Ribadire il concetto di cover band con i Devils Whorehouse – The Howling (2000)

Chi se li sarebbe cagati i Devils Whorehouse se non ci fosse stato dentro Morgan dei Marduk? Probabilmente molto pochi e adesso non avrebbero una discografia di sei dischi (anche se quattro sono usciti sotto il monicker Death Wolf), ma la vita è così e bisogna farci il callo.
E cosa possiamo dire di questi Devils Whorehouse senza cadere nello scontato? Bella domanda, visto che son nati come momento di cazzeggio di Morgan (insieme a B.War) e non sono altro che un calligrafico tributo ai Misfits/Samhaim. Probabilmente entrambi avevano capito che i Marduk stavano cambiando, o necessitavano un cambio, e quindi hanno pensato bene di levare le tende per un po’ e di bersi tonnellate di birra e suonare qualcosa. 
Arruolano un clone di Danzig, suonano quattro accordi in croce e via con un EP che non dice niente neanche a volerlo, proprio come fanno in generale le cover band. Queste, però, hanno un senso come tributo; i Devils Whorehouse nel 2000 sono qualcosa che interessa solo a chi ci ha suonato sopra e niente di più, credetemi. Non fate l’errore di credere che il passare del tempo ha fornito una revisione storica di un progetto-cazzeggio e l’ha fatto diventare qualcosa di seminale. No, non c’è niente di tutto ciò in questo disco. Se volete sentirvi un clone di Danzig, potete farlo, e così se siete rimasti sotto ai Misfits da tempo immemore… ma io mi chiedo, perché dovete ascoltarvi qualcuno che ci tenta e non gli originali? Soprattutto perché chi ci tenta non riesce a far meglio dell’originale, come a volte capita nell’ironico mondo della musica. 
Mi accorgo adesso che questo EP compie vent’anni e non ne ho sentito la mancanza, qualcosa vorrà dire, no? 
[Zeus]

Monumentum Damnati – In The Tomb Of Forgotten King (2020)

I Monumentum Damnati sono una formazione dedita ad un doom/death metal molto particolare, sebbene nel loro sound non vi siano tracce di innovazione o sperimentazione. Quello che ci propongono è qualcosa di valido, questo è bene dirlo già da subito, e che potrebbe piacere a non poche persone. La loro forza sta nell’ergere un muro di suono in cui le tastiere sono predominanti quasi sulle chitarre, o comunque si dividono lo spazio con gli altri strumenti alla pari.
Il loro è un sound cupo, nebbioso, ma comunque sempre melodico e che riesce ad entusiasmare grazie ad una ottima padronanza tecnica e grazie ad una innata voglia di avvolgere l’ascoltatore di un manto tenebroso e morboso. La base del sound di questa band è sicuramente negli anni Novanta, ed è facile riscontare elementi provenienti sia dal gothic metal più ortodosso di primi Katatonia, Tiamat, Paradise Lost, ma anche dal gothic metal più “melodico”. Di certo la base è sempre quella del doom/death metal, ma non aspettatevi un disco estremo, anzi, è proprio il contrario. Chi vuole qualcosa di più integerrimo forse non troverà molto di interessante in questo album; questo è un disco che si propone come melodico e non vuole nasconderlo, e per questo potrebbe piacere anche agli amanti del death metal melodico, per fare un esempio, ma anche a coloro che hanno amato il gothic metal con voce femminile di gruppi come i Theatre Of Tragedy. Va però precisato che questa band prende molto seriamente quello che fa, e quindi questo In The Tomb Of Forgotten King è un album molto curato, quasi in maniera minuziosa, soprattutto sotto il profilo del lavoro svolto in studio di registrazione; tutto suona alla grande e le tastiere ben si incastrano tra il growl asfissiante di Thanatos e il resto degli strumenti. Un disco di esordio promettente, quindi, ma che è indirizzato prevalentemente a chi è amante di queste sonorità, che oggigiorno sono un po’ di nicchia, a differenza di venti o più anni fa. Ma come dicevo, il suo alto tasso melodico potrebbe far presa anche verso ascoltatori non devoti per forza all’estremo.
[American Beauty]

Eyehategod – Confederacy of Ruined Lives (2000)

