King Diamond – House of God (2000)

King Diamond è per me una delle figure più rappresentative del metal. Vederlo dal vivo, vi assicuro, è un’esperienza indimenticabile. Anche solo ascoltando un album ci si accorge di quanto la teatralità, la drammaticità, la narrazione, l’interpretazione e l’immedesimazione nel personaggio siano elementi fondamentali. Perché King Diamond è anche un racconta storie, e lo sa fare molto bene. 
Tutto ciò potrebbe sembrare fuffa a chi con la musica vuole arrivare al sodo. Quindi arriviamoci: musicalmente il Re Diamante è un grande compositore ed esecutore, una fonte di idee geniali a cui tutto ciò che ho detto prima si va a sommare per creare qualcosa di unico ed inimitabile. Chi riesce a farsi catturare da questa figura e farsi trascinare nel suo mondo rimarrà stregato dall’incantesimo per sempre.
L’album in questione, House of God, che compie vent’anni, è uno dei tasselli che compone la carriera di questo artista. Non è il suo capolavoro, non è nemmeno tra gli album più quotati e nominati quando si parla del contributo che King Diamond ha dato alla nostra musica preferita. Ma è anche vero che è fin troppo facile, quando si parla di una band, nominare sempre quei due dischi che tutti conoscono, almeno di nome, per sentirsi soddisfatti di se, per dimostrare che si è informati, ma molto probabilmente non si è mai andati oltre negli ascolti.
Se i suoi lavori migliori sono considerati altri, riascoltando oggi House of God ritrovo un disco estremamente interessante e vario, dannatamente heavy, ricco di atmosfera e di tensione emotiva, una storia horror da gustarsi leggendo anche i testi che raccontano il concept, un album da rispolverare e rivalutare, visto anche le esigue release degli ultimi anni (l’ultima ormai risale dal 2007). Personalmente devo dire che mi piace più oggi di quanto mi piacesse prima. 
Se siete fermi ad Abigail o non avete mai ascoltato più di tanto King Diamond, eccovi l’occasione per scoprire un piccolo gioiello di carbonio cristallizzato ad alta pressione.

[Lenny Verga]
 
 
 

Il periodo brutto dei Deicide, Insineratehymn (2000)

Se vogliamo fare un paragone blasfemo, cosa che con i Deicide ci sta alla grande, la loro produzione discografica è paragonabile al mio andamento universitario. Bei tempi quelli, in cui il massimo dei miei problemi era quello di dover studiare una qualche forma di diritto (romano, civil law, common law, diritto internazionale e chi più ne ha, più ne metta) e cercare di arrivare a sera senza giocarsi il fegato a forza di caffé/birre… 
Se proprio vogliamo, c’era anche il problema dei pochissimi soldi che giravano come studente, ma cazzo, tanto non avevi mica affitti, tasse a scadenza trimestrale o altre amenità che ti ricordano costantemente che sei un povero di merda e dovrai morire, e anche male. 
L’innocenza del periodo era stupenda, tanto che guardando indietro mi chiedo che cazzo ho fatto in quegli anni, visto che tanto io e la legge, la nostra storia d’amore, l’abbiamo chiusa per divergenze creative. 
I Deicide, invece, finiscono la loro storia d’amore e una interessante luna di miele con un disco piacevole come Serpent of the Light, che non era neanche un capolavoro assoluto e gridava a gran voce non ce la facciamo più già a trequarti di disco, per poi riprendere un po’ di amore quando i fratelli Hoffman vengono gentilmente accompagnati alla porta / mandati a cagare. 
Su Insineratehymn il livello dei Deicide prende la spinta proprio dalle ultime tre canzoni dell’LP precedente e, cosa importante da sottilineare, ne peggiorano la forma. I fratelli Hoffman non hanno mai avuto un il genio incarnato nelle mani, ma erano molto funzionali e fino al 1997 era tutto ok. Con il giro di boa dell’anno, si lasciano contaminare dallo slam, o almeno così sembra (Forever Hate You), e poi variano attitudine e mescolano un solido riffing a tempi medi a solidissimi sbadigli a bocca larga.
Non mi piace sparare solo sugli Hoffman, che poi sembrano responsabili anche dell’avvento di Greta e del cibo vegano, visto che anche il buon  Asheim è tutt’altro che in palla, cosa che dimostra a tutti semplificando fino al livello Grandi Scuole i pattern di batteria. 
La mezz’ora di tempo scorre monotona e con il fiatone, Benton parte, che sembra in forma con il growl.
Il mondo è una merda, lo sappiamo, e visto che è crudele e senza cuore, mette in dubbio anche il death metal sano e onesto che fa della bestemmia a santi, madonne e cristo la sua bussola.
E poi, mannaggia il Capro, vi rendete conto che su questo disco ci si scosta dall’utilissima missione di infangare il cristianesimo e ci si mette a parlare male della propria ex come un cazzo di liceale? Ma puttana eva, che vita di merda che mi tocca subire. 
La crisi dei Deicide continuerà ancora, ma almeno abbiamo un primo indizio di qual’è il paziente zero
[Zeus]

