Anima immonda. Craft – Total Soul Rape (2000)

Procedendo con l’andamento del gambero, mi sono preso bene dei Craft con l’album Fuck The Universe del 2005. Penso sia stato lo stesso motivo che mi ha spinto fra le braccia di Let The Devil In dei Sargeist: avevano entrambi una canzone che mi ha preso il cervello e non l’ha lasciato neanche con l’intervento a piedi uniti della Celere. E se per i Craft il concetto è esplicabile proprio con la title track, per i Sargeist il discorso è valido a metà visto che la title track me la ricordo per il ritornello, ma è Empire of Suffering che mi piglia bene con il riff iniziale.
Poi i Craft li ho lasciati un po’ perdere, ascoltano solo distrattamente Void e ritrovandoli con White Noise and Black Metal di qualche anno fa. Quest’ultimo, pur bello (lo dico a scapito di chi sta pronto con il Mauer cercando di piccionarmi), non mi ha convinto così tanto come l’illustre antenato Fuck The Universe
Saltando ancora avanti e indietro, e accorgendomi non con un po’ di imbarazzo che quest’anno segna il ventennale del primo disco della band, mi prendo tempo e briga di riascoltare per bene Total Soul Rape. Togliendo dall’equazione quell’evidente fascinazione verso i primi anni ’90 della cover, dentro ci trovate una rilettura attenta di quanto i Darkthrone avevano incominciato a fare da un po’ di anni: prendere il black metal primordiale, da scantinato, e renderlo puzzolente e bastardo. Come fanno a farcirlo di malessere? Semplice, i Craft intuiscono che inserendo sparute (mica tanto) componenti death nel sound, le canzoni che hanno fra le mani prendono il via e aumentano di quel po’ il groove che si portano dietro; quello che, nelle discussioni da bar, viene chiamato il tiro. Niente di sconvolgente o innovativo, vagonate di band hanno già percorso quei territori attuando più o meno le stesse cose (la fonte di partenza è comunque riconducibile a poche selezionate band). 
Quello era il trend in corso a partire dalla fine del 1990/inizio 2000: un progressivo mutamento della forma base del black metal. Sono proprio questi gli anni in cui le band ripensano a cosa stanno proponendo e, evidenziando l’aumento esponenziale dell’inutilità del black metal commerciale e/o confrontandosi con sempre maggiori richieste da parte delle case discografiche/tour/fan, i gruppi stentano a trovare una strada concreta prima di cedere ad una delle due opzioni che poi diventeranno moda: il post-black metal (quindi contaminato con la qualunque) e l’ortodossia black metal. 
Al momento del debutto, i Craft guardano alla musica di metà anni 90 di Fenriz/Nocturno Culto come via illuminante e tirano fuori la loro versione del sound darkthroniano. In qualche modo possiamo dire che cercando una terza via alla dicotomia post- e ortodossia musicale: gli svedesi rielaborano e concentrano gli sforzi sull’aggressione piuttosto che su altri fattori che poi traspariranno nell’ultimo disco, spostando anche il loro baricentro verso contaminazioni meno ortodosse. 
Non sarà il miglior disco in assoluto che tireranno fuori, già da Terror Propaganda si alza il livello, ma sono pur sempre 40 minuti di black metal urlato, sparato e senza troppe cazzate. 
[Zeus]

Tempo tiranno: Rotting Christ – Khronos (2000)

