Vent’anni dopo è ancora bisestile. The Smashing Pumpkins – Machina / The Machine of God (2000)

Di tutto il carrozzone grunge, gli Smashings Pumpkins sono quelli che ho sempre seguito di meno. Credo che il motivo principale sia il suo leader, Billy Corgan. Mi dispiace ammetterlo (!?), ma non ho mai sopportato il suo tono di voce; sento come canta e rabbrividisco, è tipo un gatto attaccato allo scroto mentre sto graffiando la lavagna con una forchetta. Non riesco a digerirlo e poi, in quanto a musica, riesco a sentire un po’ di canzoni e poi penso se ho tolto le cose dalla lavatrice, se ho lavato i piatti o ho portato fuori il cane (che non ho!). Quindi mi distraggo facilmente, riuscendo ad apprezzare realmente poche e selezionate canzoni, diciamo che di tutta la discografia mi viene in mente solo Bullet in Butterfly Wings. Penso che dica tutto, no? 
Ho perso di vista la band all’incirca nel 1995, dopo l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness.  All’epoca il grunge si era suicidato da solo, un po’ come molti fenomeni musicali pompati in maniera spropositata dalle case discografiche e dai media. E poi i protagonisti stavano crescendo ed invecchiare non fa bene al grunge (vedasi i Pearl Jam – di cui parleremo anche nel prossimo futuro, visto che cade il ventennale di Binaural). Invecchiare, per lo spleen adolescenziale, è una gran rottura di palle. Dopo anni di silenzio e dimenticanza, li ho incrociati con Adore e il video di Ava Adore e non per una curiosità spasmodica, ma perché MusicBox lo trasmetteva in continuazione. Risultato? L’innesto dell’elettronica mi ha proprio tolto la voglia di ascoltarli. 
Salto avanti ed eccoli a compiere vent’anni con Machina / The Machines of God. Di questo LP avevo sentito di sfuggita qualche canzone, ma ormai nel 2000 gli Smashing Pumpkings erano l’ombra di sé stessi, alle prese con un concept cervellotico (che nessuno ha probabilmente capito) e alla disperata ricerca di sé stessi. Operazione, quest’ultima che prosegue ancora oggi.
Machina ha il sostanziale vantaggio di non basarsi così tanto sull’elettronica come il precedessore. Ci sono sì spruzzate di modernità, ma anche le chitarre distorte e una evidente sensibilità pop (Stand Inside Your Love o la commerciale Try, Try, Try) nella prima parte della tracklist. E fin qua, cari lettori, le canzoni non sono malaccio. La voce è oscena, ma Corgan è capace di comporre canzoni degne di questo nome. Il problema è solo uno: sono fuori tempo massimo e non le riesco ad apprezzare pienamente. Nel 2020, il grunge non mi fornisce più quella sensazione di svago e conforto che era solito darmi ad inizio anni ’90 – adesso parla una lingua differente.
Oltre ad una sensazione di lost in translation e una lunghezza stracciapalle, diverse canzoni non vanno da nessuna parte  (Heavy Metal Machine) o sono brani in cui gli SP cagano direttamente fuori dal vaso.
Con Machina, Corgan tenta il colpo di coda ma si è solo il sussulto del cadavere. Dopo il 2000 il declino si è velocizzato e il viale cipressato è diventato una realtà tangibile, mentre la band continua testardamente a produrre dischi, andare in tour e credere di essere ancora importante.
Non lo sono, fidatevi di me.
La prima metà di Machina / The Machines of God la potete sfruttare per capire come costruire una canzone pop intelligente senza perdere di vista le chitarre.
Bisogna dare atto del buon songwriting di diverse canzoni, se no si finisce per sparare merda sul disco senza sottolineare anche gli eventuali pregi, ma oltre a questo direi che possiamo passare oltre e salutare gli Smashing Pumpkins.
[Zeus]

Recuperi norvegesi di gennaio: Ringnevond e Morgul (2000)

