Birth Of Avrora – Sapere Avde (2020)

Che il metal estremo italiano goda di ottima salute, ormai da anni e senza cedere, lo dovrebbero sapere più o meno tutti. Chi lo ignora è molto probabilmente uno snob della nostra scena. Band come i Fleshgod Apocalypse, gli Hour Of Penance o anche gli Hideous Divinity, in un’ondata post 2000 hanno riportato il death metal tricolore ad altissimi livelli, oltre che esportarlo in tutto il mondo. Cosa hanno in comune queste band? Spaccano il culo a tutti, hanno personalità, sfornano lavori eccellenti. 
Anche nell’underground si muovono formazioni interessanti, ed è da qui che oggi vi portiamo a scoprire i Birth Of Avrora, band che nasce dalla mente dei due chitarristi Diego Laino, anche cantante, e Daniele Cozzolino. Sapere Avde è il loro EP d’esordio e si presenta bene già dall’artwork. Ma ovviamente è la musica che conta ed è di questo che vogliamo parlare. Il lavoro comprende sei tracce, un intro, un outro e quattro pezzi.
Il genere proposto è technical progressive death metal figlio dei Cynic e di chi è venuto dopo di loro, ma se temete di trovarvi di fronte agli ennesimi onanisti dello strumento, non preoccupatevi, perché non è così. Certo la tecnica non manca e la band lo dimostra in ogni momento ma non in modo fine a se stesso, perché i pezzi sono veramente belli e interessanti e si ascoltano che è un piacere.
Dopo l’intro orchestrale Sopor Fratrem Mortis, la prima traccia è The Awakening e, credetemi, mai titolo fu più azzeccato perché è una tale legnata che ti sveglia in una frazione di secondo. C’è tanta rabbia in questi riff, tanta violenza, la sezione ritmica è pazzesca e ben in evidenza e anche il growl è da manuale. A caratterizzare il sound dei Birth Of Avrora ci sono poi melodie dalle reminiscenze mediterranee che, ben integrate nella struttura della canzone, danno risultati davvero affascinanti. Se avete apprezzato questo genere di sonorità in band come i Rotting Christ, anche i Birth Of Avrora vi entusiasmeranno. 
Le seguenti tracce Dreaming The Great Rebellion, Three Gates Of Knowledge e Falling Between The Awareness Of Existence non sono da meno. Pezzi ricchi e carichi, in cui troviamo anche una certa varietà di situazioni tra arpeggi, stacchi acustici, assoli di chitarra e di basso, clean vocals… c’è veramente tanta carne al fuoco qui. L’outro Birth Of Avrora conclude l’EP, un lavoro ottimo sotto tutti gli aspetti. 
Adesso non ci rimane che aspettare l’arrivo di un full lenght. Non posso fare altro che invitarvi a dare un ascolto a Sapere Avde, il suo contenuto vi dirà tutto il resto.
[Lenny Verga]

Metallari di tutti i Paesi, unitevi! – The Committee – Utopian Deception (2020)