Il ritorno del figliol prodigo: Iron Maiden – Brave New World (2000)

Gli Iron Maiden sono sacri, ciò è vero e giusto. Detto questo, ripensiamo al periodo in cui Dickinson lasciò la band, creando scompiglio tra i metallari di tutto il mondo. La band preferita da migliaia e migliaia di persone subiva un grande scossone. Saltiamo il periodo successivo e arriviamo al 2000. Dickinson è rientrato nella band e, se ciò già era più che sufficiente a riportare il sorriso sui nostri volti, ha portato con se il redivivo Adrian Smith. E’ grande festa a palazzo.
L’annuncio di un album in arrivo corona il tutto.
Questa formazione dei Maiden a tre chitarristi, ormai consolidata da vent’anni, continua a mietere vittime nei concerti in giro per il globo, regalandoci performance memorabili senza mai un cedimento e, nonostante non siano più dei giovincelli, possiamo tranquillamente affermare che sul palco attualmente hanno pochi rivali, se non addirittura nessuno. E questo, direi, è l’aspetto fondamentale dell’heavy metal, se no della musica in generale: saper suonare dal vivo, saper emozionare e regalare esperienze uniche.
Ma dal punto di vista compositivo, cosa ci hanno portato dopo questo ritorno in grande stile? Questa è un po’ la nota dolente dell’intera faccenda. Brave New World compie vent’anni ed il primo album della ritrovata formazione a essere messo sotto esame. Nonostante l’eccitazione e l’immenso successo del disco in questione ai tempi dell’uscita, oggi ho da fare qualche appunto che all’epoca nemmeno mi sognai di fare. 
Se l’opener The Wicker Man è il pezzo in pure stile maideniano che volevamo sentire, ci si accorge ben presto che il meccanismo non funziona più come prima. Se la title track è un altro pezzo che esalta, come anche il tributo a C. S. Lewis Out of the Silent Planet, ce ne sono diversi che nonostante gli spunti interessanti soffrono di un grosso problema: l’eccessiva lunghezza e l’inutile prolissità. Prendiamo ad esempio Ghost of the Navigator, che sarebbe un gran bel pezzo se non fosse per i sei minuti e cinquanta secondi di cui non ha affatto bisogno, che gli fanno perdere mordente, cosa che non succede con The Fallen Angel, forse poco originale ma molto più diretta. Da questo punto di vista funziona molto meglio Blood Brothers, grazie a tempi più lenti ed atmosfere più dilatate, pezzo che oggi scopro di gradire molto più che in passato.
I Maiden sono sempre stati capaci di comporre pezzi lunghi ed articolati, si vedano Rime of the Ancient Mariner, Hallowed Be Thy Name, Revelations, Phantom of the Opera, Fear of the Dark o anche The Sign of the Cross, la lista potrebbe continuare, ma i nuovi pezzi non hanno purtroppo lo stesso appeal, non coinvolgono così tanto l’ascoltatore. Canzoni come Dream of Mirrors, The Nomad (quanto è figa l’intro, quanto è epico il ritornello… ma il resto?) e The Thin Line Between Love an Hate (che non mi è mai entrata in testa e mai ci entrerà, nemmeno ad iniettarmela con la siringa) si perdono nella memoria fino ad offuscarsi col passare del tempo. Ed è un vero peccato perché le idee buone ci sono, ma sono state esasperate, diluite e allungate inutilmente in troppe canzoni per poter considerare questo un difetto minore o da mettere in secondo piano. 
Prima di arrivare a conclusioni affrettate, io capisco e apprezzo la voglia di rinnovarsi, di sperimentare, di fare qualcosa di diverso e da questo punto di vista mi convinceranno con il successivo lavoro. Ma su questo disco la mia impressione è che i Maiden, invece che proporci qualcosa di nuovo, ci propongano qualcosa che guarda di più al passato, ma non fatto altrettanto bene. 
Cosa rimane oggi di Brave New World, oltre il fatto di segnare il ritorno di Dickinson e Smith? Un paio di pezzi che vengono proposti ancora dal vivo, perché meritano e rendono moltissimo, ma poco altro. E lo dico a malincuore, perché sto parlando di una delle mie band preferite in assoluto.
[Lenny Verga]