Sono indietro con le uscite di gennaio, quindi provo a compensare correndo come uno scemo e dandovi una panoramica generale delle condizioni del black metal all’inizio del nuovo millennio. I Ringnevond non si conoscevano loro, figurati se li conosciamo noi. Norvegesi e con un solo disco alle spalle, probabilmente perché metà dei suoi componenti sono poi andati a fondare i Suspiria (che fanno uscire, proprio nel 2000, il demo d’esordio), i Ringnevond non brillano di nessuna enorme qualità. Confusi nel loro procedere e con poche cose da salvare, i quattro norvegesi tirano un colpo alla botte del black metal e uno al cerchio del black metal sinfonico (a volte sembrano i Dimmu Borgir, a volte i CoF fatti a cazzo di cane), ma non disdegnano di metterci dentro anche i turbozuffoli e mi ricordano i Finntrol o i Falkenbach ma fatti veramente male. Quello che bisogna dire subito è che Daukjött (singer dei Susperia ed ex-Chrome Division) fa letteralmente cagare su questo Nattverd: spazia su almeno 7 stili di scream/growl/clean e li fa tutti alla minchia… ma quando passa agli urletti tipo Mercyful Fate, sgraziati e fatti alla buona mi hanno fatto passare la voglia di ascoltare il resto del disco. 
[Zeus]

Uno dei binomi più azzeccati è quello che lega il metal e l’horror. Entrambi si fondano su un principio comune: solleticare una parte di emozioni non filtrate dal cervello, qualcosa di primitivo e genuino (l’adrenalina causata dalla paura, nel caso dell’horror; l’energia immediata scatenata dal metal).
I Morgul, nel 2000, cercano di condensare queste due parole in un’unica soluzione: horror metal. Ecco quindi che spazia fra momenti estremismi vari (dal black metal a King Diamond) e derive elettroniche-sintetiche (che potrebbero ricordare i Ministry o qualcosa dei primi Pain etc). Jack D. Ripper è responsabile di tutto e, per una volta, non significa perdere di vista il risultato finale.
Riascoltato vent’anni dopo, The Horror Grandeur ha ancora qualche carta giocare. Il suono sporco, da grammofono, fa ancora un certo effetto e il mix di generi che contraddistingue questo LP del 2000 non suona fuori tempo massimo.
L’horror metal non è mai stato uno dei miei generi preferiti, ma i Morgul tentano, e in parte riescono, a trasportarti dentro un mondo parallelo. The Horror Grandeur, nel 2020, è l’equivalente delle storie di paura che ci si raccontava, col buio, nel cortile sotto casa.
[Zeus]

Il rock nel nuovo millennio. AC/DC – Stiff Upper Lips (2000)

Come vi sentireste voi, con 25 anni di attività e diverse primavere sulle spalle, ad affrontare i millennials? Una formazione che ha pubblicato 14 dischi e perso il suo frontman più carismatico (trovandone uno molto più longevo, anche se forse meno impattante di Scott) deve essersi sentita un mezzo dinosauro e un residuo delle tomba, mentre nel mondo imperversano tutti i generi conosciuti e il rock, quello vero, ormai sta soffocando in una marea di stronzate.
Penso di averne una mezza consapevolezza io quando salgo sul treno che mi porta da casa alla trincea e poi di ritorno dal fronte. A parte che mi isolo completamente con l’ipod (probabilmente sono uno dei tre sul treno ad avere ancora l’ipod e non Spotify, ma è una questione di praticità… il secondo ce l’ho anche io ma la batteria mi va a puttane in mezzo secondo) e cerco di gettarmi in qualche lettura, non posso non notare che metà della fauna del treno sono adolescenti in pieno fermento. Il che non è male, a parte il casino osceno e la scomposta mobilità dei suddetti, ma ti lancia addosso la consapevolezza che ormai hai scavalcato la staccionata del “divertimento e spasso” e sei finito a pié pari nel luamaro dell’esistenza adulta.
Se mi sento io così, figuriamoci gli AC/DC nel 2000. Ma, nonostante i sintomi di un’invecchiamento ormai consolidato, li ricordo primeggiare in diverse classifiche e quindi tanto vecchi non si sentivano. O non li percepivano.
Però, cari i miei due lettori affezionati, non fatevi fregare dall’aura e dai lustrini: nel 2000 gli AC/DC si avvicinano al concetto di pensione e lo fanno dopo aver pubblicato nel 1995 l’ultimo, vero, grande disco in studio: Ballbreaker. Disco che a molti ha anche fatto cagare, ma secondo me contiene alcuni pezzi da novanta e, pur essendo dopo i grandi classici, non mi annoia mai (a differenza di un The Razors Edge che, pur avendo dignità e alcuni pezzi ottimi, non lo ascolto mai intero neanche a morire). Poi ne hanno prodotti altri due, a distanze sempre maggiori di tempo e qualitativamente in calando.
Dopo 40 anni di dischi, può essere anche comprensibile un calo di forma. Ci sono band che lo hanno al secondo LP in studio. Per gli AC/DC il nuovo millennio segna il contachilometri e la lucetta “manierismo” esce prepotente. Quindi Stiff Upper Lip è un disco che puzza di Australia e rock, ma è un disco che fondamentalmente ti aspetti, ascolti un po’ di volte e poi lo rimetti al suo posto fino a…
Bella domanda. Da quanto non ascoltavo realmente Stiff Upper Lip? Da epoche quasi storiche, oserei dire. Non lo riesumavo da anni, forse ero ancora all’università l’ultima volta che l’ho sentito realmente concentrandomi su di esso e non trovandomi a pensare alla formazione del Fantacalcio, che treni prendere, se ho lavato abbastanza cose da evitare il collasso strutturale di tutto l’armadio e cose simili. Alcuni singoli di facile presa ci sono, ma è difficile che i fratelli Young se ne escano con qualcosa di più complicato, quindi bisogna valutarli sulla base del loro standard e, in questo tremendo XI° secolo, una loro hit non raggiunge minimamente la potenza di qualcosa uscito nel 1995 (e non fa neanche senso paragonarla a qualcosa uscita negli eighties o prima).
Il mondo non ha pazienza e quindi, per una strana ritorsione del fato, gli AC/DC, un tempo banditi per satanismo (!?), rock ad alto volume, scorretteze e alcolismo (Bon Scott), sono diventati il gruppo delle famiglie, dei rocker della domenica, di quelli che sentenono Virgin Radio e pensano di trovarci dentro qualcosa di realmente cutting hedge e innovativo e, soprattutto, una band che trovi da H&M.
Per sopravvivere sono diventati il gruppo poster di chi, sfortunatamente, la musica la vive sotto forma di presenzialismo… mentre il loro hard rock era qualcosa di totalmente diverso.
[Zeus]