Ad onor del vero, il fatto che i The Committee non abbiano una risposta mediatica più alta mi rende perplesso. Probabilmente l’essere ancora passati inosservati dal Grande Fratello Wikipedia, che non ne ha ancora rivelato le identità causando una spaccatura di tipo cristiano-ortodosso, è uno dei motivi che non li ha resi famosi ai più. 
Ma potrebbe anche essere che i The Committee uniscono un’estetica di stampo russo-comunista ad un sound che pesca ad ampie mani dal black metal dell’Est Europa (doppiacassa, mid-tempo, riff circolari e melodici: sì, qua si parla della Polonia), ma senza dimenticare che i riferimenti si ampliano senza problemi includendo anche la scena norvegese e, in diversi riff, anche delle tendenze riconducibili agli Inquisition
Già si sentono i cori di sdegno, che puntano il dito contro una band che non si rifà ancora all’estetica di regime del secondo conflitto globale e, precisamente, il regime supportato dalla Wehrmacht. Ma vuoi vedere che c’è anche qualcuno che si stacca da questa visione bidimensionale del black? Ok, ci stanno i Marduk e altre dozzine di band, ma ad un certo punto c’è anche chi si rompe il cazzo. Probabilmente i The Committee se lo sono anche spaccato e se ne fottono di tutto quello che “è di moda” e vanno a mettere il naso nel KGB, nei soviet e in un immaginario che via via si è fatto più intellettuale, diminuendo il carico militante dal punto di vista lirico/musicale. 
Con Memorandum Occultus il quintetto aveva alleggerito il carico iconografico e idealistico di Power Through Unity, e questo trend lo porta avanti senza il minimo pudore su Utopian Deception. E qua si assiste all’unione di diversi fattori, tutti concomitanti alla creazione di un disco che cresce negli ascolti e che ti regala molte sfumature ad ogni play premuto. Utopian Deception, molto più del suo predecessore, diventa discorso unico e compatto, con le canzoni che fluiscono da una traccia all’altra formando un CD massiccio ma tuttavia agile.
I testi sono lontani anni luce dal parco bestemmie tipico del black metal e viaggiano piuttosto su derive filosofiche; per me un notevole passo avanti, almeno per i momenti in cui non ho voglia di sentire di porchi, madonne e ruggiti stupracristi. 
I The Committee ti prendono bene, c’è poco da fare. Fosse ancora una cosa sensata e non una mummia azzoppata, e cercasse una soundtrack decente in grado di tirar dentro i giovani troppo presi dai video di Tik Tok, il partito comunista dovrebbe bussare alla porta di Igor Mortis e chiedere lumi su come fare a buttare giù un programma. Non che l’idea della band sia quella politica, almeno così sembrerebbe, ma di certo non sono scemi come le zappe.
Ho un grande rispetto per questa band, e se non implodono portandosi in tribunale e facendosi la guerra suonando in 2000 formazioni intitolate secondo i vari soviet dei The Committee, hanno la potenzialità di diventare quello che i Mgla sono ora e che gente come i Gaerea tenta strenuamente di avvicinarsi. 
Se dovessi fare una classifica dei migliori album del 2020, Utopian Deception ci finirebbe dentro senza alcun problema. 
[Zeus]

DunkelNacht – Empires of Mediocracy (2020)

Empires of Mediocracy è il terzo album dei DunkelNacht, band che proviene per il cinquanta per cento dalla Francia, per l’altro cinquanta per cento dall’Olanda. Non so molto di black metal olandese, mi vengono in mente al volo i Carach Angren, mentre so che la Francia ha una scena bella forte e sviluppata da oltre un ventennio. Ma, sorpresa, non è dai propri luoghi di origine che la band prende ispirazione, attingendo invece a piene mani dalla scena polacca e da quella scandinava.
I DunkelNacht, che ci vengono presentati dalla Non Serviam Records, propongono un blackened death metal che racchiude in sé tutte le caratteristiche moderne di questa corrente: troviamo, quindi, una bella produzione nitida e pulita, un cantato a metà strada tra screaming e growl, buona tecnica esecutiva, brani dalla struttura non troppo lineare, tecnicismi death e sfuriate black, inserti di tastiere, uno spiccato senso melodico e un sacco di soli di chitarra.
Il tutto funziona bene ma se siete intenditori del genere potreste trovarlo piuttosto derivativo, per quanto ben realizzato. Certo oggi essere originali non è compito facile e non lo si deve essere per forza, quindi vedo questo aspetto non necessariamente negativo.
Pensate a come potrebbero essere i Dimmu Borgir con la componente sinfonica ridotta all’essenziale, quindi niente orchestrazioni spacca maroni ma solo inserti volti a creare atmosfera e contrasti, aggiungeteci una dose della cattiveria e del death dei Behemoth e avrete un’idea di come suonino i DunkelNacht
Niente di nuovo, tirando le somme, ma ho trovato interessante ascoltare Empires of Mediocracy, mi è piaciuto e ne consiglio l’ascolto. I pezzi contenuti sono tutti  più o meno ugualmente validi, con qualche leggere calo di tono verso la fine del disco, e non sto a farne una classifica, visto che vanno a comporre un insieme omogeneo, compatto e coerente dall’inizio alla fine. Nessuna inutile lungaggine, quindi, ma otto pezzi per una durata al di sotto dei cinquanta minuti, una combinazione perfetta per questo genere in cui è facile cadere nella ridondanza e nello smaronamento per l’ascoltatore. Forse il blackened death ha ancora qualche cartuccia da sparare, dopotutto.
[Lenny Verga]

