Eisenhauer – Blessed Be The Hunter (2020)

Blessed Be The Hunter dei tedeschi Eisenhauer ci arriva fresco di stampa dalla Metal Message che, dopo averci stupito a più riprese con interessanti pubblicazioni in ambito black metal e affini, questa volta ci propone sonorità più classiche.
Gli Eisenhauer propongono un heavy metal vecchio stampo, con forti dosi di epicità, qualche sporadico accenno al thrash e un piglio spesso doomeggiante. Se volete qualche termine di paragone, fin dal primo ascolto mi è sembrato qualcosa che sta nel mezzo tra Grand Magus e Argus. Quindi ci troviamo ad ascoltare riff duri e rocciosi, un bel lavoro della sezione ritmica (batteria in particlare), brani piuttosto strutturati ed elaborati ma senza risultare ostici, noiosi o forzati, una dose di melodia ben calibrata. Una copertina che fa molto dipinto di William Blake impacchetta il tutto.
Per riuscire ad apprezzare meglio questo lavoro ho dovuto riascoltarlo qualche volta, perché all’inizio non sembrava convincermi in ogni suo aspetto, salvo poi farmi cambiare più o meno idea completamente.
Non c’è un gran che di negativo da dire su questo album, solo alcuni appunti: qualche assolo di chitarra poco incisivo, qualche riff poco efficace, stranamente presenti per lo più nei primi brani del disco. In definitiva, uno di quei lavori che crescono con l’ascolto.
Un discorso a parte lo merita la voce. Il cantante è sicuramente dotato, ha un tono profondo e personale, un vocione “alla Danzig” se vogliamo, ma che a me è sembrato un po’ monocorde. In alcuni passaggi sarebbe servita un po’ più di aggressività, qualche variazione di tono in più per conferire maggiore dinamicità al pezzo, osare un po’ di più insomma… se conoscete le due band che ho citato sopra, sapete di cosa parlo. A volte si ha l’impressione di un cantante di una qualche band goth finlandese che canta su un pezzo heavy.
Piccoli difetti che sicuramente potranno essere superati in futuro, i margini di miglioramento ci sono. Blessed Be The Hunter è solo il secondo album degli Eisenhauer e, se continueranno su questa strada, ci regaleranno tante emozioni, perché gli elementi validi e interessanti nella loro musica non mancano. Il CD è stato rilasciato il 6 giugno.
[Lenny Verga]

La svolta sciarpetta dei The Gathering: if_then_else (2000)

400

Riascoltato adesso, vent’anni dopo la sua uscita, if_then_else dei The Gathering non è poi così male come lo ricordavo. Non è il disco degli olandesi che mi porterei sulla fantomatica isola deserta, ma è certamente meglio della fumosa immagine che avevo in mente. 
La svolta fighetta e alternativa incominciata con How To Measure a Planet? è stata portata all’estremo, spostandosi definitivamente dal substrato metal a quello di un sound atmosferico, dilatato, alternativo e fighetto che poi esalteranno in Souveniers e nella svolta trip hop di Home. Il fatto è che nel 1998, con How To… c’erano ancora dei grandi pezzi ad accompagnare l’avventura degli olandesi, su if_then_else ci troviamo di fronte ad un disco che è ben suonato, ben prodotto ma che ti dimentichi in fretta. Ci sono dei momenti più hard rock (Rollercoaster, Analog Park Colorado Incident), e anche qualche pezzo interessante (Saturnine) ma in generale non ha niente di realmente memorabile e, ahimè, mi tocca riascoltare ‘sto disco per l’ennesima volta per tenere in mente tutto quello che c’è dentro. 
Anneke è bravissima come sempre, pur spostandosi su tonalità più eteree visto che deve assecondare la musica, ma si preferisce quella pre-2000 a questa sua nuova versione (che poi andrà a sbragare in maniera totale con i dischi solisti e il “nuovo” progetto metal, di cui non ricordo neanche il nome da tanto mi è rimasto impresso). 
Nel 2000 i The Gathering puntano ad un pubblico completamente diverso dalla vecchia fan base. La gente a cui parlano è quella che si siede al banco del ristorante vegano, ha opinioni su tutto (prevalentemente del cazzo) e soprattutto ha l’attitudine puntodivisticamente parlando (cit.) che è l’esatto substrato per la cultura di certe sonorità sofisticate. Mi piange il cuore accostare Anneke e i The Gathering a questa congrega di protesi della loro stessa minchia, ma if_then_else ha quell’attitudine strana. 
A ricordarmelo bene, direi che è proprio da questo CD che ho incominciato a lasciare indietro la band, ascoltandola distrattamente e poi recuperandola meglio solo su Home per il relativo tour di metà 2000. 
Il punto di svolta è stato il 1998 (o forse addirittura Nighttime Birds), ma è nel 2000 che compiono la metamorfosi completa, perdendo il mio interesse e, con il senno del poi, anche pian piano una direzione precisa che li ha portati a perdere per strada prima Anneke e poi loro stessi. 
[Zeus]

