UADA – Djinn (2020)

Ormai gli UADA si sono ritagliati il loro posto nel panorama metal moderno, su questo c’è poco da discutere. Che sia per meriti riflessi (il primo disco era talmente paraculo nei confronti degli Mgla da risultare quasi impossibile da sostenere) o propri, gli americani hanno incominciato a far proseliti. Cosa che è diventata evidente, almeno nella mia persona, con Cult of a Dying Sun. Non che questo disco fosse esente da tutte le critiche rivolte alla band, ma il passo in avanti in termini di songwriting è stato talmente evidente che non sono riuscito più riuscito a criticarli in maniera esasperata. 
Cosa per me alquanto strana, visto che in ‘sto periodo le critiche mi escono fuori come niente fosse. 
Per questo motivo ho aspettato il terzo disco, grazie anche all’ottima operazione “spoiler” fatta con il primo singolo (Djinn) che mi aveva  preso bene. Il cambio di rotta c’è stato, modificando leggermente la tendenza ad abbeverarsi in maniera esclusiva e bulimica nella scuola polacca e in quella svedese (dicasi Dissection). Se vogliamo, la musica degli UADA ha preso una via quasi allegrotta, se mi passate il termine visto che non stiamo parlando di cose power metal o da sagra della salsiccia.
Il tasso melodico delle canzoni è diventato talmente preponderante che, pur rimanendo un black metal fatto di chitarre, scream e potenza, salta all’orecchio il riff cristallino e facilmente memorizzabile. Niente di sbagliato in tutto ciò, soprattutto perché lo spalmano su canzoni che arrivano a toccare minutaggi elevati. Anche la verbosità di molti brani, su cui la scure tipica del “contenere il minutaggio” è meno severa rispetto ad altri dischi, non è un reale problema visto che Djinn fa respirare le canzoni e non le concepisce come meri assemblaggi di riff modalità Metallica su Death Magnetic
La tendenza ad unire un songwriting quasi progressivo, altro termine usato alla cazzo di cane ma tanto per capire che gli UADA non si gettano a tavoletta con l’astio tipico dei Marduk, con una propensione melodica e “furbetta” la troviamo proprio nella title-track o in In The Absence of Matter, giusto per far due nomi. Canzoni che hanno una solidità notevole e non sono solo orecchiabili, elemento che comunque ritroviamo in tutto Djinn
La solidità appena accennata, mista a quel briciolo di varietà, distanzia gli americani da altre band black metal osannate come i Gaerea o i Batushka versione povera, risultando più dinamici della colata di piombo dei primi e più concreti e pieni di significato rispetto alla vacuità di Hospodi.
La differenza fra gli UADA e la matrice polacca (ancora presente, in parte, ma ormai più come ispirazione) e le migliaia di band della nuova fitta combriccola del black metal moderno, è che Jake Superchi ha capito che non possono continuare a forzare la mano sul genere e c’era la necessità di inserire qualcosa d’altro nel sound stesso: quindi ecco che molti riff iniziano a puzzare di heavy metal, ci sono gli assoli puliti (The Great Mirage) ed elementi post-punk a spezzare quello che rischiava di diventare un modello di lavoro. Se poi considerate che Djinn si chiude con un’epica di quasi 14 minuti (Between Two Worlds) e riesce a finire in crescendo, allora potete ben capire che alla terza prova in studio gli americani hanno centrato l’obiettivo principale: crescere come band e rivendicare un’autonomia compositiva fondamentale. 
[Zeus]

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