Finire in tristezza. Pantera – Reinventing the Steel (2000)

Certi finali sono scontati, inevitabili oserei dire. Prendete alcune vecchie amicizie, quelle che sembravano scolpite nella roccia, e lasciatele avvizzire lentamente, senza troppo clamore, per molti anni. Poi, ad un tratto, mentre le vostre vite hanno preso percorsi differenti e inclinazioni non più compatibili, ritrovatevi per una serata.
Quello che ne risulterà potrebbe essere una gran serata, con tanto di rielaborazione del passato e voglia di mettere un degno finale, o si finirà presto a dire le stesse cose, ricordare i tempi che furono (quelli meglio), due birre, una stretta di mano e saluti.
Con probabile coda polemica detta ad amici e parenti, su quanto quell’altra persona sia cambiata nel tempo e, in fin dei conti, quanto ti stia sul cazzo il suo atteggiamento generale.
Praticamente quello che è successo ai Pantera a partire da Far Beyond Driven e, per la precisione, dopo l’overdose del morigerato Phil Anselmo. Una pera di troppo (prima, probabilmente, tutti nascondevano la testa sotto la sabbia) ed ecco che l’atmosfera diventa pesante. Il giocattolo regge finché il fisico di Phil Anselmo tiene botta o la sua attenzione, resa labile da tonnellate di canne, droghe ed alcool, non viene attratta da mille altri progetti e hobby.
Unite tutte le componenti: membri che si stanno ormai sul cazzo/indifferenti, nessun interesse da parte di Phil Anselmo a far uscire un disco a nome Pantera, insofferenza dei fratelli Abbott e una generale, malsana, atmosfera di forzata convivenza, e otterrete Reinventing the Steel. Un disco che i fan volevano, ma che la band non aveva intenzione di registrare e, fra i solchi di questo LP, si sente tutto lo scazzo cosmico che si stanno trascinando dietro. Se fino al 1995 Anselmo scriveva dei testi decenti o almeno comprensibili, dopo FBD le sue lyrics diventano tanto ingarbugliate quanto lo è il suo cervello imbevuto di tutte le sostanze stupefacenti reperibili al mercato rionale. Quindi non c’è da stupirsi se su RTS siamo ad un livello inferiore. Cosa fa allora? Tira dentro un po’ di fan-service e una spolverata di “macho USA” per dosare bene, ma alla fin fine qualche passaggio interessante non salva RTS dal giudizio tranciante.
Giusto per citare qualcuna di queste perle:

No sense makes sense
You can’t get bought without thought
Ahh… no sense makes sense
You can’t get bought without thought inside
your head now [da “Uplift”]

O, se proprio non siete convinti,

When I die, I cast a shadow
And I’ll fly, I cast a shadow
Everybody get fucking up!
I cast a shadow…
I… I cast a shadow
I cast a shadow…
I… I cast a shadow [da “I’ll Cast a Shadow”]

Se sappiamo tutti che l’amabile buzzurro (non riuscirò mai ad odiarlo, anche quando ci si mette d’impegno) della Louisiana era cotto a puntino, quello che non si riesce a concepire è la svogliatezza del duo Abbott, con contorno di Rex Brown. Fra The Great Southern Trendkill e Reinventing the Steel passano quattro anni e Dimebag se ne esce con alcuni dei riff meno interessanti in assoluto. Hanno groove e potenza, ma sono lontani mille miglia dalla fangosità di TGST o dalla bellezza dei precedenti LP.
Reinventing The Steel viene composto senza voglia e suona, ironicamente visto che pompa con una produzione brillante e alcuni buoni groove, altrettanto svogliato. Suona da band finita in disgrazia, ma che tenta di darsi un tono mostrando il petto, alzando la voce e ritornando… indietro? Perché RTS è un passo indietro, che fa finta di essere qualcosa di nuovo ma vive sui ricordi e sulle mezze misure, sui manierismi e sul mestiere.

Adesso, come è giusto che sia, è d’obbligo il momento in cui stronco l’album e lo dichiaro spazzatura. Ma non è così. Pur avendo difetti incredibili e pur essendo sgraziato e il fratello scemo del precedente catalogo marchiato Pantera, Reinventing the Steel lo ascolto e anche spesso. Sarà che ho abbassato di molte tacche la mia soglia del brutto, ma nella sua goffaggine e svogliatezza assomiglia a quello studente fancazzista che copia qualcosa a caso dal vicino e vive di rendita sulle interrogazioni fatte nel passato.
E con questo atteggiamento ti ci puoi anche relazionare. Puoi conviverci senza troppi patemi d’animo. Perché, pur avvicinandosi pericolosamente allo sputtanamento di un’eredità artistica di ottimo livello, creano l’album brutto che senti quando stai facendo altro o quando vuoi sentirti ignorante come una zappa. RTS è il disco che ti ricorda le superiori e la loro fine (più o meno gloriosa), e nessun prodotto che viaggia su quei ricordi può uscirne indenne e immacolato come una vergine. Si porta dentro troppe scorie, troppi ricordi, troppe brutture e un’indefinita sensazione di “mi stai sul cazzo, ma non mi ricordo perché“.
Lo ascolto di frequente, e spesso è anche sul mio lettore ipod (probabilmente sono l’ultimo dei Mohicani ad usarlo ancora), mi prende anche bene, ma lo senti che è il saluto triste della band. Il “ci eravamo tanto amati” e poi suona, sconsolata, la sigla di chiusura dei Looney Tunes.
That’s All, Folks!
[Zeus]

4 pensieri su “Finire in tristezza. Pantera – Reinventing the Steel (2000)

  1. …vuoi o non vuoi l’unica volta che riuscii a vederli dal vivo a Pesaro durante il tour del suddetto disco(assieme a Satyricon e PowerMan 5000)…That’s all folks è stupenda come conclusione Zeus, sei un genio/mito 😉👊 Ti abbraccio(almeno su WordPress è possibile farlo) 👊😉🤘 Stay metal

    "Mi piace"

    1. Ciao Chef!
      Io i Pantera non sono mai riuscito a vederli, sfiga volle visto che sono uno fra i miei gruppi preferiti. Questo disco è ignorante e fatto alla buona, ma lo ascolto spesso, non chiedermi perché.
      Grazie dell’abbraccio Chef, ricambio e stammi bene mi raccomando!!!

      Piace a 1 persona

  2. Pingback: Colonne sonore di serie B. Viking Crown – Innocence from Hell (2000) – The Murder Inn

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