Whitechapel – The Valley (2000)

Su Youtube riesco a perdere quantità enormi di tempo.
Apro e le ore scorrono via come niente e, credo, questa è una di quelle cose che un bambino odierno non riesce a capire in maniera totale. Avere la disponibilità di tutto, e subito, mi fa ancora un certo effetto; non dico che mi rende timido, ma di certo mi sento come un bambino nel negozio di caramelle (o il sottoscritto quando entra in un negozio specializzato in birre). Visto che mi perdo e non so più che pesci pigliare, mi fidelizzo a canali youtube, a gente che mi fa ridere (tipo le Coliche) o mi butto fra link e consigliati da Youtube stesso.Un modo come un altro per avere un indirizzo e una certezza, e non buttare via ore a cazzo…
Uno dei consigli apparsi sulla homepage, a suo tempo, era un certo Jared Dines. Il tizio inizialmente mi divertiva, un po’ come Moracchioli, ma adesso non lo seguo più anche se forse fa ancora cose divertenti. In uno dei video postati, Dines interpreta 15 growl in 10 minuti di canzoni, una cosa francamente impressionante visto che è realmente bravo e, sentendo gli artisti coverizzati, posso dire che la somiglianza è realmente notevole. 
Perché il pippone? Perché, come potete immaginare, uno dei singer era Phil Bozeman dei Whitechapel.
Conoscevo la band più di nome che di fatto, il deathcore non è mai stato uno dei miei ascolti principali, quindi per me era un grande boh. Negli ultimi mesi, a causa dell’ormai consolidato cambio di Paese e influenzato dagli ascolto dell’altra parte del MayheM-Duo, anche il deathcore sta entrando negli ascolti.
Per quanto sia pieno di testosterone e capace di picchiare senza compressi, questo sottogenere del metal non credo diventerà mai il mio genere di riferimento, ma sto pian piano capendone le dinamiche e il perché piace così tanto. 
Ma veniamo ai Whitechapel e precisamente a questo The Valley.
Arrivo a recensirlo con un ritardo di un anno, ma sticazzi.
Una serie di recensioni autorevoli ne esaltavano il carattere autobiografico delle lyrics e il suo essere un’evoluzione del classico deathcore americano; mi sono incuriosito ed eccomi qua a parlarne. 
Sul lato testuale, non saprei cosa dire in realtà (dovrei leggermi realmente tutti i testi e non ne ho un cazzo di voglia!), quindi meglio concentrarsi sulla parte musicale, di cui non capisco un cazzo a prescindere, ma almeno la racconto meglio. Avendo ormai sentito diverse band deathcore et similia, con The Valley stiamo parlando di un disco che è perfettamente nel genere ma i Whitechapel sembrano aver tirato dentro alcuni elementi più soft e rock a far da contraltare al classico sound muscolare e straight-in-your-face
Certo, non stiamo parlando di una svolta Copernicana, ma saltano all’occhio le radici rock di Hickory Creek, un uso più esteso delle clean vocals (es. Third Depth e la stessa Hickory Creek) e anche maggiori concessioni melodiche che smorzano il dualismo chuga-chugabreakdown tipico del deathcore.
Su Hickory Creek il clean ci sta benissimo, ma di norma non sono un grandissimo fan delle clean vocals in certi generi, secondo me smorzano tutta la botta. Ma forse sono troppo intransigente io. 
Il resto dell’LP è di buona fattura, con alcuni momenti che ti scardinano il collo e forse alcune lungaggini inutili, ma in fin dei conti  The Valley è un buon disco. In parole povere, i Whitechapel hanno creato un LP compatto e dal minutaggio contenuto.
Il bello è che sono arrivato alla fine senza essermene accorto, cosa insolita visto che dopo un po’ il deathcore finisce la sua carica aggressiva e mi viene voglia di tornare a cercare altro death metal da calci in faccia
[Zeus]