Hardland – In Control (2019)

Non so se sia successo solo a me, ma appena ho letto il nome Hardland ho subito pensato ad un gruppo di amici non più giovanissimi che si sono trovati per suonare del buon vecchio hard rock. La bella e procace gitana in copertina, poi, mi ha convinto ulteriormente di questa idea. E ci ho più o meno azzeccato, perché la band olandese, qui al secondo album, propone una commistione tra hard rock e AOR, andando a tributare la scena anni ’70 (si sentono le influenze di Deep Purple, The Who e compagnia suonante) senza disdegnare un po’ di modernità.

Ciò che mi è piaciuto fin da subito di questo album sono i suoni, in particolare chitarra e batteria, belli caldi e ciccioni. Ho apprezzato poi la voglia di sperimentare inserendo in alcune tracce l’uso di sintetizzatori e anche l’alternarsi dei due cantanti dietro al microfono.

Quello che invece non mi è piaciuto è che il disco scorre via in modo fin troppo liscio, innocuo, un compito ben svolto ma niente di più, salvo qualche eccezione. Sebbene il riffing parta bene fin dall’opener The Nation’s Biggest Enemies, non ho notato particolari picchi o momenti che mi abbiano causato un po’ di stupore, mi è sembrato tutto un po’ troppo lineare. In più devo aggiungere che, se generalmente sono uno che apprezza le ballad, la traccia Love, Love, Love (e già il titolo…) è un po’ una palla. C’è però una grande eccezione: The Powers Within è un gran bel pezzo di puro hard rock, davvero una bomba!

In Control è un album che merita ampiamente la sufficienza, perché è ben suonato da gente capace, ma i momenti memorabili sono pochi e visto che la band ha dimostrato di non aver paura di sperimentare, forse dovrebbe osare un po’ di più. Tributare la scena anni ’70 secondo me è una buona occasione per non porsi troppi limiti, per non farsi etichettare, visto che ai tempi a nessuno poteva fregargliene di meno. Promossi, ma mi aspetto di più alla terza prova.
[Lenny Verga]

Una recensione bruciante. Manowar – Warriors of the World (2002)

Introduzione di Zeus
Qualche tempo fa, ho avuto l’ardire di chiedere al buon Skan di recensire un disco del 2000 dei Manowar. Per qualche motivo, il mio cervello aveva inserito all’inizio del nuovo millennio un LP dei true metallers americani. Ma si sa, io ho il cervello che funziona a trielina e manovella, quindi non sono proprio affidabile per quanto riguarda la band di Joey DeMaio. 
Toccato nel vivo, l’irascibile Skan mi manda codesta recensione che non oso neanche arricchire visto che merita il prossimo premio Pulitzer. 
P.S: Solo dopo ci siamo ricordati che questo disco è uscito nel 2002. 