Rotting Christ sono come quegli amici che ti accompagnano per tutto il corso della vita. Ti prendono per mano e ti fanno fare i primi passi, si sbronzano con te o si vestono in maniera strana.
Quello che sai, però, è che sono sempre con te anche quando la situazione incomincia a farsi delicata. E questo anche quando non riescono più ad essere così brillanti come agli inizi. Questo è il risultato dell’età e delle avversità di una vita infame e bastarda, o è solo il tempo che passa per tutti e quello che era In un momento, il momento successivo non lo è più anche se ci provano costantemente a ripetere lo stesso gesto.
Intorno al 2000, proprio quando quelli della mia età assaporano i primi vantaggi dell’essere maggiorenne, i Rotting Christ sono in pieno sviluppo, ansiosi di lasciarsi alle spalle quello che hanno suonato per ormai diversi anni, ma anche incerti su come muoversi nel futuro. Mentre si gettano nel futuro, e quindi nel post-2000, il processo di rinnovamento si fa incerto e un po’ della nostalgia canaglia prende Sakis e quindi ecco che Khronos è il risultato ibrido di una transizione. Tanto che questo LP mette insieme un po’ tutto e quindi ecco gli sbocchi gotici del “passato” e le incursioni industrial (Law of the Serpent), qualche elemento black metal della prima ora e poi un paio di grandi riff (Art of Sin).
Sakis perderà questa caratteristica con il tempo, decidendo di sfruttare sempre più l’apporto mistico-tribale della loro musica; ma nel 2000 non è ancora arrivato il giro di boa e sfruttando per la prima, e ultima, volta gli Abyss Studios, i Rotting Christ producono la perfetta espressione della loro musica all’alba del nuovo secolo.
Khronos è un disco di canzoni, ma non un album compatto. Le chitarre sono in primo piano e le tastiere lavorano in sottofondo, mentre la batteria è al limite del basilare (orfana di Themis).  
Fra questo LP e il successivo Genesis, non riesco a trovare qual’è quello che ascolto meno. Entrambi hanno ottime canzoni che vorresti sentire dal vivo, ma sulla lunga distanza hanno anche troppi brani nient’altro che discreti. 
Nel 2000, con il mutare del mondo musicale e con il fenomeno gothic metal in procinto di essere fagocitato da una frangia musicale votata più a sbattere sul palco la valchiria di turno rispetto che un sincero percorso musicale, i Rotting Christ cavalcano il momento e cercano nello stesso momento di allontanarsene. Il risultato è un disco bicefalo, Khronos, che permette a Sakis&Co. il passaggio a Genesis, Sanctus Diavolos e infine allo spettacolare Theogonia, ma che è anche un disco indeciso su cosa essere, con buone canzoni dentro, ma con un’anima incerta nell’affrontare l’inizio di questo nuovo percorso.
[Zeus]

Satana si è fermato a New Orleans: Goatwhore – Vengeful Ascension (2017)

L’ho già detto nella precedente recensione, i Goatwhore sono una band che è capace di sottometterti con riffing cattivi e thrashy o con partiture groovy ispirate, ma ha l’incostanza sedimentata nel DNA che li porta, dopo aver partorito un passaggio eccellente, a tirare in porto il brano e non far scaturire niente nella testa dell’ascoltatore.
In Vengeful Ascension i Goatwhore fanno la stessa cosa e tirano su l’entusiasmo con brani black-thrash (dove la componente principale, sia chiaro, è il thrash e non il black!) come Forsaken Under The Flesh, Into The Soul o ti stupiscono con la buona title-track. Questo è quello che sanno fare bene: sparano cartucce di thrash, ma sporcandolo e tirando dritto in termini di velocità, aggressione e anche una buona componente di groove. Buono il lavoro di Zack Simmons dietro il drum-kit; c’erano tutti i campanelli d’allarme che portavano a pensare ad un batterista pestone e dedito al tupa-tupa sfrenato, ma Simmons, incredibilmente, rallenta e ha anche gusto (Chaos Arcane) assecondando la canzone. 
Pur riconoscendo quanto di buono è presente in questoVengeful Ascension, la sensazione che ai Goatwhore prenda il braccino corto e la paura di “vincere” è abbastanza palese. La cosa li porta a indulgere sempre negli stessi immorali momenti down immedesimati nelle parti di chitarra di Sammy Pierre Duet, che partono alla grande e di punto in bianco si spengono e ti lasciano con la sensazione che Sammy sia entrato in studio con mezza idea e abbia portato in porto la canzone senza troppa convinzione o con stanchezza (Drowned in Grim Rebirth Abandon Indoctrination). Secondo punto dolente è riassunto da Ben Falgoust II. Il singer ha la capacità innata di riuscire a tirar fuori il momento eccellente e poi mandare tutto a fanculo con inevitabili down e vocals anonime. 
Nella seconda metà del disco, i Goatwhore si svegliano dall’assopimento e incominciano ad essere concreti e dritti al punto, rendendo Vengeful Ascension un disco con più luci che ombre. Peccato solo che la band non sia capace di creare un LP che sia completamente avvincente, fatto del numero giusto di canzoni e tirato a lucido. In quel caso incomincerei a parlare dei Goatwhore in termini molto più lusinghieri e smetterei di pensare a questi figli del Sud degli Stati Uniti come ad una combriccola di gente che ha le potenzialità, ma non le sfrutta perché troppo testardo per vedere gli evidenti margini di miglioramento che, ironicamente, sono a portata di mano della band. 
[Zeus]