Ve li ricordate ancora? Sinergy – To Hell And Back

Chi se li ricorda i Sinergy?
Non in molti probabilmente, visto la breve vita che hanno avuto. Arrivati sulle scene nel 1999 e scomparsi nel 2004 sono l’ennesimo esempio di super gruppo che non ce l’ha fatta, un’occasione mancata. Intorno alla brava singer Kimberly Goss, ex tastierista dei Dimmu Borgir e probabilmente l’unica a credere fino in fondo a questo progetto, si sono alternati nomi davvero altisonanti della scena metal nordeuropea: Jesper Strömbald, Alexi Laiho, Marco Hietala, Sharlee D’Angelo, Roope Latvala sono alcuni dei personaggi coinvolti e non sono certo i primi arrivati.
Come spesso succede in questi casi probabilmente i big sopracitati avevano del tempo libero o poca voglia di rimanere qualche serata in casa a rilassarsi, e quindi decisero di avvicendarsi in questo side project che durò per ben tre album ed un tour, quasi un record insomma.
To Hell And Back è il secondo album dei Sinergy che, a vent’anni di distanza, ci lascia una copertina orrenda (come anche le altre del resto), una manciata di brani power/speed metal ben suonati e registrati ma non certo indimenticabili, una fortissima impronta di Lahio nei riff di chitarra e negli assoli (a volte sembrano rubati agli album dei Children Of Bodom), ma almeno un prezzo coi contro cazzi: Midnight Madness
Per il resto, ci sta un po’ di rammarico per la Goss a cui il talento non mancava di certo ma che, dopo la fine di questo progetto, sembra non avere più avuto fortuna. 
[Lenny Verga]

Il quarto disco dei 1000mods non è quello che ci si aspetta: Youth of Dissent (2020)

Associo il nome 1000mods ad una serie di ottime memorie e tutte rimandano, in modo o nell’altro all’altra metà di questo cielo austriaco, quindi dicasi l’altra metà del Mayhem-Duo. Lei mi ha fatto conoscere Vidage e anche Claws e via dicendo con le canzoni dei primi due dischi e visto che questi erano presenti in maniera massiccia nelle compilation su Spotify, mi sono incominciato ad appassionare del quartetto del Peloponneso. Ad onor del vero, mi sono preso bene quasi esclusivamente dei primi due dischi (Super Van Vacation e Vultures), mentre il terzo l’ho approcciato poco e non benissimo. 
In periodo di quarantena è uscito il quarto disco, Youth of Dissent, e come potete immaginare è finito immediatamente nella playlist.
1000mods non sono mai stati campioni di originalità, il sound a cui si rifanno è quello dei Kyuss, aggiornato al 2010. Niente di nuovo sotto il sole, ma i quattro greci, complice un buon songwriting e diverse canzoni di assoluto rispetto e che ti prendono subito e senza far prigionieri, hanno fatto uscire due dischi di buon livello.  
Dopo diversi ascolti, uno in questo momento per rinfrescarmi la memoria, ho incominciato ad annusare che il problema di Youth of Dissent è proprio questa premessa. Il distacco fra aspettative, legittime, e realtà. 
Il disco è molto lontano dalla qualità generale dei primi dischi e, pur avendo spunti che riconduci alla band greca, sembra essere suonato da qualcun’altro. Fra rimandi ad un punk sui generis e un tocco quasi più liquido e alternativo, quindi distante di molto da quell’attitudine da “riff schiacciasassi e frequenze basse”, il disco non sa bene che pesci pigliare e ti lascia l’amaro in bocca. 
Tolto l’imbarazzante mezzo plagio ai Nirvana su Warped e i rimandi troppo espliciti ai Foo Fighters in Less is More, seppur condita da una coda più interessante, i Nostri fanno esattamente quello che una band non dovrebbe fare: perdere le radici. Passare dall’essere una band che venera i Kyuss ma che sa suonare, ad una che si fa tentare dal proporre un sound cool, hipster e che strizza l’occhiolino ai festival fighetti e senza senso come il Coachella, il passo non è di certo in avanti. 
Youth of Dissent non affonda e riesce ad evitare di essere definito una delusione principalmente per la seconda metà del disco; mentre della prima parte si salva unicamente Lucid, non la miglior canzone mai uscita dalla loro penna ma che ha almeno un po’ di tiro e un tocco che rimanda ai The Vintage Caravan.
La seconda metà si apre con Pearl, che ancora una volta non può essere definita un capolavoro, ma riesce a prenderti bene e anche la ballad Young piace, pur strizzando un po’ troppo l’occhiolino al grunge e allo spleen esistenziale. La debole Dissent è uguale a Song for the Dead dei Queens of the Stone Age e gli stessi QOTSA mischiati allo stoner di metà ninties fanno capolino in Mirrors – che in un disco come questo sembra il classico cold feet.
Al quarto disco, i 1000mods si perdono per strada e sbandano pericolosamente. Capisco la voglia di cambiare, ma questa nuova variante della band è debole e poco incisiva. Se il loro intento è di essere acclamati dagli hipster, allora sono sulla strada buona; ma io spero che sia unicamente un incidente di percorso e che dal prossimo LP ritornino a fare quello che sanno fare meglio: picchiare sugli strumenti e proporre dell’onesto stoner rock.
[Zeus]