Gli Eyehategod non avrebbero dovuto risentire del Millennium Bug, ma probabilmente erano troppo fatti per accorgersi del bolla mediatica e quindi si son presi male. Lo dico perché il Confederacy of Ruined Lives esce quasi a fine dell’anno 2000, Ottobre per la precisione, e ormai era cosa risaputa che tutto il Millennium Bug era una mezza barzelletta e una mezza opportunità per Hollywood di creare film fra il pacchiano e il ridicolo (vedasi Entrapment). Napster aveva messo in evidenza il fatto che la questione musica, una volta aperto il vaso di Pandora di internet, non poteva più essere concepita come un qualcosa di esclusivo e ridotto all’utilizzo del CD/vinile/cassetta. Dal 2000, e probabilmente qualcosa prima con alcuni programmi peer-to-peer rudimentali, il tavolo da gioco cambia e le band incominciano a farsi prendere da dubbi e considerazioni varie. 
Non tutto è negativo, ovvio, visto che la maggiore disponibilità di musica ha anche permesso una maggiore esposizione dei gruppi, cosa che ha permesso a diverse realtà garage di aumentare lo status e incominciare a buttar fuori dischi con una cadenza maggiore e/o guadagnarsi il primo contratto discografico serio. 
Oltre a questo c’è anche l’aspetto musicale. Vuoi per diversi fattori, vuoi che la spinta dei grandi vecchi aveva incominciato a vacillare in maniera poderosa, vuoi che l’aumento di visibilità e il denaro contante aveva trasformato dei generi off-limits in qualcosa di rivendibile, ma il panorama musicale mondiale subisce uno scossone non da poco. Se è vero che lo swedish death melodico è traumatizzato, il death metal incomincia il suo percorso di avvicinamento alle derive più brutal e il black diventa bicefalo con band ormai sotto contratto e gruppi da scantinato puzzolente, lo sludge è ancora in un momento di ricerca di sé stesso. 
Non è un fenomeno sconosciuto, ci sono ormai molte band che tirano dritto in questa categoria e già negli anni passati avevano piazzato colpi da 90 sotto la cintura, ma è anche un momento in cui i gruppi storici passano dall’essere misconosciuti drogati di periferia a conosciuti e riveriti progenitori del genere. Gli Eyehategod erano in questa seconda categoria, visto che nel 2000 firmavano il loro quarto disco e non sapevano ancora che sarebbero andati in cantina per 14 anni – ma questa è storia futura. 
Confederacy of Ruined Lives era, e rimane, un buon disco. Dopo vent’anni si fa ascoltare senza problemi e non mi ci è voluto molto per ritornare nello spirito, ma è anche un LP che non produce quella malattia profonda che avevano i suoi predecessori. Ci sono tutti gli elementi chiave del sound EHG: i feedback, i rallentamenti, i riffoni blues-y e le vocals di Mike IX, ma non traspare in maniera esasperata la sporcizia. Forse perché manca un po’ di basso? Forse perché dopo 10 anni, 3 LP al top della forma e una vita quotidiana all’insegna della distruzione delle cellule grige, quello che gli EHG sono riusciti a produrre non è altro che un disco buono ma…? 
E questo è sempre un peccato, perché nel 2000 ci sono band che tirano a lucido il proprio sound e arrivano dritte al punto, ma è chiaramente un momento difficile visto che la scena di New Orleans è in debito d’ossigeno e gli EHG vanno a fare compagnia ai Crowbar e Corrosion of Conformity nelle band che risentono del cambio d’annata. Che poi questa generalizzata debolezza compositiva spinga Bower, Windstein e Keenan a ritornare all’ovile dei Down per un secondo, fortunato, LP nel 2001 è un discorso che affronterò il prossimo anno. 
Quel che resta di Confederacy of Ruined Lives è l’idea che pur procedendo spediti sui binari da loro stessi tracciati, e cercando di inserire addirittura più parti groove e un sound meno asfissiante, il risultato finale è meno esaltante delle premesse di partenza. Come detto, non è un brutto album, ma è quell’album quasi normale che dagli EHG non ti aspetti e che non vuoi. Mike IX, Jimmi Bower & Co. devono essere gli psicopatici allucinati e devono trasmettere questa condizione all’ennesima potenza; mi serve questa cosa per riportare in bolla quest’esistenza misera e bastarda. 
[Zeus]

