Marilyn Manson – We Are Chaos (2020)

Ho smesso di sentire realmente Marilyn Manson nel lontano 2000, all’epoca di Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death), ma credo di stare esagerando e l’ultimo disco che ho sentito interamente è stato Mechanical Animals. Nei successivi 20 anni di vita e pubblicazioni discografiche, ho dedicato poche attenzioni a Manson; sì e no qualche veloce ascolto in occasione dei singoli, ma mai un disco intero. Non era più qualcosa di interessante per me, forse perché aveva perso anche quell’accezione “malvagia” che lo aveva circondato per anni nella seconda metà degli anni ’90
Ovviamente sempre tenendo conto che qua in Europa le Chiese le bruciavano davvero e lo show non era limitato a strappare una Bibbia, cosa che comunque, nell’immaginario americano, deve essere uno scandalo incredibile. 
Nonostante la perdita di “ruolo”, quello che è innegabile è che ogni uscita di Manson è sempre stata accolta da una spasmodica attesa, anche se in lento declino post-2000, e questo è di certo un punto importante per descrivere l’importanza del Reverendo nel panorama metal moderno. Quando è uscito We Are Chaos volevo riservagli lo stesso trattamento degli ultimi x album che ha fatto uscire, ma visto che son ritornate misure restrittive e lockdown anche qua in Austria, allora mi son preso il tempo per riascoltare il percorso musicale di Manson – giusto per capire come si è arrivati a questo disco del 2020. 
Il percorso del Reverendo Manson è chiaro e quanto troviamo dentro We Are Chaos stupirà chi riprende solo ora in mano Marilyn Manson, ma non chi lo segue da anni. Perché Mr. Warner, nel 2020, non ha alcuna intenzione di stupire, non vuole essere trasgressivo e non gioca neanche sulla volgarità gratuita. Manson, in We Are Chaos, è come un crooner che decide di accarezzare e non colpire e così disegna anche la musica. Molta melodia, molte ballad che ti rimangono anche incollate alla mente (Solve Coagula, We Are Chaos) e anche il genere musicale è molto distante da quella mutante forma di industrial che mi ricordavo dai tempi che furono. Ci sono elementi quasi country/southern, declinati in versione apocalittica come Broken Needle, e poi anche i richiami ormai non proprio nascosti a David Bowie. Quello che piace, però, è la coesione che traspare dalle tracce, non c’è qualcosa che stona e tutto suona organico. 
Se volessi usare un termine che mi vergogno ad associare a Marilyn Manson potrei dire che We Are Chaos è un disco adulto, maturo, dove il singer americano si spinge oltre il suo ruolo “classico” e forse ormai un po’ stantio, per prenderne uno diverso e forse più adeguato al passare del tempo. 
Io non so a che livello di Manson siete rimasti, quello di Mechanical Animals o le versioni successive; ma questo di We Are Chaos è un singer maturo che ha preso una decisione importante su sé stesso e il disco che ne esce contiene uno spettro musicale ampio e capace di descrivere fedelmente questa versione 2.0 del Reverendo. 
A scanso di equivoci, We Are Chaos è effettivamente un buon disco… in fin dei conti di questo si tratta e questo è l’importante. 
[Zeus]

Erano un bel ricordo, Green Day – Warning (2000)