Lamb of God – Lamb of God (2020)

Come migliaia, o milioni, di altre persone, anche io sono affetto da una debilitante malattia sociale: non mi ricordo i nomi delle persone che incontro. Me lo dici, io ti ascolto e replico con il mio, di nome, e dieci secondi dopo per me il tuo nome è sotto la casella unknown.
Mi ricordo la persona, persino alcuni segni particolari (parlata, tic o altro), ma il nome è oggetto sconosciuto fino alla n-esima ripetizione. 
Quindi non prendetevela se vi incontro da qualche parte e poi non mi ricordo il nome, o ve lo chiedo 4 volte. Non lo faccio apposta, giuro. 
Conscio di questo mio difetto congenito, sto cercando di migliorare il mio approccio alle presentazioni e portare a casa sempre più informazioni sul mio interlocutore.
Questo mi succede anche con i Lamb of God. Li ascolto e, pur non dicendomi niente di particolare, non mi fanno cagare. Hanno elementi che mi interessano, fra cui una dose massiccia di quello che dalla metà degli anni 90 è chiamato groove metal e un certo feeling panteriano post-Far Beyond Driven, ma non hanno mai il colpo killer che me li farà amare in maniera incondizionata. 
Sfido chiunque a dirmi che sono oggettivamente brutti, di quella bruttura incondizionata che ti fa saltare il piatto e non c’è scampo neanche se hai la buona stella di una multinazionale a coprirti il deretano. Non lo sono, perché essere un disco oggettivamente osceno prevede una dose massiccia di cojones e almeno uno spostamento sensibile da una strada tracciata che noi, i fan, abbiamo imparato ad apprezzare e considerare adeguata allo stile della band.
Quest’ultima è una cazzata oscena, lo so, ma i fan sono intransigenti che i Talebani scansati. 
I Lamb of God non si spostano da quello che hanno sempre fatto, posizionandosi in quella forma di metal americano che è tutta muscoli, potenza, riff che spaccano e groove. Personalità, signori, quella no. 
Infatti metti su Lamb of God e poi te lo dimentichi. O forse non lo capisco io? Potrebbe essere, sia chiaro.
Ma nell’ambito del groove, groove-thrash, l’imperativo è quello di creare il succitato groove certo, se no si chiamerebbe in altro modo (saggia legge del graziarcazzo), ma le canzoni si devono ricordare. Regola fondamentale: la canzone non può finire nel dimenticatoio, devi avere il momento bomba che ti farà scoppiare la scimmia. Se no è abuso di riffing e si finisce nelle sterilissime praterie del riffing noioso che, a mio parere, è tranquillamente rappresentato dai dischi dei Machine Head.
Questi hanno proprio il brutto di essere una band che ha dentro mille riff, ma cristo se mi scoppiano i coglioni a sentirli.
I Lamb of God giocano in un campionato diverso, in cui non è il fattore “latte alle palle” quello che ti prende, ma è amnesia la parola d’ordine che ricorre in tutti i miei ascolti. 
Lamb of God è l’ennesimo disco della band che sembra un lavoro incompiuto, pur presentando una scaletta compatta e alcuni ospiti d’eccezione (Jamey Jasta in Poison DreamChuck Billy in Routes). Non che a Randy Blythe sia necessario il supporto di qualcuno per definire la potenza del suo scream, ma è anche vero che, lui come la band, si porta dietro un manto anonimo e democristiano. 
Piacerà, ed è sicuramente piaciuto questo disco, anche perché con il COVID e l’impossibilità di girare come si vuole c’è molto tempo per dedicarsi alla musica, ma a me non dice granché. Mettetemeli su ad un festa e probabilmente faccio headbanging, perché il genere che suonano è portato a farti fare su e giù con la testa, ma se mi chiedete chi suona ho il timore di lasciarvi dispiaciuti e anche delusi. 
Ma voi non fatevi fermare da questa recensione, non ho la verità a portata di mano come molti siti in questa terra di frontiera chiamata internet, ma concedetemi almeno il beneficio del dubbio. 
[Zeus] 

