Hardland – In Control (2019)

Non so se sia successo solo a me, ma appena ho letto il nome Hardland ho subito pensato ad un gruppo di amici non più giovanissimi che si sono trovati per suonare del buon vecchio hard rock. La bella e procace gitana in copertina, poi, mi ha convinto ulteriormente di questa idea. E ci ho più o meno azzeccato, perché la band olandese, qui al secondo album, propone una commistione tra hard rock e AOR, andando a tributare la scena anni ’70 (si sentono le influenze di Deep Purple, The Who e compagnia suonante) senza disdegnare un po’ di modernità.

Ciò che mi è piaciuto fin da subito di questo album sono i suoni, in particolare chitarra e batteria, belli caldi e ciccioni. Ho apprezzato poi la voglia di sperimentare inserendo in alcune tracce l’uso di sintetizzatori e anche l’alternarsi dei due cantanti dietro al microfono.

Quello che invece non mi è piaciuto è che il disco scorre via in modo fin troppo liscio, innocuo, un compito ben svolto ma niente di più, salvo qualche eccezione. Sebbene il riffing parta bene fin dall’opener The Nation’s Biggest Enemies, non ho notato particolari picchi o momenti che mi abbiano causato un po’ di stupore, mi è sembrato tutto un po’ troppo lineare. In più devo aggiungere che, se generalmente sono uno che apprezza le ballad, la traccia Love, Love, Love (e già il titolo…) è un po’ una palla. C’è però una grande eccezione: The Powers Within è un gran bel pezzo di puro hard rock, davvero una bomba!

In Control è un album che merita ampiamente la sufficienza, perché è ben suonato da gente capace, ma i momenti memorabili sono pochi e visto che la band ha dimostrato di non aver paura di sperimentare, forse dovrebbe osare un po’ di più. Tributare la scena anni ’70 secondo me è una buona occasione per non porsi troppi limiti, per non farsi etichettare, visto che ai tempi a nessuno poteva fregargliene di meno. Promossi, ma mi aspetto di più alla terza prova.
[Lenny Verga]