La compilation del malessere. Eyehategod – Southern Discomfort (2000)

Dove vivo io, trovare CD stoner/sludge era un vero delirio. Sarà che fino ad una quindicina di anni fa chi ascoltava questo genere era quantificabile sulle dita di una mano, ma anche la proposta di dischi nel capoluogo non era proprio enorme. Se eliminiamo il negozio generalista (vendeva articoli elettronici) che è morto con l’avvento del web, i due negozi “specializzati” non possedevano musica di questo genere. Dopo anni di agonia, uno è morto lasciandoci con un solo negozio di musica che, come i Giapponesi sulle isole sperdute del Pacifico, continua la sua missione di fornire musica al popolo bolzanino. 
No, non c’era chance di trovare musica come quella degli Eyehategod qua. O, se arrivava, era mezza copia e quindi finiva con la stessa velocità di una scorreggia post-fagiolata. 
Per ritrovarmi fra le mani Southern Discomfort, che non è altro che una compilation di demo provenienti da Take as Needed for Pain e outtakes di Dopesick, mi son dovuto ritrovare, da solo, a Monaco di Baviera. Me lo ricordo ancora quel momento, visto che comunque non ho preso ‘sto disco al momento dell’uscita ma diversi anni dopo (diciamo dopo il 2007, ma non saprei dire con precisione quando). Veniva giù tanta di quella pioggia che Greta Thunberg avrebbe predetto l’Apocalisse solo guardando fuori dalla finestra dell’Ostello dove ero parcheggiata.
Ma se non trovi un po’ di vero sconforto, che cazzo vai a cercarti gli Eyehategod? Perché il mood dell’acquisto è esattamente quello che porta i risultati desiderati al momento del pagamento: quindi sconforto, freddo, depressione ostile e odio sconsiderato verso gli esseri umani è uguale all’acquisto di Southern Discomfort. La summa perfetta della spesa al momento giusto. 
Ci sono persone che quando sono in quello stato emotivo prendono e cambiano guardaroba, tagliano i capelli o prenotato un viaggio in crociera. Visto che non cambio quasi mai guardaroba, i capelli son rasati da almeno metà della mia vita e le barche grandi con sopra quantità enormi di gente  mi fanno ribrezzo, allora mi getto a capofitto nelle grandi praterie dell’odio, del disgusto, dei riverberi, dei feedback e della droga garantite dalla band di New Orleans. Lo considero la mia Spa privata, il mio momento detox, visto che delle novità americane di infilarsi un tubo nel culo e spararmi del caffè dentro per depurarmi… beh, avete capito anche voi… non è che ne sia proprio un fan accanito. 
Quando ho acquistato questo disco non lo sapevo fosse una compilation. Ero solo contento di aver visto un CD di una band che conoscevo e che era ancora disponibile nello stesso meridiano e nello stesso fuso orario. Solo dopo, con le conoscenze date da internet, ho visto cosa c’era dentro. Che la depressione contenuta in quei solchi erano versioni scarne, violente di quello che gli americani avevano partorito fra il 1993 e il 1996. 
Ma questo disco ha un posto speciale nella mia classifica del disagio, sarà che mi ricorda la pioggia di Monaco o il girovagare al freddo fra ogni sottocultura debosciata, ubriaca e disturbante di certi anfratti monegaschi, ma il suo essere il figlio sgraziato e ricoperto di vomito rende Southern Discomfort un LP più che una mera compilation. 
Se non si apprezza un disco di “scarti” degli Eyehategod, come si può continuare ad amare la band? Una band che, degli scarti e della bruttura, si è fatta cantore brutale e irriverente. 
Recuperatelo perché è il cane senza una zampa, il mobile IKEA arrivato rotto e il disco brutto che vorreste aver fatto voi. Southern Discomfort non è e non sarà mai il miglior disco della band, ma chi cazzo se ne frega dico io. 
[Zeus]

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