Anche Into the Abyss degli Hypocrisy compie vent’anni (2000)

Quanti di voi nominerebbero un disco degli Hypocrisy post-1999 come esempio della discografia del buon Peter? Ok, forse quelli che sono arrivati alla maturità musicale quando è uscito A Taste of Extreme Divinity End of Disclosure, immagino. Se togliamo Hell Over Sofia, buon live del 2011 ma comunque inferiore alle badilate di cemento che tiravano nel secolo breve, non è che ci sia realmente qualcosa di memorabile. Dischi buoni, sì, ma niente che ti faccia saltare dalla sedia. E questo processo di democristianizzazione è incominciato a cavallo del cambio di secolo: già su Hypocrisy si respirava quell’aria da “ok, non trovo niente di sbagliato e ci sono anche pezzi da paura, ma…” e l’aria non è cambiata di molto su questo Into The Abyss
Sul cambio di secolo, Peter e compagnia decidono di mettere al sicuro il patrimonio di credibilità accumulato nella seconda metà del 1990 e viaggiano con la barra diretta verso un sound più melodic death e senza grossi grilli per la testa (e senza neanche grossissime variazioni sul tema). 
Ci sono i pezzi più veloci (Sodomized, giusto per fare un esempio una tantum) e anche i rallentamenti pesanti e da scapocciate, concessioni alla melodia nella norma ma realmente pochi hook da tirarti fuori il chorus da concerto (Fire in the Sky è forse il momento più catchy di tutto il disco).  
Questo disco è il sintomo della deriva del sound di Peter, non ci scapperà più fuori, e lo dico sapendo che dal 2004 in poi si è portato in formazione Horgh al posto del buon Lars Szöke
Il fatto è che eliminando dall’equazione quella parte di death americano che avevano nel DNA e rivolgendo la propria attenzione ad una versione personalizzata dello swedish death metal, gli Hypocrisy abbiano impoverito di molto il sound che li caratterizzava. O, forse, è proprio il fatto che lo scivolone nel nuovo secolo ha spezzato le gambe se non a tutti, a molti e che da quel momento in poi è un inseguire un’ispirazione che va e viene o, più brutalmente, un mercato che nel 2000 incomincia ad essere affollato di molti prodotti uguali. 
Gli Hypocrisy rimangono comunque distinguibili rispetto alla massa informe che succhia dalle tette delle case discografiche, anche se con Into The Abyss il fattore in questione è meno evidente rispetto ad altri capitoli della loro discografia. Perché se togli i grandi pezzi e/o vai a sminuire l’importanza di strutture melodiche/dilatate, non ti rimane che un disco diretto ma eccessivamente scarno e che regala poca profondità dopo i primi ascolti. 
Into The Abyss è un unicamente un disco buono, senza infamia e senza vera lode. Un po’ democristiano e un po’ giocato sul sicuro del nuovo filone swedish, ma comunque piacevole. Vent’anni di vita non lo demoliscono, ma di certo non lo hanno ringiovanito o fatto diventare un capolavoro. 
[Zeus]

