Blues Pills – Holy Moly! (2020)

Se volessi una prova concreta della sensibilità degli artisti, potrei citarvi il nuovo disco dei Blues Pills, Holy Moly!. E non sto parlando di un LP che, per forza di cose, è meglio del precedente – cosa che non è -, ma è un disco che riflette perfettamente questo strano 2020.
Holy Moly! è infatti erratico nel suo procedere e spazia fra quel hard blues-rock marcato seventies (Low Road) che conosciamo e ballad melanconiche (California, Longest Lasting Friend), quelle che ti mettono la voglia di sederti sotto un portico con una Coors Light e mile pensieri nella testa. E poi, in questo strano peregrinare, inciampa anche su quelle canzoni che non sono né l’una né l’altra cosa e qua è il segnale che la maturazione completa, al terzo disco, non è ancora arrivata ma non è fuori dalla loro portata, anzi potrebbe volerci solo un nuovo disco.
Senza contare la base musicale, un hard blues-rock anni 60-70, molto del potere dei Blues Pills risiede nel jolly dietro il microfono: Elin Larsson. 
La singer nordica, su Holy Moly!, riesce a portare il timbro vocale su tonalità che non è poi troppo blasfemo rimandare a Janis Joplin. Ci sono logiche differenze sotto l’aspetto vocale e della personalità, anche perché Janis si portava appresso una serie di demoni mica da ridere e un alcolismo che pareggiava la potenza della sua voce; ma Elin sfrutta tutte le carte a sua disposizione venendone fuori vincitrice.
La singer ha anche la necessaria personalità e non si standardizza, finendo per essere una delle tizie che suonano in band “blues/occult/doom-rock”. Perché di queste ce ne sono anche troppe e alla fine, fra cantante sempre uguale e stili similari (cosa che succede anche in un certo symphonic metal), mi passa la voglia di cercare di capire chi e cosa sto ascoltando. 
Detto di una manciata di canzoni indecise su cosa essere, l’altro punto debole di Holy Moly! è che gli manca il colpo killer, quella Lady in Gold che ti stendeva senza neanche lasciarti il tempo di prendere la targa.
Poi potrei anche evitare di rompere i coglioni su tutto, visto che mi lamento di dischi senza coesione o con solo qualche pezzo buono, ma dove Lady in Gold partiva alla grande e reggeva ottimamente sulla distanza, questo LP del 2020 è concreto, non ha cadute di tono fallimentari ma neanche qualcosa da farti esclamare: ho visto la luce! (cit.).
In questo 2020 stanno uscendo diversi dischi, ma molti sembrano riflettere che nel mondo c’è una pandemia cavalcante, i posti di lavoro scendono e la paranoia e l’intolleranza generale stanno aumentano in maniera esponenziale. Mi vengono in mente il nuovo dei Pearl Jam o quello dei 1000mods che, senza esagerare, non è proprio quel che ci si aspettava dai greci e dal loro stoner palla lunga e pedalare. Probabilmente anche per loro vale la stessa sensazione che mi piglia a me in certi momenti della giornata ed è un sostanziale esistere in attesa che succeda qualcosa. 
Cristo, assomiglia al Deserto dei Tartari, ma non è così visto che ogni giorno leggo di rincoglioniti (e li vedo anche) che non rispettano le misure basilari della distanza sociale, dell’igiene e di tutte quelle piccole accortezze che ci eviterebbero molti mesi di rotture di cazzo. 
Quindi non mi viene neanche da domandarmi perché con Holy Moly! i Blues Pills abbiano smesso l’energia pura di Lady in Gold per spostarsi su tonalità più scure e malinconiche/nostalgiche: gli svedesi descrivono bene questo cazzo di anno di merda, non lo fanno sempre tirando al centro ma riescono a farlo comunque bene. 
[Zeus]

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