Sfido chiunque della mia età a non aver mai avuto fra le mani un disco come Dookie; nel 1994 girava tipo la peste o il COVID, e così anche il successivo Nimrod del 1997. L’album di mezzo, Insomniac, non me lo ricordavo neanche, giusto per dire. Quel disco, Dookie, conteneva una serie di canzoni coverizzate dalla chiunque ai concerti e Basket Case, When I Come Around erano usate spesso nelle compilation delle feste (ma in realtà appariva spesso anche Good Riddance). Dookie era il disco della gioventù e senza apparire scontato, anche il miglior prodotto uscito dalla penna di Billy Joe, uno che post-Dookie deve essersi visto svuotare la creatività con una velocità incredibile e aumentare il conto in banca. Questo lo dico perché, evitando di parlare dell’album di mezzo che non conosco, già Nimrod era altalenante e non sempre all’altezza della situazione. Però aveva un fattore positivo dalla sua, era decisamente meglio di Warning, un LP che contiene sì e no 3 pezzi decenti (title trackMinority di sicuro, la terza dovete cercarla bene) e poi una serie di brani flatulenti e pedanti, tanto da risultare noiosi senza possibilità di rivalutazione visto che festeggiano vent’anni. La tendenza a contaminare il punk melodico con una serie di altri generi non è nuova, vedasi le mirabili evoluzioni dei Social Distortion incominciate nel 1990, ma è la vacuità del songwriting dei Green Day nel 2000 che fa paura. Billy Joe voleva fare il grande, espandendo il sound originale e provando a giocarsela contro il nuovo trend proveniente dalla Britannia, ma quello che ne uscì era robetta senza sugo e che non ti saresti ricordato neanche a volerlo. In altri termini, con un solo disco i Green Day mettono una bella pietra sopra quella che chiamiamo creatività. 
Non li ho persi di vista neanche dopo questo flop, principalmente perché mi è rimasta la curiosità di vedere come si stava scavando la fossa una delle band che giravano alla grande durante il periodo delle superiori. Che tu lo voglia o no, qualche ricordo è connesso anche alla loro musica.
Erano un bel giocattolo i Green Day, ma si son rotti troppo presto continuando comunque a portare avanti lo show senza il minimo senso del pudore. E lo dico senza rimproveri, sia chiaro. Bisogna pur mangiare e/o pagarsi gli sfizi. 
Dopo Nimrod, e in misura minore questo Warning, i Green Day hanno perso anche i miei ascolti più o meno distratti, ma sono certo che hanno acquistato una serie di fan nelle generazioni successive che, vuoi per l’età o altro, non erano così legate a dei ricordi specifici e da dischi che, pur lontani dal mio genere, erano in qualche modo generazionali e non solo delle compilation di canzonette. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa: Mark Lanegan – Sing Backwards and Weep: A Memoir (2020)