Fai da te alla tedesca con i Dorn: Falschheit (2000)

Mentre scrivo questa recensione mi trovo rinchiuso in casa in Austria, mentre in Paese impazza l’epidemia di Coronavirus. Trovandomi in un ambiente di un x numero di metri quadri con l’altra metà del MayheM-Duo e senza la grande volontà di incontrare l’umanità, l’unica possibilità di sopravvivenza in questo mondo post-apocalittico è quello di gestire tutto da casa: pagamenti, mangiare e via dicendo. Il fai-da-te è il modello base venerato e incoraggiato in questa strana primavera. Il DIY è incredibile quando hai capacità enormi o idee che viaggiano a mille all’ora, se no ti ritrovi nella mia condizione di voglio ma non riesco tento ma il risultato finisce per essere bah. I tedeschi Dorn, impersonati da Roberto Liebig, escono nel 2000 con l’esordio ufficiale intitolato Falschheit. Fa tutto lui, anche se spero per lui che la copertina l’abbia data da fare al cugino per 2 euro perché è oscena forte, e qua si potrebbe levare l’applauso sentito… ma così non è. Falschheit non è brutto, solo che è derivativo e si porta appresso diverse pecche di registrazione che ti lasciano un retrogusto strano in bocca. La batteria suona falsissima e le chitarre sono così flebili e innocue da sembrare, ahimé, le ultime chitarre dei Rotting Christ, ma senza quel riffing interessante e personale che tanto ci piace nella band di Sakis. 
Povero Roberto, lui ci tenta anche a mettere insieme il prodotto dei suoi sogni. Me lo vedo alle prese con il riffing di Meer Der Verdammnis e mangiarsi un panino con il Leberkaese. So che si sforza nel mettere insieme le tastiere, anche quando sono Bontempi e/o vengono suonate con mezzo dito. Il growling è particolare per un prodotto come questo, una sorta di gothic-black metal ipermelodico, visto che è più vicino al grugnito death che al classico screaming della fiamma nera. 
Falschheit, come detto, non è brutto perché ci sono dei buoni momenti melodici e alcune volte tutto funziona (per esempio sulla title track, quando non viene preso da un raptus), ma è un disco che non avresti ascoltato vent’anni fa e non lo faresti neanche ora. Il fai da te funziona unicamente se sai maneggiare bene tutto, se no rischi di finire in un vicolo cieco di scelte non proprio azzeccate che, sommate, finiscono per azzopparti il prodotto finale. 
Dai Roberto, tentiamoci con il prossimo disco. 
[Zeus]