Witchmaster – Violence & Blasphemy (2000)

400

I polacchi Witchmaster, prima di questo recupero per il ventennale, non li avevo mai sentiti. O forse avevo sentito il nome di sfuggita perché ci suona dentro Inferno dei Behemoth, ma tanto in questo Violence & Blasphemy il batterista polacco non ci suona, quindi è terreno estremamente nuovo per me. 
I Witchmaster sono della razza bastarda, quel black metal che copula con il thrash e quindi veloce, sporco, grezzo e che rimanda più alla prima ondata del black piuttosto che alle seconde leve. Brani che raramente superano i 4 minuti di durata e un’attitudine da tutto e subito, fanno di Violence & Blasphemy un recupero da fare; se, ovviamente, siete delle capre come me e ve li siete lasciati sfuggire.
I polacchi li trovate a sbattersi nei festivalini lerci e trve kvlt, quelli da cartuccere, vestiti in pelle, borchie e piazze d’armi in mezzo ai crini del metallaro. I Witchmaster sono la colonna sonora delle serate a birre da discount, quelle che hanno scritto mal di testa come ingrediente principale, e headbanging contenuto ma costante.  
Non hanno pretese e non ti chiedono niente di più che essere presente all’invocazione di Satana e nel dire quante più bestemmie possibile nell’arco della canzone. Indicazioni semplici e precise. 
Niente track-by-track, le canzoni con le dovute differenze e variazioni, sono praticamente similari e quindi non fa senso citare Possessed by Satan, Tormentor Infernal Witchmaster. Hanno tutte tiro, quindi vi lascio ascoltare questi 40 minuti di blasfemia e black-thrash, il resto è noia. 
[Zeus]

Un tocco di pantaloni a zampa, due gingilli d’argento ed ecco i Blues Pills – Lady in Gold (2016)

