The Gathering – Superheat (2000)

Cosa ti porta a dire di aver visto/sentito un grande live? Quali sono le caratteristiche imprescindibili che un concerto deve avere? Lasciando da parte l’elemento “compagnia di ubriaconi”, ci sono poche cose che lo definiscono tale: una scaletta ottimale o un pubblico che fornisce una spinta eccezionale. Persino il suono, pur essendo fondamentale, non è un elemento così importante (mi basta pensare al divertente concerto degli Entombed AD, che aveva un suono impastato e musicisti ubriachi da far schifo al cazzo, per capire che l’elemento pulizia sonora non è quello più importante). Se azzecchi il mix, ecco che ti trovi davanti a qualcosa di biblico, e ce l’hanno spiegato degli svedesi a Wacken; se no devi puntare tutto sulla scaletta bomba, tanto che puoi venirne fuori vincitore anche se ti trovi fra le mani uno dei live più tarocchi in assoluto
Il problema di Superheat è avere una scaletta buona, ma non ottima, e soprattutto da la sensazione di essere un live molto freddo, troppo distante dalla capacità ammagliatrice della band dal vivo. Vedere di persona Anneke muoversi sul palco è tutta un’altra cosa che sentirla in un live; il suo magnetismo, il suo essere al contempo centro assoluto del palco e movimento leggero, è impossibile da replicare su disco, ma in questo primo disco live, i The Gathering non ci provano neanche molto. Tanto che persino l’avvenente, e bravissima, singer olandese sembra un po’ distratta. 
Non sto dicendo che fa cappelle assurde, ma è proprio il feeling che trasmette ad essere vagamente zoppo, come se fosse un po’ svogliata/stanca e la performance fosse registrata quando la band era presa da ben altre cose. 
Anche i migliori gruppi possono cannare e tirarti il pacco: ai The Gathering succede nel 2000. Chi lo sa, forse la sbornia post-How to Measure a Planet? è stata troppo grande. Forse l’ormai passaggio dagli esordi a questa nuova versione della band, con grandi spazi dati all’atmosfera ed una diminuzione del comparto “più metal”, ha tarpato le ali al primo live, ma Superheat non è quello che ci si aspetta da uno dei nomi grossi del panorama musicale olandese e, diciamolo, europeo. 
Che poi ci si possa emozionare sentendo Liberty Bell, Marooned o My Electricity (tutti dal disco del ’98) o lasciare una lacrima per quelle perle di Strange Machine o Sand and Mercury (da Mandylion) è un discorso personale e su cui possiamo aprire un dibattito. 
Quello che però è da dire, senza troppi moralismi, è che Superheat, 20 anni dopo la sua uscita, è un disco che non prende più della sufficienza. Oro colato per le generazioni odierne, ovvio, ma noi sappiamo cosa valeva il 6 politico e quindi pretendiamo di più da Anneke&Co. 

[Zeus]

2 pensieri su “The Gathering – Superheat (2000)

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