Due recensioni al prezzo di una: Nevermore – Dead Heart in a Dead World e Crematory – Believe (2000)

Mannaggia cristo che disco.
È finita qui. Che vuoi analizzare?
Non è un disco Thrash, non è Classic, non è Power ma sicuramente e Heavy. Quindi su il volume e via, Narcosynthesis, Inside Four Walls, The River Dragon Has Come, The Heart Collector ecc.. ecc.. che volete di più?
A molti non piace, mi dispiace per loro, ma questo, cazzo, è un mannaggia di cristo di disco.
Su il volume ed ascoltare.
[Skan]
FAAAAAAAAL Behind, Falllll beeelove….
quante volte ho cantato questo ritornello abbracciato a qualcuno prossimo allo sbocco alle feste alcoliche a casa di un mio amico, che aveva il CD, il quale scaldandosi profumava di incenso, che storie!
Canzone che dovrebbe essere sparata a volumi immani ad ogni Zeltfest che si rispetti!
Sono stato anche in prima fila sotto un palco ad ascoltarli per un ora per poter cantare con loro questo ritornello!
 
Le altre canzoni sinceramente neanche me le ricordo…
[Skan]

UADA – Djinn (2020)

Ormai gli UADA si sono ritagliati il loro posto nel panorama metal moderno, su questo c’è poco da discutere. Che sia per meriti riflessi (il primo disco era talmente paraculo nei confronti degli Mgla da risultare quasi impossibile da sostenere) o propri, gli americani hanno incominciato a far proseliti. Cosa che è diventata evidente, almeno nella mia persona, con Cult of a Dying Sun. Non che questo disco fosse esente da tutte le critiche rivolte alla band, ma il passo in avanti in termini di songwriting è stato talmente evidente che non sono riuscito più riuscito a criticarli in maniera esasperata. 
Cosa per me alquanto strana, visto che in ‘sto periodo le critiche mi escono fuori come niente fosse. 
Per questo motivo ho aspettato il terzo disco, grazie anche all’ottima operazione “spoiler” fatta con il primo singolo (Djinn) che mi aveva  preso bene. Il cambio di rotta c’è stato, modificando leggermente la tendenza ad abbeverarsi in maniera esclusiva e bulimica nella scuola polacca e in quella svedese (dicasi Dissection). Se vogliamo, la musica degli UADA ha preso una via quasi allegrotta, se mi passate il termine visto che non stiamo parlando di cose power metal o da sagra della salsiccia.
Il tasso melodico delle canzoni è diventato talmente preponderante che, pur rimanendo un black metal fatto di chitarre, scream e potenza, salta all’orecchio il riff cristallino e facilmente memorizzabile. Niente di sbagliato in tutto ciò, soprattutto perché lo spalmano su canzoni che arrivano a toccare minutaggi elevati. Anche la verbosità di molti brani, su cui la scure tipica del “contenere il minutaggio” è meno severa rispetto ad altri dischi, non è un reale problema visto che Djinn fa respirare le canzoni e non le concepisce come meri assemblaggi di riff modalità Metallica su Death Magnetic
La tendenza ad unire un songwriting quasi progressivo, altro termine usato alla cazzo di cane ma tanto per capire che gli UADA non si gettano a tavoletta con l’astio tipico dei Marduk, con una propensione melodica e “furbetta” la troviamo proprio nella title-track o in In The Absence of Matter, giusto per far due nomi. Canzoni che hanno una solidità notevole e non sono solo orecchiabili, elemento che comunque ritroviamo in tutto Djinn
La solidità appena accennata, mista a quel briciolo di varietà, distanzia gli americani da altre band black metal osannate come i Gaerea o i Batushka versione povera, risultando più dinamici della colata di piombo dei primi e più concreti e pieni di significato rispetto alla vacuità di Hospodi.
La differenza fra gli UADA e la matrice polacca (ancora presente, in parte, ma ormai più come ispirazione) e le migliaia di band della nuova fitta combriccola del black metal moderno, è che Jake Superchi ha capito che non possono continuare a forzare la mano sul genere e c’era la necessità di inserire qualcosa d’altro nel sound stesso: quindi ecco che molti riff iniziano a puzzare di heavy metal, ci sono gli assoli puliti (The Great Mirage) ed elementi post-punk a spezzare quello che rischiava di diventare un modello di lavoro. Se poi considerate che Djinn si chiude con un’epica di quasi 14 minuti (Between Two Worlds) e riesce a finire in crescendo, allora potete ben capire che alla terza prova in studio gli americani hanno centrato l’obiettivo principale: crescere come band e rivendicare un’autonomia compositiva fondamentale. 
[Zeus]