Fa schifo.
Dai Manowar pensavo di poter accettare tutto, invece no. È un po’ come quando conosci una bellissima ragazza e vedi che ci sta, poi ti porta in camera e ti dice:
+ sì scopiamo, ma io mi eccito solo se ti vesti da koala,
– ok va bene,
+ e se canti la montanara accompagnandoti con le mani bagnate sotto le ascelle,
– ok per te questo ed altro,
+ e se ti metti uno scopino del cesso in culo.
Eh, no mo’ basta, non è chi si può sopportare tutto!
E le canzoni Mi/la, e o testi da retrocerebrato lobotomizzato, e il tris di canzoni di Elvis, e il Nessun Dorma, e tutti gli oh ohhh oh di sottofondo, e porca la minchia di merda, cioè il singolo è Warriors of the World, un quattro quarti fisso elementare con un ritornello che cosi semplice neanche all’asilo steineriano.

Lo schifo è che il disco dopo è pure peggio.

[Skan]

Black Lilium – Dead Man’s Diary (2020)

L’ascolto di Dead Man’s Diary, debutto dei Black Lilium, ha causato in me sentimenti molto contrastanti. L’album viene presentato come progressive melodic metal ma quello che troverete all’interno è poco metal, pochissimo progressive e molto melodic. Questo non è necessariamente un difetto, ma a volte sarebbe meglio non ricevere delle presentazioni piene di etichettature insieme agli album se poi ci sono delle differenze così evidenti tra descrizione e contenuto. Un semplice “Tieni, ascolta!” risparmierebbe molti imbarazzi. O forse sono solo io che non capisco un cazzo? Anche questa è un’ipotesi altrettanto valida.
Comunque, ho fatto del mio meglio per ascoltare questo CD con mente e orecchie aperte quando ho capito che, almeno secondo me, qualcosa non quadrava. Ho trovato fin da subito irritante il pezzo posto in apertura, Beast in the Backseat, per il voler alternare un approccio da soft, o anche alternative, rock da classifica con delle accelerazioni metal oriented ottenendo un risultato poco convincente, un mix per niente azzeccato. 
Dopo una seconda traccia che mi ha lasciato poco, se togliamo qualche bella armonizzazione vocale, succede qualcosa in questo album. Dalla terza traccia infatti qualcosa sembra cambiare e, sorpresa, in meglio! Con Demon in Disguise la band si decide a mettere una marcia in più e ci regala un pezzo che, per quanto melodico, ha un bel ritmo e ti si stampa subito in mente. Finalmente fa la sua apparizione un breve stacco strumentale che ti fa capire che stiamo ascoltando una band e non un cantante solista, e che i musicisti ci sanno fare. 
Start All Over prosegue sulla stessa scia ma è con la quinta traccia, Never, che per la prima volta mi si drizzano le orecchie e la mia attenzione viene del tutto catturata. Qui finalmente si concentrano tutti gli elementi caratterizzanti della band: tappeti di tastiere perfettamente intersecati con le ritmiche di chitarra, un’attitudine metal nel ritornello e, finalmente, un bel solo di chitarra! Il tutto coronato dalla prestazione del singer che, anche se finora non l’ho detto, sa fare bene il suo lavoro, soprattutto nelle parti più drammatiche.
L’album riesce a proseguire su questi livelli con qualche lieve calo qua e là, ma niente di grave, con melodie accattivanti ma quasi mai ruffiane o scontate, con una bella energia e soluzioni interessanti: The Ones You Made Us e My Purpose, ad esempio, riescono dove i pezzi all’inizio dell’album falliscono. La conclusione dell’album è affidata alla bella title track, il pezzo più votato al prog dell’intero lavoro (non aspettatevi i Dream Theater in ogni caso), e a Ghosts Without a Voice, la canzone più marcatamente metal, che degnamente mette la parola fine a questo debutto.