Il periodo del lockdown mi ha dato modo di leggere una quantità incredibile di libri, anche se non tutti riguardanti il rock/metal visto che trovarne di qualità per il Kindle non è proprio facilissimo.
Uno dei libri che ho aspettato per diverso tempo è quello di Mark Lanegan: Sing Backwards and Weep
Ho approcciato il libro con una certa arroganza, lo ammetto, venendone punito senza pietà.
Di Mark Lanegan conosco bene il suo percorso musicale, dagli esordi con i misconosciuti Screaming Trees (band che pochi cagano di striscio) alla sua carriera solista ed il passaggio nei Queens of the Stone Age, e non mi sono nuove neanche le sue travagliate peripezie personali; con queste premesse mi son trovato a pensare che questo libro non era altro che a) una auto-celebrazione, b) un resoconto di cose che sapevo già, ma raccontate in prima persona. 
Errore grossolano, il mio.
Ripeto, sono fan di Mark Lanegan da moltissimi anni, da prima che molti della mia città ne scoprissero le sue capacità canore e finissero per renderlo feticcio del movimento alternativo da bar, ma quello che mi son trovato di fronte leggendo Sings Backwards and Weep mi ha lasciato a bocca aperta.
A partire da una prosa avvincente e senza peli sulla lingua che ti tiene attaccata alle pagine, quello che stupisce in maniera positiva è la capapcità di Mark Lanegan di raccontarsi dall’adolescenza fino alla disintossicazione con un candore e un’onesta a dir poco brutale
Il risultato? Lanegan, nella sua stessa biografia, ne esce malissimo.
Di pagina in pagina, si viene a scoprire che Mark non era nient’altro che una testa calda pronto a far a botte con chiunque fosse nei dintorni, aveva un carattere a dir poco di merda, era un drogato senza speranza ed era capace di indulgere in ogni atteggiamento discutibile. 
In pratica racconta l’essenza del rock’n’roll, e il tutto senza il belletto che ci mettono sopra le biografie autorizzate dove sembra che i musicisti si drogano e poi sono persone belle, pulite e senza problemi. 
No, in Sing Backwards and Weep questo non avviene. La miseria raccontata in questo libro pareggia quella contenuta nei Diari dell’Eroina di Nikki Sixx e, se vogliamo, anche in Life di Keith Richards.
Come Nikki Sixx, Lanegan racconta la sua dipendenza crescente senza nascondere nessun particolare ributtante e l’ironia e il sarcasmo, comunque presenti, sono spesso soffocati da un’aura pesante, che però non mina la leggibilità e “scorrevolezza” del libro.
Non ci sono trilli e/o grandi rivelazioni in nessun momento del libro, se non alla fine, e con il passare delle pagine si scivola sempre più nell’inferno personale dell’ex Screaming Trees, fino ad arrivare al punto più basso in cui Mark Lanegan diventa un barbone, capace di sfruttare le proprie compagne per procurarsi la droga, con una band in rotta (gli Screaming Trees post-Sweet Oblivion non riescono a gestire le aspettative della casa discografica), senza reale interesse per la musica e, infine, a pieno titolo un tossicodipendente terminale. 
Pur essendo un fattore centrale, l’eroina/la tossicodipenza non sono il cardine del libro. Certo, hanno un posto di rilievo visto i trascorsi di Lanegan, ma il singer americano non trascura l’aspetto importante della sua vita: l’essere un musicista e, prima di tutto, un amante della musica. Questi elementi sono ben descritti, anche se la sua condizione fisica e mentale dell’epoca non lo rendono qualcuno con cui è facile lavorare e/o andare in tour (chiedere agli Oasis o ai Ministry). Quindi ecco che buona parte del libro è riservata anche agli aneddoti della scena di Seattle, gli esordi con gli Screaming Trees e i rapporti con i fratelli Conner (Gary Lee Conner viene descritto come patetico e infantile), la sua nascente carriera solista e il rapporto con gli altri musicisti della scena.
Anche questo punto, ovviamente, può far salivare i nostalgici del grunge; ma ricordatevi le premesse che ho fatto: Lanegan, in questo libro, si racconta candidamente e, all’epoca, era una persona di merda. Quindi viene sì menzionata l’amicizia con Kurt Cobain, ma sono più i rimpianti che altro quello che ne esce; parla di Dylan Carson degli Earth, ma mai in termini musicali e infine non può mancare il rapporto di amicizia sincera con il suo compagno di eroina e cocaina: Layne Staley. Tutti questi personaggi ed eventi fanno luce su quello che Seattle e dintorni era alla fine degli anni ’80 e, ovviamente, dopo l’esplosione di Nevermind.
Sing Backwards and Weep è probabilmente uno dei libri più metal che abbia mai letto, senza essere in alcun modo metal. Trattando di tutto con candore e sotto forma di penitenza scritta, Lanegan non cerca in nessun modo di costringerti giustificarlo. Non vuole apparire meglio di quello che è (impressione che ho avuto dopo aver letto il libro di Rex Brown) e non fa altro che raccontarsi e raccontare il tutto senza filtri. 
Dopo la lettura, Lanegan ne esce fuori sì come un personaggio “schifoso”, ma che alla fine riesce a redimersi, trovare una propria sobrietà e un percorso di vita/musicale. 
Se volete una lettura avvincente e siete stufi di leggervi l’ennesima biografia di cartapesta e/o l’ennesima disamina di quanto erano fighi i Metallica con Cliff, allora Sing Backwards and Weep è il libro che fa per voi. 
[Zeus]

Diego Armando Maradona, la mano de Dios.