Io nei Kvelertak ci cred(ev)o, e molto: Splid (2020)

Penso di ricordarmi ancora abbastanza bene la prima volta che ho sentito i Kvelertak, anche perché è passato solo un decennio e la mia memoria funziona ancora discretamente per certe cose. Ero in macchina con Skan diretti da qualche parte (questo particolare non me lo ricordo) e ad un certo punto il barbuto bassista degli Slowtorch tira fuori sta band e la piazza nel lettore. Esplosione totale. I Kvelertak semplicemente spaccavano e il tutto senza tirar fuori niente di complesso, dentro l’esordio c’erano solo buone canzoni
Fattomi il palato buono con quel disco, mi sono comprato Meir.
L’ho preso a scatola chiusa, senza neanche fare il classico pre-ascolto; perché io, nei Kvelertak, avevo riposto la fiducia di una band “ignorante” ma con gusto. E niente, Meir non mi ha dato lo stesso piacere occulto di Kvelertak. Niente botta d’adrenalina, se non in poche canzoni. Ma forse ero io un po’ troppo pretenzioso e/o sofisticato: quello che cercavo era il mix di black metal, punk, heavy e le cazzo di chitarrine che tiravano la volata al successivo calcio in faccia
Piccola delusione e conseguente ascolto distratto di Nattesferd. Nel giro di tre dischi e sei anni, la band norvegese si era sgonfiata come un soufflé. Che ci volete fare? La vita è bastarda e figlia di cagna. Però ti rimaneva ancora quel primo disco e qualcosa del secondo per consolarti. 
Dopo Nattesferd ho perso di vista la band, presa com’era fra cambi di formazione e il parto di Splid, il quarto disco di una band che era una bomba e che adesso è unicamente buona quando tutto gira al meglio. 
E su Splid non gira sempre tutto al meglio.
L’inizio convince, anche se la voce di Troy Sanders su Crack of Doom mi fa girare il cazzo. In quattro canzoni ci trovi dentro un songwriting ad hoc, energia, maggiori iniezioni di hardcore e a tratti anche quello strano miscuglio che era la benzina dentro Kvelertak (il disco). 
I “problemi maggiori” arrivano dopo Discord e sono un monito del fatto che, i norvegesi, hanno i numeri per tirar fuori il brano che li potrebbe riportare in alto… ma non lo fanno perché non ci riescono più. E vorrei sottolineare che non stiamo parlando di canzoni di merda, perché su Splid funziona tutto, ma niente spacca al 100%.
Anche quando partono e ti aggrediscono, non salto più dalla sedia e non mi prende la voglia di andare al negozio di dischi e comprare il loro LP ad occhi chiusi. Ok, la questione delle aspettative e anche dell’effetto sorpresa, ma è comunque importantissimo il fattore “esplosione/botta”, se suoni come fanno i Kvelertak e ad un certo punto ti perdi in te stesso (Fanden ta Dette Hull! è figa, ma quasi 8 minuti sono decisamente troppi), mi partono i dubbi. 
La vita è veramente bastarda e figlia di cagna. Che volete farci? 
Io nei Kvelertak ci credevo… e fondamentalmente ci credo ancora, anche se ormai ho capito che non saranno (più/mai?) quella band bomba che avevo immaginato e che mi aveva fatto saltare sul sedile della macchina di Skan. 
L’ho già detto cosa penso della vita, no? 
[Zeus]