Il post-pranzo con gli UADA

Per chi fosse uscito solo adesso dalla quarantena del COVID e fosse riuscito a mettere le mani su un cellulare, PC o sfruttando un amico/parente prossimo, il 25 settembre uscirà il nuovo album degli UADA, Djinn
Le anticipazioni sono proprio la title-track e No Place Here, non proprio i classici singoli dell’epoca Spotify. Se Djinn, la canzone, si aggira su quasi 8 minuti, il secondo estratto arriva quasi a 14 minuti, cose da Stairway to Heaven
Non posso certo dire che i due singoli manifestino un cambio di rotta enorme, gli UADA non si son messi a suonare hair-metal, ma di certo noto una maggiore propensione alla melodia e, in generale, ad un suono più leggero. Se poi il resto del disco è raw black metal non posso saperlo, ma i due estratti prendono tutti gli aspetti presenti sul precedente Cult of a Dying Sun e aumentano l’aspetto più easy melodic del black metal della band americana. 
[Zeus]

Damiano Basiutto – Dangerous Railway (2020)

Il suono della campanella avvisa che il treno sta arrivando e il convoglio sfreccia a tutta velocità.
Così inizia la title track che apre il secondo album del polistrumentista veneto Damiano Biasutto, intitolato Dangerous Railway, che ci viene presentato dalla Broken Bones Promotions.
Ci troviamo di fronte ad un album completamente strumentale in cui il musicista si diletta in otto tracce che spaziano tra le sonorità più classiche, passando per l’heavy, il power, l’hard rock, rimandi alla NWOBHM (la seconda traccia Burning Blade è particolarmente maideniana nel riff principale), inclusa una cover degli Hammerfall, Hearts on Fire, posta in conclusione, sfornando soli e scale a profusione. 
Biasutto affronta, quindi, diversi approcci alla composizione e ai generi con cognizione di causa. Quello che mi chiedo però è a chi sia diretto questo lavoro, come spesso accade con gli album strumentali. Probabilmente è un prodotto che può essere apprezzato di più da musicisti, chitarristi in particolare, che condividono gli stessi gusti dell’autore, un po’ meno forse dall’ascoltatore che della musica è solo fruitore e meno ferrato su questioni di stile e tecnicismi. 
I riff interessanti non mancano, e nemmeno i soli esaltanti, come dimostrano i brani già citati o anche The Hound and the Pray e Waves, le canzoni sono strutturate su tempi veloci, ma ogni tanto mi sono sembrate un po’ dispersive. Parliamo di tracce che hanno un durata media che passa i cinque minuti, alcune delle quali avrebbero tratto beneficio da un minutaggio più breve.
Idee e intento sono chiari, come lo è il cazzone alato usato come logo. Da affinare un po’. Aspettiamo gli sviluppi futuri.
[Lenny Verga]

Alcoholic Alliance Disciples – Prayers for snakes (2019)

Prayers for snakes.
Pregare per i serpenti… Chissà cosa vuol dire questa frase, che sembra più uno slogan che un semplice titolo per un album.
A parte questo, come suona questo nuovo album degli Alcoholic Alliance Disciples? Semplicemente suona alla grande, intriso com’è di tutto l’unto che cola da qualsiasi formazione si rifaccia all’hard rock sudista, e quindi a band come Black Label Society, Down e compagnia bella.
La carica della band è la stessa di queste formazioni e anche i riff sabbathiani sono presenti in grande quantità. L’unico aspetto che un po’ differenzia questa band da tante altre che propongono southern hard rock/metal, è la forte dose di groove metal che riconduce, ad esempio, a band come Pantera o ultimi Lamb Of God, che questa formazione ha nel proprio DNA.
Intendiamoci, siamo in ogni caso, volendo o meno, nell’ambito del groove metal, perché il southern metal ha questo aspetto ben incastonato tra le proprie prerogative, ma nel caso di questi AAD la cosa è ancora più marcata e a volte si erge un muro di suono, completato da una voce molto possente, che ricorda le formazioni, o ex formazioni, di Phil Anselmo e Randy Blythe. Un disco che non è un capolavoro, ma un graditisssimo e potente ascolto.
Se comunque vi coccolate a suon di bordate sonore provenienti dal sud degli USA, questo album potrebbe essere una buona colonna sonora per questa estate rovente. Buon ascolto.
[American Beauty]

Batushka – Раскол / Raskol (2020)

