Il rock nel nuovo millennio. AC/DC – Stiff Upper Lips (2000)

Come vi sentireste voi, con 25 anni di attività e diverse primavere sulle spalle, ad affrontare i millennials? Una formazione che ha pubblicato 14 dischi e perso il suo frontman più carismatico (trovandone uno molto più longevo, anche se forse meno impattante di Scott) deve essersi sentita un mezzo dinosauro e un residuo delle tomba, mentre nel mondo imperversano tutti i generi conosciuti e il rock, quello vero, ormai sta soffocando in una marea di stronzate.
Penso di averne una mezza consapevolezza io quando salgo sul treno che mi porta da casa alla trincea e poi di ritorno dal fronte. A parte che mi isolo completamente con l’ipod (probabilmente sono uno dei tre sul treno ad avere ancora l’ipod e non Spotify, ma è una questione di praticità… il secondo ce l’ho anche io ma la batteria mi va a puttane in mezzo secondo) e cerco di gettarmi in qualche lettura, non posso non notare che metà della fauna del treno sono adolescenti in pieno fermento. Il che non è male, a parte il casino osceno e la scomposta mobilità dei suddetti, ma ti lancia addosso la consapevolezza che ormai hai scavalcato la staccionata del “divertimento e spasso” e sei finito a pié pari nel luamaro dell’esistenza adulta.
Se mi sento io così, figuriamoci gli AC/DC nel 2000. Ma, nonostante i sintomi di un’invecchiamento ormai consolidato, li ricordo primeggiare in diverse classifiche e quindi tanto vecchi non si sentivano. O non li percepivano.
Però, cari i miei due lettori affezionati, non fatevi fregare dall’aura e dai lustrini: nel 2000 gli AC/DC si avvicinano al concetto di pensione e lo fanno dopo aver pubblicato nel 1995 l’ultimo, vero, grande disco in studio: Ballbreaker. Disco che a molti ha anche fatto cagare, ma secondo me contiene alcuni pezzi da novanta e, pur essendo dopo i grandi classici, non mi annoia mai (a differenza di un The Razors Edge che, pur avendo dignità e alcuni pezzi ottimi, non lo ascolto mai intero neanche a morire). Poi ne hanno prodotti altri due, a distanze sempre maggiori di tempo e qualitativamente in calando.
Dopo 40 anni di dischi, può essere anche comprensibile un calo di forma. Ci sono band che lo hanno al secondo LP in studio. Per gli AC/DC il nuovo millennio segna il contachilometri e la lucetta “manierismo” esce prepotente. Quindi Stiff Upper Lip è un disco che puzza di Australia e rock, ma è un disco che fondamentalmente ti aspetti, ascolti un po’ di volte e poi lo rimetti al suo posto fino a…
Bella domanda. Da quanto non ascoltavo realmente Stiff Upper Lip? Da epoche quasi storiche, oserei dire. Non lo riesumavo da anni, forse ero ancora all’università l’ultima volta che l’ho sentito realmente concentrandomi su di esso e non trovandomi a pensare alla formazione del Fantacalcio, che treni prendere, se ho lavato abbastanza cose da evitare il collasso strutturale di tutto l’armadio e cose simili. Alcuni singoli di facile presa ci sono, ma è difficile che i fratelli Young se ne escano con qualcosa di più complicato, quindi bisogna valutarli sulla base del loro standard e, in questo tremendo XI° secolo, una loro hit non raggiunge minimamente la potenza di qualcosa uscito nel 1995 (e non fa neanche senso paragonarla a qualcosa uscita negli eighties o prima).
Il mondo non ha pazienza e quindi, per una strana ritorsione del fato, gli AC/DC, un tempo banditi per satanismo (!?), rock ad alto volume, scorretteze e alcolismo (Bon Scott), sono diventati il gruppo delle famiglie, dei rocker della domenica, di quelli che sentenono Virgin Radio e pensano di trovarci dentro qualcosa di realmente cutting hedge e innovativo e, soprattutto, una band che trovi da H&M.
Per sopravvivere sono diventati il gruppo poster di chi, sfortunatamente, la musica la vive sotto forma di presenzialismo… mentre il loro hard rock era qualcosa di totalmente diverso.
[Zeus]