La semplicità prima di diventare pesanti: A Perfect Circle – Mer de Noms (2000)

Nel 2000 il metal se la vede proprio malaccio. H guardato, in maniera distratta, cosa era uscito quell’anno e vi posso assicurare che la vivacità della scena metal (estrema o meno) era ridotta ai minimi termini. Album ne sono usciti, ma grandi album? No, quello non proprio. LP che confermano il cambio di tendenza (vedasi gli Immortal) o altre band che puntano tutto sul rosso quando esce nero (In Flames) o il saluto di un gruppo ormai allo stremo (Pantera). Sono tutti sinonimi di una condizione ormai deteriorata della musica che tanto amiamo. Ci saranno sicuramente dischi che mi ricorderanno grandi cose o anche buoni album, certo, ma quelli che ti segnano l’anima sono passati. Forse perché certe cose hanno una data di scadenza, come il latte, ed è meglio soffermarsi sui ricordi che seguirli nel futuro. Chi lo sa. 
Gli A Perfect Circle racchiudono la loro storia in due dischi, se vogliamo anche l’album di cover non è male, mentre con l’ultimo hanno messo insieme un qualcosa che non ascolto poi più di tanto. Praticamente hanno smesso di essere una band con brani “da riascoltare” nel triennio 2000 – 2003, poi si discute. Mer De Noms non bazzica nei territori metal (ma questo lo dico per chi è sceso dall’albero ieri sera) e anche se suona da rock con il baffetto ritorto, il risvoltino e l’antipasto vegan, hanno ancora quella qualità che molte band Indie cercano come il Valhalla nelle fogne del sound “artistoide”. Quindi mettono più o meno d’accordo tutti: dal metallaro di buon umore al rocker della domenica pomeriggio, con le magliette degli AC/DC comprate all’H&M. 
Sarà perché si porta appreso una mezza dozzina di canzoni buone (il video di Judith mi piace assai) e poi qualche colpo a vuoto. Tanto per buttare dentro musica, ma loro sapevano già che bastavano le altre per vedersi su Billboard, quindi va bene così. In fin dei conti quelle sei canzoni ti fanno riascoltare Mer de Noms, mentre i brani deboli non ti fanno cagare a spruzzo e, secondo un modello di valutazione ormai certificato dalla NASA, questo è un punto a favore di un disco. 
Gli APC se la prenderanno comoda per registrare il seguito, ma intanto hanno rimesso la parola rock in mezzo al letamaio dell’indie e di tutte le band con il The… davanti che, puttanatroia, mi fa salire il vomito. In mezzo ad una marea di letame o dischi inutili, una scintilla come questo Mer de Noms è abbastanza per cercare di scavallare il 2000 e non gettarsi giù da un ponte. 
Me lo ricordavo meglio, riascoltato dopo lungo tempo mi son ricreduto sull’eccellenza che gli avevo appiccicato addosso. Sono invecchiato io e la memoria mi gioca brutti scherzi, ma comunque sia Mer de Noms rimane un disco da tenere e riascoltare. Vent’anni di decantazione non l’hanno trasformato in aceto, per la gioia di Keenan. 
[Zeus]

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