Il fatto che tutti i rumors intorno al nome Batushka e alla loro musica sia svilente, è un dato ormai assodato. Ormai fanno più rumore per le beghe giudiziarie e le ripicche che per quello che suonano, anche perché i risultati finali delle due opere dei disciolti Batushka non erano certo fra i migliori in assoluto. Ma dove la versione di Derph aveva quantomeno quell’aura tombale e sacra, la versione di Bart, così simile agli ultimi Dimmu Borgir ma con i campanacci, era un mezzo pugno in un occhio. Cosa, questa, che si è accorta anche la Metal Blade, che ha scaricato il singer polacco, costringendolo a ritornare nell’underground e far uscire Raskol con la Witching Hour Production.  
Raskol è l’ideale seguito di Литоургиiа, l’EP che sarebbe dovuto uscire invece della mezza cosa di Hospodi. Cinque tracce con atmosfere finalmente convincenti e senza essere buttate in caciara e, soprattutto, niente intermezzi, fanno di Raskol un EP che va preso e sentito. 
Oppure no? 
Perché se ci pensiamo bene, Raskol ha tutti gli elementi al posto giusto e quindi anche le intro/outro acusticheggianti, il salmodiare che si congiunge con lo screaming black, quella sorta di retrogusto di assistere alla resa blasfema di una messa ortodossa, quindi perché il dubitare? 
Perché dietro quello che si sente c’è sempre la convinzione che è solo facciata e i pezzi, quelli che hanno realmente il gusto targato Batushka, sono emersi nel primo disco e, in parte e neanche in maniera completa e definita, nella versione di Derph. Un disco, Raskol, che mi ricorda quelli dei Watain: prodotto bene, con idee giuste, ma che comunque sia ha un che di anonimo che non lo lascia abbandona. 
Piacerà e verrà lodato come il ritorno alle origini del 2015, quando le due anime della band polacca erano ancora indirizzate allo stesso scopo, ma è anche un’operazione che mi fa pensare alle tre scimmiette. O si tenta di dimenticare cosa è stato Liturgiya per la scena polacca e, in generale, per il black metal moderno o ci si sforza di farsi piacere qualcosa perché porta impresso un determinato moniker. 
Che quest’ultimo sia vuoto è qualcosa che si soprassiede, ma tanto che cazzo ve ne frega a voi che volete solo fregiarvi di averlo sentito e di buttare nel mezzo della discussione una Irmos III o qualche altra traccia da questo EP.  
Non so quante volte lo ascolterò ancora questo disco, adesso lo sento ogni volta che posso perché un’idea anche minima me la dovrò pur fare prima di parlare; ma finito il “lavoro sporco” e messa la recensione in programmazione, cosa ne sarà di questo Raskol
Provo a pormi la stessa domanda fra un po’ di mesi, al momento sto sudando sette camice e non ho una gran voglia di mettermi a ragionare su quello che sarà da qua a dicembre.
[Zeus]

Musica per tirare il fiato: Bad Liquor Pond & Allah-Las (2012)

Mentre non c’è dubbio alcuno che Panzer Division Marduk sia l’equivalente di andare alla SPA e ti permette di sfogare una quantità di rabbia e frustrazione senza diventare il nuovo Punisher, è anche vero che in alcuni momenti della tua esistenza terrena ti ci vuole qualcosa di diverso. 
Metti te che, contrariamente a tutte le ipotesi iniziali, la giornata non è finita in merda e quindi puoi arrivare a casa senza dover riesumare un paio di Papi per poterli violentare a forza di bestemmie; in questo stato mentale potresti anche essere portato a cercare sollazzo nella tranquillità di qualcosa che non ti sfasci la mandibola a forza di blast-beat. Perché un Panzer Division Marduk è l’equivalente di una dose d’eroina, te lo spari in vena per una trentina di minuti, bestemmi il Creatore e poi ti lascia incosciente per un po’ di tempo. A volte vorresti anche goderti il tempo che ti resta della giornata e quindi ti prendi bene e sfoderi una IPA, fruttata al naso ma strutturata il giusto, forse con una coda un po’ amarognola che te la fa scendere bene, e per chi indulge anche tirare fuori un cannone e mandare a cagare il mondo godendosi il momento. 
Una prima band che potrebbe saltare fuori dal cilindro e che porta bene anche in caso di visite di amici, amiche, cani randagi e/o unicorni è Blue Smoke Orange Sky (uscito nel 2012) dei figli del Maryland, Bad Liquor Pond

