caldo e profondo perché deve contribuire a creare il mood polveroso che questa musica dovrebbe evocare. Prendiamo il primo pezzo, “I Don’t Give a Fuck”: parte con un bel riff tipicamente stoner e prosegue musicalmente su questa scia, ma la voce sembra voler chiamare un tupa tupa a sostenerla, cose che non succede perché il pezzo non lo richiede. Lo stesso effetto si ha con la successiva “99 Lions in a Cage”, brano più lento e melodico, dal retrogusto desertico. 

Il discorso cambia con la terza traccia, “Dysfunctional Souls”, canzone che guarda molto di più all’hard rock e all’heavy metal come punti di riferimento e che, proprio per questo, funziona perfettamente, infatti mi sono divertito molto ad ascoltarla. Un bel pezzo! Per la conclusiva “Rant”, vale il discorso fatto per le prime due song.

Più in generale, posso dire che i pezzi sono ben suonati (ho apprezzato molto gli stacchi strumentali) e la produzione è ottimale per un demo. Mi rendo conto che il confine tra giudizio obiettivo e gusto personale, in questo caso, è molto sottile ma la mia opinione è che ci sia bisogno di aggiustare un po’ il tiro.
[Lenny Verga]