Che posso dire ai lettori al termine di questo casino di recensione?
I Black Lilium sono una band sicuramente molto capace e con delle buone idee, e se questo album fosse iniziato dalla terza traccia lo avrei apprezzato di più nel suo complesso. Quindi, per tirare le somme, se siete fan sfegatati del progressive metal più tecnico e delle sonorità più heavy, non troverete qui ciò che cercate… ma se credete che ogni tanto la devastazione si possa mettere da parte, se vi piacciono sonorità che virano di più verso l’alternative e la ricerca melodica, se nella musica cercate emotività e calore, questo album potrebbe piacervi tantissimo.
[Lenny Verga]

Ilienses Tree – Till Autumn Comes (2020)

Ultimamente dalla Sardegna arrivano un sacco di realtà interessanti, e spiace un po’ sapere in anticipo che queste realtà saranno un po’ penalizzate. Questo perchè in Italia il metal ha pochi sbocchi, siamo sinceri, soprattutto in sede live, e un po’ perchè una band che arriva da un’isola deve davvero sudare sette camicie per portare la propria proposta in giro. Detto questo, il nuovo lavoro degli Ilienses Tree (che poi sarebbe il loro primo full-length) è una bella sorpresa, che unirà i fans del doom metal quanto quelli del death e black metal. Tutto se inteso nell’accezione più melodica, chiariamoci. Ed è da questo mescolare le carte che la band trae la propria linfa per proporci un debutto coi fiocchi, che in molte canzoni rasenta quasi il capolavoro. Sì, perchè in teoria sembrerebbe semplice mescolare dei generi non distantissimi, ma poi è tutt’altra cosa imbastire delle composizioni che riescano a risultare avvincenti ed emozionanti, ma anzi, l’emozione che traiamo da un disco come questo a mio avviso è dato proprio dalle tinte melodic black/death che la band sparge in quasi tutti i brani, anche quando sembra che stiamo giungendo alla fine della corsa di un brano, che magari appare doom in tutto, e poi nel finale si apre ai generi che ho elencato poco fa. Ne escono delle piccole perle come Autumn Falls, The Observer e The Black Tree, che vanno a mio avviso ad elevarsi sulle restanti tracce. Ma è bene chiarire che tutto l’album si mantiene su qualità decisamente elevate. Certo non è scontato centrare in tutto il primo album, anche se si era partiti qualche anno fa con un ep (Edda), ma sulla lunga durata vengono fuori pregi e difetti di una band, e quindi l’esame è superato. Un bel disco quindi questo Till Autumn Comes, che però lascia presagire che il meglio deve ancora arrivare.

[American Beauty]

Stratovarius – Infinite (2020)

I casi della vita hanno voluto che io e gli Stratovarius non ci incontrassimo praticamente mai, se non proprio di sfuggita in rare occasioni. Non ho mai comprato un loro album e non ne ho mai sentito uno per intero, fino ad oggi in sede di recensione per i vent’anni di Infinite. Non li ho mai visti dal vivo nemmeno all’interno di grandi festival. Sarà anche perché sono esplosi a livello mondiale proprio quando il mio interesse e i miei gusti iniziavano a spostarsi verso il metal estremo e le sonorità power iniziavano un po’ a stufarmi, salvo poche eccezioni. Negli anni mi è capitato di sentire qualche canzone sparsa ma niente di più, infatti di questo album conoscevo solamente l’opener Hunting High And Low.

Quello che ho sempre apprezzato della band sono Jorge Michael dietro le pelli e la voce Timo Kotipelto, il resto l’ho spesso trovato tutto piuttosto noioso, per quanto ben eseguito. Alla prova dell’ascolto di un album completo, che mi sembra essere considerato tra quelli “buoni” dai fan della band leggendo un po’ di commenti in giro, la mia opinione non è che sia cambiata.
Il tocco del batterista tedesco rimane ancora l’elemento che mi piace di più, mentre ad un ascolto attento l’intera proposta mi sembra tanto derivativa di quanto fatto dagli Helloween del periodo tra i due Keeper of the Seven Keys e Master of the Rings, solamente tutto molto pulitino, lustrato e tirato a lucido, con inserti di tastiere e duelli tra tasti e capotasti, tutto sommato divertenti, ma niente di più. 
C’è qualche momento interessante, come la parte strumentale in Mother Gaia, quella punta di cattiveria in Phoenix, qualche momento più ispirato come in A Million Light Years Away e nella titletrack, ma nel complesso l’album mi lascia piuttosto freddo nelle reazioni. Trovo il riffing poco vario, che gira spesso intorno a soluzioni un po’ troppo uguali tra loro, e i soli di chitarra, per quanto Tolkki sia tecnicamente bravo, non mi dicono più di tanto.
Probabilmente per me gli Stratovarius continueranno ad essere come quelle persone che si incontrano raramente e quando capita ci si scambia solo un “Ciao” veloce per poi continuare ognuno per la propria strada.
[Lenny Verga]

