Quanta droga si portano dietro. Sourvein – Sourvein (2000)

Beata gioventù, quando ancora si credeva che lo stoner fosse incarnato, in maniera massima, dai Kyuss. Certo, la ex band di Josh Homme era un fattore fondamentale nella crescita di noi poveri ragazzi di provincia; non potevo certo sperare di trovarmi gli Iron Monkey o i 13 o chissà quale altro sottoprodotto putrido dello stoner/sludge nei negozietti di musica della zona. Non riuscivo a trovare neanche Nola, quindi vedete voi che fatica e che vita ricca di bestemmie che ho avuto. Sono dovuto andare ad un concerto, scartabellare fra i CD di una distro per avere finalmente fra le mani l’esordio dei Down. Solo molti anni dopo ho visto, in offerta speciale come fosse un prodotto da buttare nel cesso, Down II – A Bustle in the Hedgerow. Solo post tour europeo si sono incominciati a vedere i dischi dei Down… e stiamo parlando del 2007. 
Il fatto è che lo stoner, quando si sposta dal deserto nelle periferie, la prende male e incomincia a sniffare miasmi tossici neanche fosse un adolescente nelle peggio favelas del terzo mondo. Quindi il suono smette di essere trippone e cade in decomposizione, facendosi marcio, sporco e con i pidocchi. Lurido come il culo di un barbone dopo 2 anni senza lavarsi. 
E la testimonianza di questo processo di barbarizzazione del sound, che comporta la mescolanza di sonorità doom con tutto quello che potete trovare interessante (hardcore, crust, black metal….) vomita band disparate, ma che hanno tratti in comune pur non essendo in nessun modo imparentate. Dimenticatevi il sound pulito dei Down, sludge sì ma di una caratura meno da gabinetto rispetto ad altre realtà mondiali, e guardate a quanto prodotto da Eyehategod, i Crowbar o gli Iron Monkey stessi nel corso degli anni precedenti. Nel mondo escono dischi sottovalutati come quello degli Sludge, mentre dalle peggiori case del North Carolina emergono gente come i Buzz*oven e i Sourvein. Questi ultimi, a parte l’avere Liz Buckingham in formazione (conosciuta ora come chitarrista degli Electric Wizard), sono l’espressione perfetta di cosa significa affogare lo sludge nella depressione di periferia. Sourvein, il disco, è questo e nient’altro: il suono di una band che esce dalle case popolari, che fa barbecue abusivi bruciando copertoni, che non crede all’innalzamento termico a causa degli effetti del petrolio e, in parole povere, tutto il ventre molle dell’America che, adesso come adesso, vota Trump. 
Sourvein, e la band stessa, è la colonna sonora di un disagio interiore manifesto e di una depressione conclamata e non artificiosa come molte band “simulano”. Quando senti brani come SnakerunnDirty South o altro dal disco è proprio il malessere a saltar fuori come un sorriso a 4 denti. 
Forse merito è della voce da alcolizzato cronico di T-Roy che rende le canzoni zozze, o semplicemente perché i riff di chitarra spaccano sia quando si fiondano ad ampie mani sul doom di matrice sabbathiana, sia quando accelerano o accennano addirittura a delle melodie sotto la montagna di riff. La sezione ritmica è alquanto banale, ma in fin dei conti è solo la base su cui il duo Liz / T-Roy può fare quello che vuole. 
Si fossero risparmiati un po’, invece di fiondarsi su tutta la chimica possibile, avrebbero avuto una vita musicale ben diversa e, in termini di riconoscimento pubblico, invece di essere una realtà “da maniaci“, sarebbero al livello degli EHG. 
Vent’anni di vita di Sourvein ne mostrano solo alcune rughe, ma in fin dei conti è il suono della disfatta e del disfacimento morale. Qualche cedimento non può che far bene e, forse, l’essere così crudo e con delle chitarre che friggono come un cazzo di burger sulla piastra, è il lato positivo che cerco ancora oggi in un disco che mi racconta di depressione, violenza, alcolismo e tutto il brutto che c’è nella realtà quotidiana. 
[Zeus]

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