In queste pagine mi sono spesso avventurato in metafore calcistiche, anche se la mia carriera come calciatore è stata quantomeno inutile e mai oltre il livello del calcetto con gli amici. Il motivo, credo, è che le storie sportive mi piacciono, quando sono ben raccontate hanno dentro un’epica incredibile e molti dei protagonisti ne escono fuori come deus ex machina o eroi, a volte senza macchia e paura, a volte figure tragiche.
Questo perché l’aspetto sportivo era predominante, capace di lasciare il sottoscritto bambino a bocca aperta per certi gesti tecnici (e non sto parlando solo di calcio, ma di sport in generale). Nel caso di Maradona è stato diverso, perché la sua personalità extra-calcistica era talmente grande da rivaleggiare con la padronanza dello strumento: i piedi e il pallone. Maradona era gesto sportivo e ribellione, era la punizione sotto l’incrocio contro la nobiltà del calcio (la Juventus) e i rapporti con la mafia e le droghe. L’ho visto giocare diverse volte alla televisione, così come sono uno di quelli che ha seguito le partite di Italia 90 fremendo e appassionandosi per una squadra, gli Azzurri, che poteva essere grandissima ma si è infranta contro l’Argentina dell’amato/odiato Maradona. Ed ero davanti alla televisione per seguire i Mondiali del 1994, dove due talenti si davano battaglia a distanza. Il primo, Roberto Baggio, era una figura tanto epica quanto tragica di quel torrido Mondiale; il secondo era ovviamente il rientrante Diego Armando Maradona, anche se ormai stava percorrendo la parabola discendente della sua carriera calcistica.
Io, il suo sguardo allucinato nella telecamera, me lo ricordo ancora.
Però Maradona era anche questo gesto di rivincita forsennato, ma non lo si può inquadrare in così poco spazio, perché dubito che ci sia uno sportivo che non si sentirebbe ispirato da un pezzo di storia del calcio come la serpentina contro l’Inghilterra del 1986. 
Diego era il calciatore che si ti dava l’idea di divertirsi con il pallone, di amare il gioco del calcio e, nello stesso tempo, il personaggio pubblico che viveva ancora più veloce in quella Napoli che, per molti anni, l’ha celebrato come un dio in terra e che ha continuato a vivere sotto la sua pesante ombra anche quando Maradona ha abbandonato il Napoli, il San Paolo e il calcio italiano. 
Oggi, a 60 anni, è morto uno dei simboli del calcio mondiale.
Genio e sregolatezza la chiamavano quella forma d’arte che riusciva a combinare l’incredulità sul campo da gioco ad una vita vissuta al limite. Ecco, Diego Armando Maradona era questo. Niente di più, niente di meno. 
Che la terra ti sia lieve. 
[Zeus]

At The Drive In – Relationship of Command (2000)

Con un po’ di colpevole ritardo sulla scaletta di pubblicazione, riesco a riprendere in mano anche gli At The Drive In. Non che ne sia mai stato un vero fan, ma mi sembrava un peccato non riportare l’attenzione su un disco importante come Relationship of Command
Il punk, e la seguente evoluzione nel post-punk e derive simili, non sono mai stati il mio brodo musicale primordiale. Non sono partito dai Sex Pistols e neanche da altre band punk. Forse è per questo che sono il peggior recensore possibile degli At The Drive In e/o il migliore, visto che li guardo sotto una lente meno “partigiana”. 
Al tempo il duo Cedric Bixler – Omar Rodriguez era presente su tantissime testate musicali, e non sto parlando esclusivamente di quelle metal. Anche mensili di musica più alternativa corteggiavano la band, e avrebbero proseguito a tesserne le lodi compositive anche quando formarono i Mars Volta. Mi era praticamente impossibile non incontrare il loro nome, o quello degli At The Drive In, in quello e quell’altro articolo. 
Son quasi certo di averne ascoltato anche qualche estratto di questo Relationship of Command, recuperato con il sudore della fronte tramite metodi a dir poco alternativi e pioneristici. Non mi ricordavo, prima di riprenderlo in mano per questa celebrazione, come suonasse in realtà. Credo di essermi sempre immaginato il suono degli At The Drive In e non averli più tenuti a mente. Alla prova dei fatti, il disco è al contempo estremamente bello e in molte parti altrettanto noioso. Lo so, parlare male di un LP come questo è da fucilazione, ma vi ho detto che non sono un fan di questo post-punk/post-hardcore o alternative. Ormai le categorie sono così liquide che non si capisce bene dove inizia una e finisce l’altra. 
Nel 2000 la band di Bixler è capace di spaziare attraverso una serie di emozioni e suoni mutevoli e mai banali, cosa che sanno anche gli ATDI, ovvio. Il fatto è che i veri grossi picchi di questo album, canzoni che mi ricordo per una linea melodica, un ritornello o l’efficacia totale del brano, subiscono il contraltare di pezzi molto più cervellotici e, a mio personalissimo gusto, noiosi. Non sono un fan della voce di Bixler, quindi mi disturba un po’ il suo modo di approcciarsi alla canzone, ma ci sono diversi momenti in cui il rapporto musica – voce è talmente perfetto, che si condensano in un’unica soluzione e qua, per me, gli At The Drive In sono qualcosa di eccezionale. 
Probabilmente sono questi i momenti in cui si capisce perché la band americana deve avere un posto nell’Olimpo della musica: la capacità di trovare, anche se solo per un breve momento, la completa perfezione è merce rara.
Ormai ascolto ininterrottamente questo Relationship of Command da n-volte e credo che mi farò bastare questi ascolti per molti, ma molti, mesi. Ma voi non fate come me e gettatevi senza riserve su un LP che offre moltissime chiavi di lettura e una profondità musicale che, vi assicuro, non vi stuferà. 
[Zeus]