Una sicurezza: Paradise Lost – Obsidian (2020)

4

Il mio ritorno ai Paradise Lost è coinciso con l’uscita di The Plague Within. Per me, e lo dico consciamente, un gran cazzo di disco. Mi avevano stancato i cittadini di Halifax, non ne potevo più né della svolta elettronica-furbettona, né del rinnovato amore verso le sonorità più plumbee. Probabilmente è per questo che mi sono perso Faith Divides Us – Death Unites Us e il successivo Tragic Idol, che leggo essere due ottimi dischi secondo webzine più sul pezzo di questa. 
Poi è arrivato The Plague Within ed è stata la svolta, il momento in cui mi son costretto a smettere di riprendere in mano i Paradise Lost unicamente per sentirmi i singoli o per rimembrare dischi di un glorioso passato. Un po’ come quando smetti di cucinare e ti ingozzi di roba precotta, indulgendo solo sporadicamente su pietanze elaborate da ristorante, e poi ritorni a prendere in mano il pentolame. The Plague Within era rimettersi ai fornelli tirando fuori lo showstopper, il momento alto della nuova cucina casalinga post-fase industriale. Già su Medusa i beniamini di Halifax avevano fatto un piccolo passo falso, ritornando a guardare indietro (periodo death-doom) ma senza riuscire a trovare un modo equilibrato di portare avanti il discorso della rinascita oculata. Perché questo sono i Paradise Lost post-2015, una band che non vuole certo ridefinire il confine in cui si muove e la musica che propone, ma rimescola sapientemente concetti già espressi in passato attualizzandoli. Un lavoro che richiede una certa dose di furbizia, paraculaggine e bravura, mischiate in maniera abbastanza equilibrata. 
Con Obsidian ci troviamo di fronte all’espressione perfetta del concetto sopra esplicato. Nel 2020 i Paradise Lost non stupiscono, ma rielaborano la loro stessa lezione senza andare a pescare dallo stesso periodo degli LP precedenti; in questo modo il risultato è nuovo e vecchio allo stesso tempo
Dopo aver rivangato l’idea che stava dietro a dischi come Lost Paradise e Gothic, Greg Mackintosch mescola le carte del quinquennio 1993 – 1997; non lo fa in maniera manieristica, ma molti degli elementi fondanti di quel periodo si sentono distintamente. Quindi ecco di nuovo il concetto di canzone, di melodia e un’attitudine che rimanda più ad Draconian Times che a Lost Paradise. Non potendo rinnegare la svolta precedente, senza risultare nuovamente troppo arditi/paraculi (a seconda di chi esprime il parere), Marckintosch inserisce anche elementi doom-death in Obsidian (Ravenghast), ma senza andare a calcare la mano come su Medusa; in questo frangente preferisce inserirsi nel più comodo e caldo bozzolo del cupo gothic-metal che aveva caratterizzato la loro produzione post-Icon. La “insospettabile” leggerezza di alcune parti vocali ti potrebbero persino indurre a cercarne i genitori in One Second.  
Senza esagerare, Nick Holmes &Co. tirano fuori un disco che ti ascolti perché ti fa piacere e che non annoia. Ha al suo interno i singoli che ti rimangono impressi e che ripescherai quando hai voglia di qualcosa di nuovo dei Paradise Lost e anche alcune canzoni fatte bene (The Devil Embraced) , concrete e che non pisciano mai fuori dal vaso. 
Obsidian non ha però quel qualcosa in più che ti faceva esclamare stupito: “cristo che disco The Plague Within!”. Probabilmente non lo cercava neanche quell’effetto, ormai la posizione era consolidata dopo un crescendo costante nel songwriting, ma il mondo è fatto anche di paragoni e, per me, Obsidian deve confrontarsi con The Plague Within. Operazione ingrata, ma fortunatamente non sfigura: ma che ci volete fare, l’effetto sorpresa, come la verginità, non è replicabile
[Zeus]