Il growloke di Chris Barnes – Graveyard Classics (2000)

Mi secca anche solo il pensiero di dover sprecare del tempo a dovervi parlare di questo disco. Lo faccio unicamente perché son passati 20 anni dalla sua uscita e Chris Barnes non ha ancora capito che è ora di smetterla di far uscite queste porcherie. Ho già parlato di Graveyard Classics II un po’ di anni fa e il giudizio sul primo capitolo è praticamente identico. Se possiamo capire, immaginare o solo intuire la voglia di Barnes di omaggiare band che l’hanno ispirato, quello che non capiamo è il perché volerne far uscire quattro capitoli e, per di più, poco ispirati. 
Già nel 1999, con l’uscita di Maximum Violence, i Six Feet Under erano una band alla canna del gas, quindi un disco di cover – spesso la certificazione mondiale di una crisi di idee senza fondo -, non può che esserne il sigillo papale alla morte di una band (anche se, a quanto leggo dalle recensioni, qualche piccolo scossa casuale di vita la sta facendo uscire in questi ultimi anni).
L’effetto karaoke finisce ben presto di essere interessante, visto che dischi come questo hanno la profondità di un manifesto elettorale di certi partiti italiani, e dopo un ascolto riesci a farne a meno senza neanche versare una lacrima. Il motivo è dato da elementi fra i più disparati: le canzoni sono riproposizioni pedisseque degli originali su cui sopra c’è il growl di Barnes e, tanto per mettere la guarnizione finale, Barnes è anche svogliato nel cantare. 
Progetto suo. Idea sua. Nessuna voglia. Tutto torna, no? 
Cazzo. 
No.
Non torna. E non lo voglio neanche accettare in maniera prona. Preferisco di gran lunga una cover sbagliata (es. Light My Fire rifatta dagli Amorphis) rispetto a queste cose. Ma che volete farci? Ormai, come band, I Six Feet Under stavano girando a vuoto e i suoi ex compagni di suonate tiravano fuori dischi sempre più convincenti (anche dal vivo, se per questo). 
Per evitare di mettersi in competizione, Barnes esce decisamente dalla gara, piscia su tutto quello che ha fatto nel suo passato ed esce con questa mezza cacatina. Divertente per loro, per i quattro che hanno speso i soldi per comprare Graveyard Classics e per chi sta ancora cercando un senso a tutto questo. 
Me compreso. 
Sinceramente mi son rotto il cazzo di scrivere di questo LP, quindi date voi un voto finale, scrivete un giudizio o ignorate tutto e sentitevi qualcosa di meglio. Non mi interessa, basta che non vi lamentiate che vent’anni fa è uscito questo disco… se ne ha fatti 4 episodi è colpa anche vostra che lo supportate quando, in pieno trip, spende i suoi soldi alla cazzo. 
[Zeus]

Quanta droga si portano dietro. Sourvein – Sourvein (2000)