Kaltenbach Open Air – Tickets

Ecco i prezzi per i biglietti per la quindicesima edizione del Kaltenbach Open Air. Il bill dell’evento è di quelli di prim’ordine, con gente come Septic Flesh, Taake, Sodom, Primordial, Decapitated, Diabolical, 1914 e tanti tanti altri.

Il biglietto in prevendita costa 75 Euro (per tre giorni). Per il giorno singolo 40 Euro.
Al box office i prezzi sono di 85 Euro (per i tre giorni) e di 50 Euro per il giorno singolo.

Visto l’evento, c’è la possibilità di acquistare anche il biglietto VIP… per informazioni potete cliccare su questo link: TICKETS.

[Zeus]

Sinfonie dal Portogallo. Sirius – Aeons of Magick (2000)

Come i quasi contemporanei Liar of Golgotha, anche i Sirius non riescono ad attaccarsi bene alle enormi e ricche tette delle case discografiche. Il momento è quello giusto, il mondo musicale non aspetta altro che ulteriori ventate di quel black metal sinfonico e pomposo prodotto da gente come Dimmu Borgir e Cradle of Filth (et similia). Non siamo ancora allo sdoganamento totale, ma ci stiamo avvicinando di molto alla definitiva consacrazione del metal estremo come genere accessibile ai più. Il problema, quindi, non è la sordità del pubblico alla proposta ma il tempismo, la musica suonata o l’appeal che si trasmette alla gente/case discografiche. 
Se nel 1994 il problema era doppio e stante una musica di buon livello ti trovavi a confrontarti con un pubblico che non ti cagava (se non quello già convertito) e con poche case discografiche interessate; nel 2000, la gente è ormai abituata all’estremo e le label sono ormai colossi che cercano con la bava alla bocca la next big thing.
I Sirius sono portoghesi e dopo due dischi si sfracellano nel buio. Difficile ricordarseli, visto che l’esiguità della discografia non gioca a loro favore. Dalla loro, però, avevano dei fattori positivi: suonavano un genere ormai entrato nel trend (symphonic black metal) e cavalcavano potenzialmente l’onda lunga dei Dimmu Borgir/CoF. La differenza, però, è che all’alba del nuovo millennio, i due colossi norvegesi-inglesi sono in piena crisi e i Sirius registrano un ottimo disco. Troppo, forse. 
E lo dico conscio del fatto che a me, il symphonic black metal, non mi ha mai fatto impazzire del tutto. Va bene i Dimmu Borgir, vanno bene i Cradle of Filth… ma oltre a questo mi si ripropone come la peperonata. 
Quindi perché mi sento di consigliarli? 
Perché suonano bene, non trattano dei soliti due temi, hanno il dono di non pisciare fuori dal vaso (sette tracce, di cui due strumentali per neanche trequarti d’ora di musica) e Vukodlack (oggi negli Anathema) ha un buon gusto nelle orchestrazioni, anche se a volte sono sovrabbondanti e mi spaccano il cazzo.
Ok, direte voi, è symphonic black metal, vuoi che non ci siano pacchianerie miste? Mea culpa, ma l’ho detto che a me dopo un po’ annoia ‘sto genere. 
Dopo Aeons of Magick (mortacci loro e l’uso della ck), i portoghesi fanno uscire ancora un disco e poi saluti e giù il sipario.
Non ho idea del perché, che siano scazzi, soldi, uno si è inculato il cane dell’altro sotto l’effetto della chetamina o semplicemente non hanno saputo sfruttare il momento, ma fra tutte le band che avrebbero potuto avere una chance concreta, questi Sirius erano dei buoni candidati. 
Non ce l’hanno fatta, ma se vi piace il genere e non volete mettere su Eonian, provate questo LP del 2000. Forse vi si apre un chakra. Che cazzo ne so io. 
[Zeus]