A forza di seguire il metal estremo, e complice una galoppante demenza senile, mi sono perso grandi parti del panorama rock mondiale. Facendo una cernita attenta e buttando nel cestino le porcherie, le brutture e pezzi rock mosci, quello che resta è un bel po’ di rock che funziona alla grande. 
Ho già parlato dell’aumento esponenziale del comparto rock/stoner/psichedelico da quando sono arrivato in terra austriaca, e questo è un ulteriore tassello visto che l’altra parte (quella migliore) del MayheM-Duo ascolta moltissimo genere e, di conseguenza, sono entrato alla grande nel mood generale. Cosa che mi fa piacere, sia chiaro, visto che è un settore che, vuoi per stanchezza dopo anni e anni di ascolto, vuoi per delusioni musicali varie, avevo trascurato rimanendo solo sui grandi classici del genere. 
Un giorno, durante la quarantena, sento risuonare in casa le note di Lady in Gold. Ovviamente non conoscevo né la canzone né che erano i Blues Pills, ma il sound era quello giusto e mi ha subito aumentato la percentuale di barba del 37%. 
Eccazzo, mi è piaciuto ‘sto disco.
Lady in Gold suona vintage, cosa non proprio nuova nella rinnovata fortuna del panorama rock-blues, ma ha dalla sua una traccia iniziale che spacca per tutti i 4 minuti di tempo e ti fa salire la scimmia di risentirla. In secondo luogo inserisco anche il cantato di Elin Larsson: la singer svedese non è una di quelle cantanti che continuano a sputarti in faccia mille vocalizzi inutili che ti fanno solo girare il cazzo. Dopo 2 minuti di piroette vocali e yodel, solitamente mi si sciolgono le palle e smetto di sentire la band, con i Blues Pills questo non accade.
Il timbro della Larsson è soulfull, caldo e si armonizza bene con quanto sta succedendo sotto. E questo, signori miei, è un plus notevole. Saper contenere l’onanismo musicale e sfrondare le canzoni dell’inutile è un punto di favore che non smetterò mai di sottolineare. 
Ascoltandoli bene e sapendo cosa è venuto prima di loro e avendo annusato un po’ il “nuovo movimento blues rock moderno”, i Blues Pills non offrono qualcosa di nuovo al panorama musicale attuale. Ma questo, cari miei, non è il loro scopo: quello che gli svedesi fanno è rielaborare un concetto musicale sixties/seventies e riadattandolo al 2000 e alla modernità. 
Ecco perché quando li senti, ti ricordano qualcosa ma non sono una copia.
I Blues Pills prendono elementi come la leggera sporcizia nel sound, il blue-eyed blues, il calore e altro di un’epoca musicale pionieristica facendone proprio il verbo. 
Ecco perché ho detto che la band svedese suona vintage, ma non vecchia. Non si è fossilizzata, facendo il verso ai sixties/seventies rimanendoci schiacciata, no. I Blues Pills suonano blues rock sanguigno, carico e groovy (detto come Austin Powers) e lo fanno bene. 
Vi concedo la critica che ci sono molte band che adesso hanno impostazioni simili o radici nella stessa epoca, ma Cristo, non tutte hanno la qualità media di Lady in Gold.
[Zeus]

Nel 2000 debuttano i Killswitch Engage con il disco omonimo

All’alba del 2000 il metalcore incomincia a spargere i suoi temibili frutti su tutto il panorama musicale contemporaneo. Non è un genere realmente nuovo, visto che è dalla metà del 1990 che band come Hatebreed/Converge etc hanno incominciato a mischiare attitudini “diverse” come quelle del metal e dell’hardcore. Il fatto è che sul finire del 2000 c’è uno spostamento netto di riferimenti musicali e la nuova ondata di death metal svedese capitanata da Dark Tranquillity, In Flames e At The Gates era diventata un focus su cui incentrare il sound del 2000. Fra i tre, i più cannibalizzati sono gli In Flames, probabilmente perché anticipano il trend svilendo un sound poderoso e ricco di ottime melodie dentro ad una formula che via via si fa sempre più stantia e senza gusto. Quindi ecco il riffing melodic death mescolato con il classico chuga-chuga dell’hardcore, lo screaming c’è e poi ecco a voi tutti i gli intermezzi/chorus in clean per tradire l’emotività del cantato e soprattutto per attirare sempre più ragazze ai concerti. 
Fra i precursori del “metalcore moderno” troviamo senza dubbio i Killswith Engage. Il quintetto di Boston esordiva con l’omonimo disco proprio al giro di boa e quest’anno ne festeggia i 20 anni di vita. Da quel momento in avanti, la stampa europea e americana non ha perso tempo nell’elogiare la band, facendola pian piano diventare uno dei nomi da seguire se si voleva ascoltare metalcore. 
Ma il disco in questione vale realmente la pena di essere recuperato? La realtà è che potete tranquillamente lasciarlo sullo scaffale/youtube/spotify senza perdervi un briciolo di vita tranquilla. Killswitch Engage (il disco) è un prodotto banalotto e costruito su riff mai realmente incisivi o memorabili. Questo è il vero, grandissimo, problema del metalcore: non hanno riff memorabili, se non in pochissimi casi e dentro questo esordio ce ne sono forse due (Rusted Embrace). I rimandi agli In Flames sono molteplici (Irreversal), ma gli americani potrebbero anche vincere contro la versione spompa post-2000 degli svedesi, contro quelli pre-Colony non hanno chance.  
Lo screaming di Jesse Leach non è neanche malaccio, ma sono i suoi intermezzi in clean e le parti sospirate/sussurrate ad essere una martellata nei coglioni. Queste canzoni te le immagini adorate da tipici americanozzi formato XXL, con un burger in una mano, una Coca da 2L nell’altra, le casacche della NBA e il capello messo a cazzo di cane. Il pubblico è quello, c’è poco da fare, e la musica deve essere tanto inconsistente e flebile da essere dimenticata in mezzo secondo, così da potergliene servire un’altra dose l’anno successivo. Se il pubblico di riferimento si ricordasse veramente quello che è stato suonato su Killswitch Engage, comprerebbe un secondo disco? 
Vista l’espansione costante del genere, poi diramatosi in mille rivoli, direi che il 2000 ha segnato un punto di svolta enorme nel genere che amiamo. Non direi in meglio, ma sicuramente band come i Killswitch Engage hanno contribuito a richiamare al genere tonnare di giovani che, del metal, non conoscevano granché. 
[Zeus]

