Raglia, piangi, grida… ma solo per i più deboli. In Flames – Clayman (2000)

Non è la prima volta in assoluto che qualcuno, dopo un inizio esplosivo, ha incominciato a fare l’occhiolino al mercato e alla voglia di passare dall’essere carpentiere pagato a cottimo (con tutto il rispetto, sia chiaro) all’essere musicista, indipendete economicamente e finalmente libero di tirarsi via delle voglie. Non me la sento di condannare nessuno, in linea di principio, perchè ciascuno di noi, messo di fronte ad un cambio di vita che porterebbe a fare solo, ed esclusivamente, quello gli piace, sceglierebbe la via del Demonio.
Succede e non si punta il dito.
Il problema non è la critica all’intelligenza economica di Fridén e compari, ma quanto hanno fatto uscire al giro di boa del 2000. Se economicamente gli si fa un plauso, da questo punto in avanti il discorso In Flames passa dall’essere un fenomeno europeo ad un qualcosa di più grande, in termini di creatività il biennio 1999-2000 segna l’inevitabile calo.
Scattato il 1999, ed uscito lo scialbo Colony, gli In Flames hanno incominciato a disattivarsi come l’uranio impoverito, limitando la creatività nel riffing, nel cantato e, in generale, nel sound della band.
Per il solo gusto di confrontare con il recente passato, provate a confrontare il riffing di Whoracle con questo. La distanza è abissale e già con quel disco le chitarre avevano preso una piega più moderna rispetto a The Jester Race, quindi non è una questione di modernità ma proprio di efficacia del riffing. Su Clayman c’è la potenza, il chuga-chuga che tanto va di moda dalla fine del 1990, ma non c’è la memorabilità (se non in brevissimi casi). E se teniamo presente che, con il basso che marca visita, la batteria si limita ad un lavoro più “semplice”, ci troviamo di fronte ad uno snellimento compositivo che non fornisce quel quid che mi sarei aspettato. 
Le linee melodiche spesso sono fornite dalle tastiere in sottofondo e ovviamente dalla voce di Fridén. Quest’ultima è il punto dolente degli In Flames da diverso tempo ormai e non possiamo girarci intorno. Non sapendo se ha adattato lo stile vocale ad una improvvisa carenza di voce o per seguire le regole del mercato del 2000, l’unica conclusione che si può trarre è che le linee vocali sfiatate e doppiate da clean, quando non scivolano nel “mezzo parlato” o nel miagolio lagnoso, azzoppano gli In Flames death metal e li portano in quei territori che il metalcore americano sta incominciando a sondare con entusiasmo – ironicamente prendendo spunto proprio da act affermati come i suddetti svedesi.  
Ma gli In Flames possono vincere contro band più giovani e con un sound più paraculo? Onestamente con Clayman ce la fanno ancora, ma le uova son rotte e da qui in avanti non c’è modo di salvarli dal baratro creativo che si stanno scavando (controbilanciato da vendite sempre più consistenti). Se vuoi il mercato americano, devi piegarti al suo volere. E gli USA vogliono un certo sound, quello che loro pensano essere melodic swedish death e così ecco che nascono obbrobri come i Soilwork e Fridén e soci si snaturano consapevoli di fare il gioco vincente. 
Nel 2000 gli In Flames fanno uscire Clayman e, per quanti dubbi possa suscitare, visto vent’anni dopo è indubbiamente l’inizio della fine, ma possiede almeno quelle due/tre cose che te lo fanno ascoltare senza troppi patemi d’animo.
In seguito, fra il furbesco verse-chorus-verse, il chuga-chuga gratuito, vocals sempre più sfiatate e generale innocuità della proposta, sarà praticamente impossibile salvare qualcosa dalla scure della boia.
Vent’anni dopo, Clayman si salva dal baratro unicamente perché in seguito sono usciti dischi così di merda che, in rapporto, questo LP sembra cioccolata. Avessero smesso nel 2002, non sarei stato così magnanimo nel giudizio.
[Zeus]

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