L’eterna lotta contro il bene dei Deathspell Omega – Infernal Battles (2000)

Non mi ricordo dove ho letto per la prima volta il nome Deathspell Omega, probabilmente su qualche rivista (potrebbe essere Grind Zone, ma non ne sono sicuro). Di loro mi ricordo il concetto di segretezza, un qualcosa che ti permetteva di immaginare più di quello che, in realtà, la band stava proponendo. Il concetto di “magia” era ancora intatto. Come ho già avuto modo di dire in occasione del loro demo, pur venendo colpito favorevolmente da alcuni elementi, i Deathspell Omega non saranno mai la mia band preferita. E con Infernal Battles esprimono poco o niente che possa essere qualificato come capolavoro o quantomeno un concetto di disco interessante e da avere. La seconda metà del disco è Disciples of the Ultimate Void, mentre la prima parte è un mistura di black metal registrato male e con poche idee in croce. Visto che delle ultime quattro canzoni ho già parlato, cosa posso dire della prima metà? 
Con la sapienza del poi, la batteria elettronica è la cosa migliore dentro quel guazzabuglio di suoni registrati di merda. Il riffing emerge poche volte dal casino cacofonico del duo voce-batteria e non sempre quello che esprime è degno di nota, mentre le vocals sono una tortura da sentire. Shaxul sembra avere dei grossissimi problemi dati da strumentazioni inserite nella laringe e non si possa avvicinare troppo al microfono, così che il suo screaming ne esce strano (e non nella versione piacevole dello strano!). 
Nel giro di 4 anni, questa band francese diventerà oggetto di discussioni e venerazione da parte del pubblico black metal (più o meno intellettualoide), ma nel 2000 i Deathspell Omega sono solo una band modesta e Infernal Battles è un prodotto scadente. 
[Zeus]

Il grande viaggio, Howling In The Fog – Perpetual Journey (2020)

A circa un anno di distanza ritorniamo a parlare degli Howling In The Fog, one man band di Trento a cui ormai ogni forma di catalogazione all’interno di un genere va più che stretta. La discografia, che inizia ad essere di una certa consistenza, si arricchisce oggi con Perpetual Journey.
Come ad ogni nuova uscita, il discorso musicale degli Howling In The Fog riprende da dove il precedente si era interrotto, ampliandosi con nuove idee ed esplorando sempre nuove sensazioni ed emozioni, sperimentando e spingendosi verso nuovi orizzonti. 
Il prog è alla base della proposta musicale, dove ad ogni strumento viene dedicata una certa rilevanza e la medesima cura, poi ci sono l’ambient, l’atmospheric e il post-black, mentre tracce degli esordi più estremi della band si riscontrano ancora nel cantato in scream e nelle improvvise sfuriate di violenza. Basta ascoltare anche solamente l’opener, la title track dell’album, per avere la sensazione di aver già compiuto un viaggio musicale completo e invece siamo solo all’inizio.
Quella degli Howling In The Fog è musica per viaggiare con la mente e con il pensiero: lasciatevi trasportare da tracce come Ghost e Resolve, emozionatevi con tutte le sfaccettature di Feeling e Revelation.
Perpetual Journey è una proposta che all’ascoltatore occasionale potrebbe risultare inizialmente un po’ ostica, ma per l’ascoltatore che sa quello che cerca, che sa quello che vuole, la qualità di queste composizioni non può che lasciarlo soddisfatto. Un album che cresce ad ogni ascolto e che dimostra che esistono band nell’underground che davvero meriterebbero molta più considerazione ed attenzione.
[Lenny Verga]

La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

La presa di coscienza dei Primordial: Spirit the Earth Aflame (2000)