Chi ha detto, è solo metalcore? Bury Tomorrow – Black Fame (2018)

Prima di conoscere l’altra metà del MayheM-Duo, nonché colei che mi supporta/sopporta con pazienza diverse ore al giorno, i Bury Tomorrow erano dei perfetti sconosciuti. Non ho mai ascoltato il metalcore, neanche come punto d’entrata nel metal (per me sono stati i Black Sabbath), quindi il quintetto inglese non era pervenuto. 
Poi, complici diversi spostamenti in auto e le sue playlist, ho incominciato a sentire band che non rientravano nel mio range musicale: dai Thy Art Is Murder ai Bury Tomorrow passando per altre band che ignoravo, generi che avevo sempre evitato sono entrati nell’ascolto ripetuto di questi mesi in terra straniera. 
Questo significa che sono improvvisamente diventato fan dei Bury Tomorrow? No, ma se arrivano nella playlist li ascolto e, in caso di concerto, accompagno la mia ragazza a vederli, divertendomi pure.
Molto semplice. 
Non è spirito trve grim black metal, ma è pur sempre metal e se capita il concerto io ci vado. 
Forse è ora di parlare di Black Flame. Questo è il quinto disco, e il primo uscito senza il marchio Nuclear Blast sulla schiena; adesso è la Music For Nation/Sony ad accompagnare la band inglese e ciò significa giocare con i grandi. Se la Sony ha preso sotto di sé la band, significa che ci vede dei soldi e, ascoltando questo LP, si capisce cosa hanno visto gli A&R del colosso discografico. 
Black Flame è un concentrato di metalcore melodico e, quindi, con tutte le caratteristiche che volete appiccicare al genere: chitarroni ribassati, suoni bombastici, esplosioni d’adrenalina/scream intervallate da chorus iper-melodici con le clean vocals e tutto l’immaginario bermuda, tatuaggi, canotte, muscoli etc.  
E qui ecco che potete nominare canzoni come la title track, My Revenge, PeacekeeperNo Less Violent e una manciata d’altri pezzi e inserirli sotto la definizione stessa di metalcore melodico
Bury Tomorrow non rivoluzionano però il genere, la scuola Killswitch Engage la sento anche io, anche se inseriscono melodic death metal nel songwriting (i riff svedesi di seconda generazione sono alla portata d’orecchio di chi mastica un po’ la scuola di Gothenburg) e ci mettono anche generose dosi d’elettronica. Quest’ultima funziona bene quando accompagna la canzone, rimandando così a degli In Flames/Dark Tranquillity/Soilwork sotto steroidi), ma è anche artefice di inutili lungaggini quando è sotto forma di outro. 
Tutto sommato, però, l’utilizzo dell’elettronica è intelligente e funzionale ad aumentare l’impatto melodico delle canzoni. 
Pur rientrando per definizione nella categoria metalcore, i Bury Tomorrow con Black Flame giocano a carte scoperte e vogliono crescere. Questo non significa che si sono dimenticati il passato, ma piuttosto che hanno fatto tesoro del lavoro degli anni precedenti e sono maturati andando a parlare ad un pubblico più ampio fatto anche da chi ascolta altri generi ‘core e/o melodic death metal moderno. 
Black Flame scopre le carte della band inglese, adesso sta a loro capitalizzare il riscontro e far vedere con il prossimo disco (Cannibal, in uscito a luglio) se vogliono restare “solo” una delle tante band metalcore o se vogliono scrollarsi di dosso le catene del genere e parlare un linguaggio più ampio. 
[Zeus]

