Stratovarius – Infinite (2020)

I casi della vita hanno voluto che io e gli Stratovarius non ci incontrassimo praticamente mai, se non proprio di sfuggita in rare occasioni. Non ho mai comprato un loro album e non ne ho mai sentito uno per intero, fino ad oggi in sede di recensione per i vent’anni di Infinite. Non li ho mai visti dal vivo nemmeno all’interno di grandi festival. Sarà anche perché sono esplosi a livello mondiale proprio quando il mio interesse e i miei gusti iniziavano a spostarsi verso il metal estremo e le sonorità power iniziavano un po’ a stufarmi, salvo poche eccezioni. Negli anni mi è capitato di sentire qualche canzone sparsa ma niente di più, infatti di questo album conoscevo solamente l’opener Hunting High And Low.

Quello che ho sempre apprezzato della band sono Jorge Michael dietro le pelli e la voce Timo Kotipelto, il resto l’ho spesso trovato tutto piuttosto noioso, per quanto ben eseguito. Alla prova dell’ascolto di un album completo, che mi sembra essere considerato tra quelli “buoni” dai fan della band leggendo un po’ di commenti in giro, la mia opinione non è che sia cambiata.
Il tocco del batterista tedesco rimane ancora l’elemento che mi piace di più, mentre ad un ascolto attento l’intera proposta mi sembra tanto derivativa di quanto fatto dagli Helloween del periodo tra i due Keeper of the Seven Keys e Master of the Rings, solamente tutto molto pulitino, lustrato e tirato a lucido, con inserti di tastiere e duelli tra tasti e capotasti, tutto sommato divertenti, ma niente di più. 
C’è qualche momento interessante, come la parte strumentale in Mother Gaia, quella punta di cattiveria in Phoenix, qualche momento più ispirato come in A Million Light Years Away e nella titletrack, ma nel complesso l’album mi lascia piuttosto freddo nelle reazioni. Trovo il riffing poco vario, che gira spesso intorno a soluzioni un po’ troppo uguali tra loro, e i soli di chitarra, per quanto Tolkki sia tecnicamente bravo, non mi dicono più di tanto.
Probabilmente per me gli Stratovarius continueranno ad essere come quelle persone che si incontrano raramente e quando capita ci si scambia solo un “Ciao” veloce per poi continuare ognuno per la propria strada.
[Lenny Verga]