Beata gioventù, quando ancora si credeva che lo stoner fosse incarnato, in maniera massima, dai Kyuss. Certo, la ex band di Josh Homme era un fattore fondamentale nella crescita di noi poveri ragazzi di provincia; non potevo certo sperare di trovarmi gli Iron Monkey o i 13 o chissà quale altro sottoprodotto putrido dello stoner/sludge nei negozietti di musica della zona. Non riuscivo a trovare neanche Nola, quindi vedete voi che fatica e che vita ricca di bestemmie che ho avuto. Sono dovuto andare ad un concerto, scartabellare fra i CD di una distro per avere finalmente fra le mani l’esordio dei Down. Solo molti anni dopo ho visto, in offerta speciale come fosse un prodotto da buttare nel cesso, Down II – A Bustle in the Hedgerow. Solo post tour europeo si sono incominciati a vedere i dischi dei Down… e stiamo parlando del 2007. 
Il fatto è che lo stoner, quando si sposta dal deserto nelle periferie, la prende male e incomincia a sniffare miasmi tossici neanche fosse un adolescente nelle peggio favelas del terzo mondo. Quindi il suono smette di essere trippone e cade in decomposizione, facendosi marcio, sporco e con i pidocchi. Lurido come il culo di un barbone dopo 2 anni senza lavarsi. 
E la testimonianza di questo processo di barbarizzazione del sound, che comporta la mescolanza di sonorità doom con tutto quello che potete trovare interessante (hardcore, crust, black metal….) vomita band disparate, ma che hanno tratti in comune pur non essendo in nessun modo imparentate. Dimenticatevi il sound pulito dei Down, sludge sì ma di una caratura meno da gabinetto rispetto ad altre realtà mondiali, e guardate a quanto prodotto da Eyehategod, i Crowbar o gli Iron Monkey stessi nel corso degli anni precedenti. Nel mondo escono dischi sottovalutati come quello degli Sludge, mentre dalle peggiori case del North Carolina emergono gente come i Buzz*oven e i Sourvein. Questi ultimi, a parte l’avere Liz Buckingham in formazione (conosciuta ora come chitarrista degli Electric Wizard), sono l’espressione perfetta di cosa significa affogare lo sludge nella depressione di periferia. Sourvein, il disco, è questo e nient’altro: il suono di una band che esce dalle case popolari, che fa barbecue abusivi bruciando copertoni, che non crede all’innalzamento termico a causa degli effetti del petrolio e, in parole povere, tutto il ventre molle dell’America che, adesso come adesso, vota Trump. 
Sourvein, e la band stessa, è la colonna sonora di un disagio interiore manifesto e di una depressione conclamata e non artificiosa come molte band “simulano”. Quando senti brani come SnakerunnDirty South o altro dal disco è proprio il malessere a saltar fuori come un sorriso a 4 denti. 
Forse merito è della voce da alcolizzato cronico di T-Roy che rende le canzoni zozze, o semplicemente perché i riff di chitarra spaccano sia quando si fiondano ad ampie mani sul doom di matrice sabbathiana, sia quando accelerano o accennano addirittura a delle melodie sotto la montagna di riff. La sezione ritmica è alquanto banale, ma in fin dei conti è solo la base su cui il duo Liz / T-Roy può fare quello che vuole. 
Si fossero risparmiati un po’, invece di fiondarsi su tutta la chimica possibile, avrebbero avuto una vita musicale ben diversa e, in termini di riconoscimento pubblico, invece di essere una realtà “da maniaci“, sarebbero al livello degli EHG. 
Vent’anni di vita di Sourvein ne mostrano solo alcune rughe, ma in fin dei conti è il suono della disfatta e del disfacimento morale. Qualche cedimento non può che far bene e, forse, l’essere così crudo e con delle chitarre che friggono come un cazzo di burger sulla piastra, è il lato positivo che cerco ancora oggi in un disco che mi racconta di depressione, violenza, alcolismo e tutto il brutto che c’è nella realtà quotidiana. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa: La storia dei Death SS (1987-2020) di Steve Sylvester (con Gianni della Cioppa e Stefano Ricetti)

Eccoci qua, la storia continua…
Ci eravamo fermati con il libro precedente al 1987, con un Steve Sylvester che dopo aver deposto le armi per vari fattori si era trasferito da Pesaro a Firenze, e proprio da qui parte questo libro.
Troviamo il nostro protagonista meno impegnato nelle cose occulte (meno, non disimpegnato) ma più concentrato nel portare al successo il suo gruppo i Death SS, ormai divenuti di sua proprietà.
E quindi il trovare line-up stabili e affidabili, sforzi per avere produzioni e promozioni all’altezza, a volte con risultati sperati e a volte no, tour e controtour, videoclip e concerti, da sempre il punto di forza dei Death SS. Un libro magari non pieno di aneddoti “morbosi” come il primo, ma comunque di aneddoti e storie ce ne sono a bizzeffe, ma con in più un ottimo spaccato della vita di una band italiana che prima di diventare “culto” ha dato l’anima (quasi letteralmente). Come dicevo, meno racconti di sesso estremo nei cimiteri, e più vita da tour, con ottimi racconti del protagonista e del suoi gregari che vanno a descrivere i dettagli della produzione dei dischi e dell’allestimento dei tour, anche cose che non avremmo voluto sapere (le ostie della data di Bassano, io li ero in prima fila, potevate tenervi il segreto, la mannaggia…).
Un libro che si legge velocemente, dovuto alla scrittura scorrevole e all’immenso carisma del protagonista.
[Skan]