Liquido di Morte – IIII (2019)

Quando ero un po’ più giovane passare una serata in casa in tranquillità non mi sembrava quasi mai un’opzione accettabile se non in situazioni limite come essere ammalato o talmente stanco da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Uscire di casa non significava per forza andare per locali e con la mia compagnia di simpatici debosciati spesso ci piaceva passare le nottate all’aperto, tra prati, boschi, laghi e montagne, indifferenti alle temperature basse. Ci si portava da bere, se si poteva si accendeva anche un fuocherello in sicurezza e si passava il tempo a sparare cazzate e imbottirsi di alcolici. 
Situazioni analoghe le ho vissute anche ai festival, a notte fonda nelle aree adibite a campeggio, spesso in compagnia di sconosciuti. Arrivava sempre il momento in cui finite le chiacchiere e, pervasi da un piacevole torpore dovuto all’ebbrezza, ci si sdraiava sull’erba e si guardavano il cielo e le stelle.
Ascoltare i Liquido Di Morte, che già dal nome mi fanno impazzire, mi ha fatto pensare a che colonna sonora stupenda sarebbero stati per quei momenti. La psichedelia del loro rock/metal è talmente intrippante e penetrante da portarti immediatamente e facilmente a farti certi viaggi mentali, a estraniarti da tutto e lasciarti avvolgere dalla musica. 
Pezzi quasi esclusivamente strumentali dalla lunga durata li caratterizzano fin dall’omonimo debutto del 2014. Chitarre, basso, batteria ed un sapiente uso dell’elettronica sono ciò che troverete all’interno di ogni loro lavoro. Ricerca sonora, sperimentazione, sono tanti gli elementi che volendo si possono inserire nel discorso, ma tutto quello che dovete fare è lasciare scorrere la musica ed ascoltare, senza cercare per forza delle definizioni.
Il secondo album è del 2016, si intitola II ed arricchisce ulteriormente il sound. 
Il lavoro di inediti più recente, il terzo, è IIII del 2019 e mantiene inalterato il fascino già suscitato dalle pubblicazioni precedenti. Basta l’ascolto della prima track Uomo Fa Cibo per venire catturati e trasportati nel mondo dei Liquido Di Morte. Le cinque tracce contenute portano la mente dell’ascoltatore lungo viaggi mentali tra visioni futuristiche, apocalittiche (Tramonto Nucleare), percorsi astrali, allucinatori (Rebus (6/5)) e tutto quello che la musica riesce a suscitargli. Non è roba per fighetti, ma per chi ha veramente voglia di ascoltare e sperimentare sensazioni trasformate in note.
[Lenny Verga]

Borknagar – Quintessence (2000)

Il collezionismo ed il completismo mi hanno sempre attirato, ma coinvolto solo fino ad un certo punto.
Per come la vedo io ci sono due macro categorie di fan sfegatati. Da una parte chi si “accontenta” di avere tutte le uscite ufficiali, in poche parole i full-lenght, gli EP se sono di inediti, i live (sia audio che video). Dall’altra c’è che chi vuole avere proprio qualsiasi cosa e allora via con tutti gli EP, i singoli, i bootleg, i demo, le edizioni limitate, digipack, japanese limited edition, 7 pollici, vinili in vari colori, cover alternative, edizioni numerate, laser disc, riedizioni con bonus track, raccolte di demo, greatest hits, edizioni anniversario e forse mi sono anche dimenticato qualcosa. 
Chi appartiene a quest’ultima categoria o ha un pacco di soldi da spendere in musica o ascolta solo una band e basta.
Ovvio che questa divisione è molto arbitraria, ma era per rendere l’idea. Personalmente io appartengo alla prima categoria, con qualche rara incursione nella seconda. Le mie discografie complete non sono tantissime, ma in molti casi mi mancano solo un album o i live o gli EP. Questo succede o perché mi sono un po’ stancato della band e magari aspetto di trovare l’ultimo album a prezzo stracciato, oppure perché non mi è mai stato possibile trovare il pezzo mancante.
Quest’ultimo è il caso di Quintessence dei norvegesi Borknagar, che festeggia i suoi vent’anni e che ancora non possiedo in copia fisica.
Certo, mi è capitato di trovarlo in vendita all’usato, ma le condizioni non erano mai soddisfacenti (sembra che al mondo ci sia un sacco di gente che lasci giocare il gatto con i CD) e, a causa di esperienze precedenti, ho smesso di comprare usato senza prima poter fare un’accurata ispezione del prodotto. Una volta, proprio con i Borknagar, mi capitò di comprare usato il digipack di Epic e, al posto del booklet, trovai all’interno un poster piegato dei Beatles. Vabbè. 
Quintessence è un album che mi piace un sacco e che contiene qualche caratteristica che, ai tempi dell’uscita, potrebbe aver fatto storcere il naso a chi non apprezzava un po’ di sperimentazione all’interno di determinate sonorità provenienti dalla Norvegia, ma che oggi si trovano un po’ ovunque. Un bel lavoro,  ricco di particolari e sfumature, da riascoltare sicuramente.

