Vent’anni dopo è ancora bisestile. The Smashing Pumpkins – Machina / The Machine of God (2000)

Di tutto il carrozzone grunge, gli Smashings Pumpkins sono quelli che ho sempre seguito di meno. Credo che il motivo principale sia il suo leader, Billy Corgan. Mi dispiace ammetterlo (!?), ma non ho mai sopportato il suo tono di voce; sento come canta e rabbrividisco, è tipo un gatto attaccato allo scroto mentre sto graffiando la lavagna con una forchetta. Non riesco a digerirlo e poi, in quanto a musica, riesco a sentire un po’ di canzoni e poi penso se ho tolto le cose dalla lavatrice, se ho lavato i piatti o ho portato fuori il cane (che non ho!). Quindi mi distraggo facilmente, riuscendo ad apprezzare realmente poche e selezionate canzoni, diciamo che di tutta la discografia mi viene in mente solo Bullet in Butterfly Wings. Penso che dica tutto, no? 
Ho perso di vista la band all’incirca nel 1995, dopo l’uscita di Mellon Collie and the Infinite Sadness.  All’epoca il grunge si era suicidato da solo, un po’ come molti fenomeni musicali pompati in maniera spropositata dalle case discografiche e dai media. E poi i protagonisti stavano crescendo ed invecchiare non fa bene al grunge (vedasi i Pearl Jam – di cui parleremo anche nel prossimo futuro, visto che cade il ventennale di Binaural). Invecchiare, per lo spleen adolescenziale, è una gran rottura di palle. Dopo anni di silenzio e dimenticanza, li ho incrociati con Adore e il video di Ava Adore e non per una curiosità spasmodica, ma perché MusicBox lo trasmetteva in continuazione. Risultato? L’innesto dell’elettronica mi ha proprio tolto la voglia di ascoltarli. 
Salto avanti ed eccoli a compiere vent’anni con Machina / The Machines of God. Di questo LP avevo sentito di sfuggita qualche canzone, ma ormai nel 2000 gli Smashing Pumpkings erano l’ombra di sé stessi, alle prese con un concept cervellotico (che nessuno ha probabilmente capito) e alla disperata ricerca di sé stessi. Operazione, quest’ultima che prosegue ancora oggi.
Machina ha il sostanziale vantaggio di non basarsi così tanto sull’elettronica come il precedessore. Ci sono sì spruzzate di modernità, ma anche le chitarre distorte e una evidente sensibilità pop (Stand Inside Your Love o la commerciale Try, Try, Try) nella prima parte della tracklist. E fin qua, cari lettori, le canzoni non sono malaccio. La voce è oscena, ma Corgan è capace di comporre canzoni degne di questo nome. Il problema è solo uno: sono fuori tempo massimo e non le riesco ad apprezzare pienamente. Nel 2020, il grunge non mi fornisce più quella sensazione di svago e conforto che era solito darmi ad inizio anni ’90 – adesso parla una lingua differente.
Oltre ad una sensazione di lost in translation e una lunghezza stracciapalle, diverse canzoni non vanno da nessuna parte  (Heavy Metal Machine) o sono brani in cui gli SP cagano direttamente fuori dal vaso.
Con Machina, Corgan tenta il colpo di coda ma si è solo il sussulto del cadavere. Dopo il 2000 il declino si è velocizzato e il viale cipressato è diventato una realtà tangibile, mentre la band continua testardamente a produrre dischi, andare in tour e credere di essere ancora importante.
Non lo sono, fidatevi di me.
La prima metà di Machina / The Machines of God la potete sfruttare per capire come costruire una canzone pop intelligente senza perdere di vista le chitarre.
Bisogna dare atto del buon songwriting di diverse canzoni, se no si finisce per sparare merda sul disco senza sottolineare anche gli eventuali pregi, ma oltre a questo direi che possiamo passare oltre e salutare gli Smashing Pumpkins.
[Zeus]