Il secondo album dei The White Stripes – De Stijl (2000)

Leggendo il nome The White Stripes, l’unica cosa che trequarti della gente pensa è la fastidiosissima canzonetta Seven Nation Army e il suo costante utilizzo durante i mondiali di calcio del 2006. Una peste bubbonica così grave da essere paragonata all’utilizzo improprio delle Vuvuzela (o come cazzo si scrive), altra calamità naturale per cui verremo chiamati a rispondere davanti ad un tribunale internazionale galattico. 
Solo che quella canzone era contenuta nell’album Elephant e il duo americano era esploso su tutti i media, costringendo il popolo a interrogarsi se i due fossero fratello e sorella, marito e moglie o completi sconosciuti che perculavano la gente. 
Personalmente non me ne è mai fregato un beneamato cazzo se fossero imparentati, visto che tirando via lustrini, rigore visivo (il trittico di colori bianco-rosso-nero) e fregnacce da rotocalco, il condensato che rimane è solo la musica e quello che i The White Stripes riescono ad esprimere su disco. 
De Stijl è il secondo album e, sinceramente, non me lo ricordavo per niente. Probabilmente perché il boom mediatico è arrivato solo l’anno successivo con White Blood Cells, ma questo secondo disco del 2000 è territorio vergine. 
Soprassedendo al fatto che Meg White suona elementare, De Stijl è un disco blues moderno, Detroit-style, che occhieggia all’etica DIY del punk, un po’ di elementi pop così da renderlo digeribile da tutti e un feeling che potrebbe ricordare un po’ il blues-rock britannico anni ’70. 
Certo, ci sono cose che ti fanno saltare in mente i Rolling Stones e qualche altra i Led Zeppelin (Death Letter, sarà un caso che è una cover blues?), ma in sostanza è il grande lavoro alle chitarre di Jack White che fa la differenza. E poi ci sono quelle canzoni come Truth Doesn’t Make a Noise che non avrebbero stonato nella soundtrack dell’ultimo film di Tarantino.  
Meg White è l’equivalente povero di Lars Ulrich, se vogliamo trovare un riferimento metallico: entrambi sono scarsi sotto il profilo strettamente tecnico, ma il loro modo di suonare è ottimale per la riuscita del suono delle rispettive band. 
Il fatto che il duo riesca a tenersi su una distanza consona, massimo 4 minuti sulla cover sopra citata, è un ulteriore motivo per cui questo De Stijl ha la capacità di non stufarti. Jack White ha l’intelligenza necessaria per capire quanto può tirarla alle lunghe con jam o passaggi in dodici battute e, a quanto si vede in questo LP, basandosi principalmente su un duo batteria – chitarra/voce, esagerare è l’equivalente di spararsi un colpo nei coglioni. 
A vent’anni di distanza e con la mente ormai sgombra da tutto il trambusto mediatico, i The White Stripes hanno tirato un colpo ormai 7 anni fa, si riesce finalmente a dare il giusto valore a questo De Stijl e promuoverlo per quel che è: semplicemente un buon disco. E fanculo a tutto il clamore su presunte parentele, stile etc… in questo LP ci sono delle buone canzoni e vanno giudicate per questo. 
[Zeus]

2 pensieri su “Il secondo album dei The White Stripes – De Stijl (2000)

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