Evolversi rimando sé stessi, Devin Townsend – Physicist (2000)

Devin Townsend. C’è chi lo ama e c’è chi lo odia. Soprattutto, c’è chi lo riesce a capire e chi no. Io mi chiedo come si faccia a non amarlo. Personalmente pongo l’artista canadese molto, ma molto in alto nella mia classifica personale degli artisti che più apprezzo, non mi faccio remore ad affermare che per me è senza pari. E sono assai contento di averglielo potuto dire di persona, faccia a faccia, un po’ di anni fa. E non avete idea di che persona squisita si sia rivelato essere.
Nel 2000, in piena attività con gli Strapping Young Lad, trova il tempo di registrare e pubblicare questo ennesimo capitolo a suo nome, nonostante la formazione sia la stessa degli SYL. Non so se sia dovuto proprio alla formazione o meno, ma Physicist è l’ennesimo esempio di come Mr. Townsend sia in grado di spiazzare l’ascoltatore ogni volta che gli va di farlo. L’album è un concentrato di violenza sonora, iper tecnico, estremo, con frequenti virate verso il death, ma contiene anche tanta melodia e quell’appeal progressive caratterizzante delle uscite a nome Devin Townsend. Un mix che al primo ascolto lascia smarriti, interdetti, ma come ogni suo lavoro, è con l’ascolto ripetuto che si riesce ad arrivare a coglierne tutti gli aspetti e i significati.
Riascoltato oggi, alla luce dell’evoluzione dello stile e della carriera del musicista, si capisce ancora di più come l’album in questione sia un tassello fondamentale del mosaico musicale di Devin: l’incontro in perfetto equilibrio tra la violenza degli Strapping Young Lad, la sperimentazione degli album “solisti” e l’eclettismo senza limiti dei vari band/project che seguiranno nel giro pochi anni. 
In poche parole, un lavoro che fa capire quanto ci sia comunque della continuità fra tutti i lavori dell’artista, quanto tutto quello che fa sia un continuo divenire, un evolversi delle sue idee, che per quanto siano cambiate nel tempo, non hanno mai rinnegato il passato, come un’eredità che per quanto diluita, continua a essere presente in ogni momento. Probabilmente l’album più estremo di Townsend che non porti il marchio SYL. Un CD non facile da ascoltare ed assimilare, ma se apprezzate sia i suoi lavori più recenti che quelli della sua vecchia band, riscoprire Physicist potrebbe essere una rivelazione.
[Lenny Verga]

Ho trovato un gruppo belga che si chiama Ande: Vossenkuil (2020)

Appiccicare l’etichetta atmospheric black metal su un disco, è l’equivalente di metterci un timbro di comprovata qualità, un po’ come il simboletto del Vegan su certi prodotti. Che poi questo simboletto non significhi al 100% che questo prodotto sia stato controllato dall’agenzia “vegan” (come ho avuto modo di scoprire guardando un programma d’inchiesta svizzero) è un discorso completamente diverso. Ma avere su quel simboletto, quella V, è un marchio d’orgoglio per qualsiasi prodotto culinario. 
L’atmospheric black metal fa un po’ lo stesso effetto dell’adesivo vegan: tende a migliorare il giudizio medio sul disco. Basta che sull’LP ci siano dentro quattro accordi e midtempo come se piovesse, un po’ di parti dilatate e/o oniriche, vocals che viaggiano sullo spettro scream/sussurro e siamo a posto. Aggiungeteci elementi personalizzati e avrete la descrizione di molti dei dischi atmospheric in uscita sul mercato estremo mondiale. 
Ci sono le tante eccezioni, ovvio, ma nel grande mare magnum della discografia mondiale ti trovi ad incrociare le orecchie con prodotti più o meno scadenti. 
Gli Ande, espressione unica del mastermind belga Jim, rientrano nella parte brutta dello spettro della qualità. Non sono osceni, ma non hanno alcuna reale qualità e funzione. Non ti trasmettono la voglia di prendere baracca e burattini e trasferirti da solo in cima ad un monte e non ti prendono neanche l’anima e te la mettono in pace. In Vossenkuil non ci sono idee di merda, ma questo non significa che troveremo neanche idee geniali sparse qua e là; in effetti c’è una sostanziale mediocrità costante, quindi appetibile ai più e al pubblico generalista.
Vossenkuil è proprio pensato per chi affronta il black metal in maniera distratta o da chi ne cerca “l’estremo” ma senza realmente sporcarsi le mani con bestemmie/brutture e tutto il compendio classico del black metal stupracristi
Uscito nel 2020 e già un prodotto vecchio, già sentito e senza la minima possibilità di finire in una eventuale classifica dei dischi “da sentire” di questo strano, e sfigato, anno. 
[Zeus]