Lo consiglio perché è uno di quei dischi che viaggiano su quella sottile linea fra musica allegra e psichedelia soleggiata, morbida e senza troppe pippe mentali. Un disco che lo metti su e ti accompagna in molte delle attività casalinghe, così come potrebbe essere l’antidoto, rispettoso dell’ambiente e approvato da Greta Thunberg, ai tormentoni estivi e al raggaeton. Non sono neanche lontanamente metal, non ci si avvicinano neanche a metterli al muro con un M-16 piantato nel costato, ma da quando l’altra metà del Mayhem-Duo me li ha fatti sentire sono diventati un gruppo da relax e chill-out sul balcone. Lo so, potreste storcere il naso perché non sono metal (e sticazzi, per quanto mi riguarda), e anche perché non hanno l’attitudine da funerale (cosa che comunque cerco il 90% delle volte che metto su musica), ma sono l’equivalente dell’apprezzare il cambio delle stagioni. Certo che è bello vivere sempre con i 20 gradi stazionari, ma dopo un po’ ti rompi anche il cazzo e vorresti una bella giornata di freddo da farti perdere i denti o un caldo africano per ricordarti che i 20 gradi non sono poi così male. 
I Bad Liquor Pond sono esattamente così, hanno l’attitudine rock psichedelica anni ’60-’70, ma senza essere rompicazzo come certe band che vorrebbero essere ma non sono. Hanno l’elemento leggero, tutto molto tranquillo e liquido, ma lontano dall’essere stupido o banale. 
Sulla stessa linea, anche se con un coefficiente sixties più elevato e quindi rischiosi dal punto di vista dell’atteggiamento sciarpetta, sono gli Allah-Las

L’omonimo disco d’esordio degli Allah-Las si sposta, più o meno, sulle stesse coordinate dei Bad Liquor Pond (e anche questo LP è stato consigliato dall’altra metà del MayheM-Duo). Non stiamo parlando di due dischi intercambiabili, visto che l’approccio di questi californiani si distanzia da quello dei musicisti di Baltimore. Gli Allah-Las sono rilassati, con un rock che richiama quello garage dei sixties e te li immagini vestiti con gli stivaletti, i pantaloni a zampa e tutto l’armamentario immaginifico che si portano dietro le band di quelle annate. E poi quelle chitarrine leggere, pulitissime, che hanno un che di ricordabile e di perfettamente integrato nella musica visto che non sovrastano la sezione ritmica. La voce, e i cori, sono quelli che ti immagineresti nei 45 giri dell’epoca d’oro del rock (Busman’s Holiday). La musica degli Allah-Las, che parte con due canzoni che settano immediatamente il mood come Catamaran Don’t You Forget It, è di quelle che ti permetti di ascoltare mentre ti bevi un Mojito sul balcone di casa, senza rotture di cazzo da parte di vicini, parenti, colleghi e chi più ne ha, più ne metta. O, immaginatevi una Sacred Sands mentre state tranquillamente con l’acqua della piscina che arriva a metà petto, una birra in mano, e tutto il tempo che vuoi per pensare e rilassarti senza troppi cazzi. O ci sono canzoni come Ela Navega che ti immagini suonate in qualche localino solitario in qualche spiaggetta sperduta. 

Due dischi, quello dei Bad Liquor Pond e degli Allah-Las, che non sono nelle heavy rotation normali del metallaro, ma che ti mettono in moto il mood vacanziero senza ricorrere ai tormentoni estivi, alle canzonette di Shakira, le terapie d’urto fornite dal raggaeton e tutta la merda radiofonica che sembra uscire come funghi durante il periodo più caldo dell’anno. 
[Zeus]