Nel percorso di crescita di una band che parte dall’underground, spesso con componenti molto giovani, arriva prima o poi il momento della maturità, in cui stilisticamente si trova la propria identità, una caratteristica sonora che verrà impressa nella mente dell’ascoltatore e che renderà quella band riconoscibile e distinguibile dalle altre, chi più chi meno. Si spera sempre poi che quel momento coincida con un balzo in avanti non solo qualitativo ma anche di notorietà. 
Per gli irlandesi Primordial questo momento arriva nel 2000, vent’anni fa, con la pubblicazione di Spirit The Earth Aflame. Dopo due lavori interessanti anche se ancora acerbi, la band riesce a focalizzare meglio e a incanalare le proprie idee nel modo migliore, bilanciando alla perfezione tutti gli elementi della sua musica. E si parla di veramente tanti elementi, di tanta carne al fuoco, perché da qui i Primordial non possono più essere relegati semplicemente nell’ambito del black metal con qualche rimando al folclore. 
Il sound della band è estremamente ricco: ritmiche serrate di chitarra acustica e arpeggi di chiara derivazione folk, il tremolo picking e lo screaming del black metal, ritmiche rallentate e rocciose tipiche del doom, momenti epici e drammatici, progressioni melodiche di accordi perché il powerchord non è elemento da mettere in primo piano quando si trovano soluzioni migliori, la voce pulita di Alan Averill sempre più definita, personale, con quel suo fare che viaggia al limite tra l’interpretazione teatrale e la sofferenza del ribelle. E ancora melodie elaborate con variazioni sul tema, assoli ispirati, linee di basso in evidenza, intermezzi dal sapore celtico o dall’incedere battagliero, una carica emozionale che prende allo stomaco oltre che al cervello, che è una di quelle caratteristiche che mi fa adorare una band.
Dopo tutto questo tempo l’album non ha perso il suo smalto e sono diversi i brani che ancora oggi vengono riproposti dal vivo nonostante la discografia della band sia diventata di una certa consistenza. 
Qui i Primordial iniziano ad assumere la forma definitiva della band unica e straordinaria che sono ancora oggi, un punto di partenza ideale per chi volesse iniziare a conoscere questo gruppo senza dover per forza ripercorrere l’intera discografia.
[Lenny Verga]

Benighted – Benighted (2000)

Prima di buttarsi senza problemi sul brutal death, i francesi Benighted non si sono lasciati scappare l’opportunità di far uscire un disco in onore del Grande Satanasso. Un disco “satanico”, o mezzo black metal, è il pass universale per essere considerati cattivi senza riserve e, diciamocelo, ci son passati moltissimi gruppi. Il debutto dei Benighted è, a tutti gli effetti, un disco death metal con orientamento al demonio – ecco quindi scream e altri piccoli vezzi che possono rientrare nel filone, ma sono solo sfumature. 
Il disco picchia e ha un suono compatto e cazzuto, il che è una fonte di distinzione da tutto il movimento “cantina” del black metal, ma è anche un LP caotico nel suo incedere. Pieno e compresso, è un rullo compressore che tritura veramente tutto quello che incontra sul suo passaggio. 
Ci sono delle cose interessanti (parte della linea vocale di Last Part of Humanity è tratta direttamente da un’aria operistica), ma troppo poche per essere realmente indice di un debutto convincente al 100%. 
In un momento in cui il black metal entra in crisi e anche il death subisce delle trasformazioni, uscire con un debutto confuso non è proprio una delle presentazioni che ti fanno entrare di diritto nella categoria dei grandi giocatori. Ma fortunatamente Benighted è l’esordio e non una condanna a morte, quindi non è il caso di redigere un sproloquio funebre su una band che negli anni successivi si concentrerà sulla parte del sound (e sulle tematiche) che meglio si confanno. 
Ma tanto anche dal debutto si capiva che fare i cattivoni nominando Satana era un gioco ingenuo, giusto per limare alcune parti del sound, tirare a lucido il songwriting e tentare la via del brutal. 
[Zeus]