[Lenny Verga]
 
 
 

Hanibal Death Machine – A Bout De Souffle (2020)

Francesi e con le idee molto chiare, gli Hanibal Death Machine riescono in una mezz’oretta a trasportarci verso il loro concetto musicale fatto di alternative metal e vaghi rimandi alla scena gothic/dark di qualche decennio fa. La cosa che enfatizza questo loro lato più oscuro è l’uso costante di synth ed effetti, che servono a donare ai pezzi un feeling freddo e malinconico, che va un po’ a stemperare l’approccio quasi chirurgico dei riff di chitarra e il tono secco e rabbioso della voce.
I pezzi, comunque, hanno il dono di essere facilmente assimilabili, grazie ad ottime intuizioni melodiche che riguardano sia gli arrangiamenti, quasi sempre lasciati alla parte elettronica della loro musica, ma soprattutto grazie a dei ritornelli catchy, molto belli tra l’altro. Siamo di fronte ad un EP, e quindi il minutaggio non è molto elevato, ma siamo ben oltre i venti minuti di durata, ed un mini album come questo A Bout De Souffle ci permette di fare una valutazione, tra l’altro positiva, della band in questione.
PS: Il singolo-hit-video del disco è dedicato al brano I Have a Dream, e direi che la band ci ha visto giusto nella scelta di questo pezzo, commerciale quanto basta, ma non per questo ruffiano. Bravi!

[American Beauty]

Corpo di mille balene, Running Wild – Victory (2000)

Dalla Germania col galeone. E una bottiglia di rum.
Non sono un grande conoscitore di Rock n’ Rolf, quindi per me i Running Wild rimangono sempre la “band dei pirati” anche se so che si è occupata di altri argomenti nella sua lunga carriera, che ha sorpassato i quarant’anni tra l’altro, mica cazzi! 
Onesti, focalizzati e sempre dritti per la propria strada, nonostante gli alti e bassi ed i continui cambi di formazione, so che hanno un seguito fedele perché lavori di qualità sembrano averne fatti diversi.
Almeno un loro album nella mia collezione ce l’ho, anche se non è questo ma il precedente The Rivalry, quindi nonostante sia al mio primo ascolto di Victory, una minima infarinatura sul sound della band in questo periodo della sua carriera non mi manca. 
Quindi prendiamo la bandiera che campeggia sulla copertina, fatta particolarmente col culo (ci tenevo a dirlo), una bella pistolona monocolpo, un bel tricorno, se vi va anche una benda sull’occhio e andiamo all’arrembaggio.
Victory conclude una trilogia iniziata con Masquerade e ci presenta una band in forma e lanciatissima nel suo classico heavy metal con influenze power, che spara una dietro l’altra dodici tracce che ho trovato godibili, veloci e ritmate e che presumo non aggiungano molto alla proposta musicale della band, dal momento che non mi pare, leggendo in giro, che questo sia citato tra gli album più popolari.
Un ascolto all’insegna del divertimento che non vi farà cambiare idea sui Running Wild, sia che siate fan di vecchia data, che ascoltatori occasionali, che detrattori della band. Salute!
[Lenny Verga]