Wishdoomdark – Blood of the Black God (2019)

Esplorando internet ci si imbatte spesso in cose molto interessanti e poco note. A volte per vie traverse. Sono venuto a conoscenza dei Wishdoomdark parlando di libri su Instagram con persone sconosciute.
La band in questione proviene dalla Russia, è in attività dal 2006 ed esordisce con un demo nel 2012. Blood of the Black God è il loro terzo album, uscito nel 2019. 
Il genere musicale è uno di quelli che negli ultimi anni rientra tra i miei preferiti: il doom/death. In pratica doom con voce in growl e (rari) momenti di sfogo estremo. Il sound della band discende direttamente dai Candlemass delle origini (ascoltate il riff principale dell’opener che porta il titolo dell’album), per poi passare per i primi Tiamat e Paradise Lost, senza disdegnare uno sguardo verso gli Amorphis. Quello che ho apprezzato in particolare modo sono le atmosfere decadenti che riescono a creare con le chitarre, sottolineate da un sapiente utilizzo della tastiera: poche note per accentuare l’effetto drammatico nei punti giusti e il gioco è fatto. Niente male i riff di chitarra che, per quanto non creino niente di nuovo, fanno il loro lavoro, così come la voce, un growl potente e ben eseguito. 
Il lavoro viaggia su un costante e buon livello qualitativo  per i primi tre pezzi, per poi calare leggermente di incisività e perdersi in soluzioni un po’ banali, riprendendosi solo a tratti (la penultima traccia, Storm). Se devo sottolineare un altro difetto, alcuni testi mi sono sembrati un po’ troppo elementari. Forse non si può considerare nemmeno come un lato negativo, sarà che sono troppo fan dei My Dying Bride?
Nel complesso, un ascolto molto piacevole, scorrevole, contenuto nella durata e quindi non dispersivo.
I Wishdoomdark hanno sfornato un lavoro con del potenziale, non gli rimane che affinare ulteriormente il songwriting per salire di livello.
[Lenny Verga]

In mutamento costante. Enslaved: Mardraum (Beyond the Within) (2000)

Quando una band ha percorso, o sta ancora percorrendo, una lunga carriera attraverso la quale si è progressivamente evoluta in qualcosa di diverso rispetto a ciò che era agli inizi, si possono spesso individuare gli album che rappresentano il momento di transito tra due periodi. 
Non sono quindi gli album della svolta, ma più dei pre-svolta, dove si inizia ad introdurre nel sound elementi prima totalmente estranei o quasi, in quantità variabile a seconda dei casi, per vedere se funzionano e probabilmente anche per non spaventare eccessivamente i fan. Del resto, si sa, il metallaro medio è un gran cagacazzo quando si tratta di cambiamenti e innovazione. 
Tanto per fare il polemico, sono convinto che in molti casi le band che dopo trent’anni, ma anche venticinque o venti, suonano sempre uguale senza mai mai movimentare un minimo la propria proposta, lo facciano principalmente per incapacità di fare altro, più che per una questione di coerenza o fedeltà. 
Gli Enslaved nel 2000 pubblicano Mardraum (Beyond the Within), un gran casino, anzi, un incubo, come dice il titolo. Riascoltato oggi, ci si rende conto di quanto lungimiranti fossero le idee di Kjellson e Bjørnson al volgere del nuovo millennio, perché Mardraum sembra contenere tutta la musica rappresentativa del passato, del presente e del futuro della band. E lo fa già solo a partire dalla prima traccia, Storre Enn Tid, piccolo capolavoro della durata che supera i dieci minuti e che cambia pelle continuamente. 
Nel 2000 gli Enslaved sono black, viking, gothic, epic, progressive, avantgarde, usano l’elettronica e le clean vocals e una produzione volutamente retrò per dare risalto alla parte più true norvegian del loro sound. Un album difficilmente inquadrabile e classificabile, ma che nel suo insieme è coerente e completo e che, visto dall’alto della prospettiva di oggi, assume pieno significato come tassello fondamentale nello sviluppo dell’identità della band, che da anni sta godendo di una vena creativa che sembra non volersi esaurire. 
[Lenny Verga]