Horn – Mohngang (2020)

Ho ascoltato gli Horn e questo Mohngang per puro caso. Volevamo cucinare curry e non avevamo latte di cocco in casa, quindi mi sono offerto di andare a prenderlo al supermercato in spregio a tutto il mio aumentato odio verso la gente e gli assembramenti in generale. Una cosa è certa: finita questa pandemia della COVID, quello che mi rimarrà dentro è una ancora più acuta misantropia. Prima che le cuffie mi morissero in maniera tutto sommato decorosa, mi sono ascoltato una metà di questo disco uscito poco tempo fa tramite la Iron Bonehead Productions e fatto circolare su YouTube dal sempre prodigo canale Black Metal Promotion
Ammetto che mi ha colpito abbastanza, ma capite anche voi che fra ricerca del latte di cocco, attenzione alla quantità spropositata di gente e cuffie che chiedevano a gran voce di essere ricaricate, non sono riuscito a godermi molto questo LP. 
Adesso che mi trovo sul balcone, in piena solitudine e con solo l’immensità dell’orizzonte davanti (in realtà ci sono caseggiati che mi bloccano la visuale, ma sticazzi qua si viaggia sull’epico e io vedo oltre il mattone), capisco che questo Mohngang è un LP da godersi in piena solitudine. Possibilmente all’aperto e con un paio di cuffie; ve lo dico perché io è da quando lo ascolto che sto meditando sul mio futuro e sulla caducità della vita. Ed è una cosa strana per un disco che si ispira al pagan black metal.
Quello che mi piace e che mi lascia profondamente soddisfatto post-ascolto, è che pur lanciandoti addosso sparuti segnali da disco da grigliata, il mainman Nerrath se ne tiene a debita distanza e struttura questo LP in maniera intelligente e con un buon substrato bellico (sentite come gestisce, ad esempio, Wär nicht Traubhagel). 
Certo, ci sono le parti epiche e sentite, quelle che ti fanno buttare il braccio intorno al tuo brother in metal, ma è una questione di virile raggiungimento dell’obiettivo Valhalla e di profondo amore verso il metal piuttosto che il cazzeggio debosciato dell’alcolista
Per dirla in altri termini, non serve certo avere dentro tutta l’orchestra di paese per fornirti l’accento epico che ti serve per sognare un mondo senza cristiani/cristianità. 
Mohngang pesca bene e nei rimandi immediati ci senti la bellezza e l’ardore nordico dei Falkenbach (di stanza germanica come, per altro, si può dire degli Horn), mescolata ad una sana epicità di stampo Primordial. Velocità contenute virate principalmente sui mid-tempo, voci che variano dal clean epico ad uno scream intelleggibile e qualche spruzzata di heavy metal completano una sommaria descrizione del disco. 
Se questi rimandi vi hanno incuriosito, stiamo parlando del disco che dovete ascoltare. Approccio questi LP con una notevole diffidenza, ma quando mi prendono, allora lo fanno bene e consiglio l’ascolto. Poi vedete voi se volete passare l’estate a rompervi il cazzo cercano di stare distanti 10m dal rompicazzo dell’asciugamano di fianco. 
[Zeus]