Riff e attitudine, in ricordo di Malcolm Young. AC/DC – Power Up (2000)

A pensare che gli AC/DC hanno una carriera discografica più vecchia del sottoscritto e sono ancora capaci di tirar fuori un Power Up, mi fa riflettere sulla sfacciata svogliatezza della mia vita.
Lo dico sapendo che tanto non cambierà un cazzo, visto che il sottoscritto non sa suonare una nota una e che, per quanto riguarda la musica, si rimette alle abili mani di chi sa suonarla e prova a parlarci sopra.
Ed è così anche con il diciottesimo disco di Young & Co. Esce il nuovo LP degli AC/DC e non ne parli? Anche se, con buona probabilità, è l’equivalente di incontrare un vecchio amico che conosci da una vita e che, per quanto si sia evoluto nel tempo, sarà esattamente come te lo ricordavi. 
Power Up riesce nell’intento di rimettere un po’ di pepe in quella formula compositiva che è la ricetta base su cui si fondano il 92% delle canzoni degli AC/DC. Il fatto è che la band australiana, a partire dal 2000 con Stiff Upper Lip, ha incominciato due processi concomitanti: il primo è rallentare la frequenza delle uscite discografiche (cosa che però possiamo far risalire al 1990 con The Razors Edge) e il secondo è quello di diventare la band del popolo, quello che ascolta gli AC/DC alla domenica e che vede i concerti degli australiani come l’happening da 130 Euro ma che non sa cosa significa vivere la musica, solo essere presenti. 
Discorso del cazzo, lo so, perché i concerti vanno avanti anche così… ma cristo, un po’ di risentimento mi piace buttarcelo dentro a sta recensione.
Sul primo punto non posso che comprendere lo sfinimento di un gruppo che aveva iniziato a calcare i palchi negli anni 70 e quindi la volontà di non far uscire troiate a valanga; sul secondo appunto, invece, non è colpa loro. Che ci possono fare, se la gente li tratta alla stregua di un passatempo innocuo?
Però questo fattore è supportato da una produzione discografica che, dal 2000 in poi, ha dato dei segni di cedimento sotto il profilo del colpo killer e hanno incominciato ad uscire dischi sempre più “di maniera” (buone maniere, ma comunque tali). Sia Black Ice che Rock or Bust avevano dentro alcuni buoni brani, ma non erano due grandi dischi. Forse forse il primo meglio del secondo, ma credo che il giudizio su Rock or Bust sia offuscato dal fatto che è il primo senza l’apporto concreto di Malcom Young al songwritingE, credo, il disco ne risente in qualche modo. 
Cosa che, invece, Power Up non sembra soffrire. Probabilmente Angus ha avuto il tempo di metabolizzare la perdita del fratello nel 2017 e mischiando vecchi riff di Malcom e materiale nuovo, è riuscito nell’intento insperato di produrre un disco vivo, eccitante e vibrante come non sentivo da molti anni. Sono 40 minuti di puro hard rock, che forse forse cede il passo in qualche sparuto passaggio tirato su di maniera, ma di fondo è dritto e cazzuto dall’inizio alla fine. Ci sono i riff che conosciamo, i soli, i cori e le linee vocali di Brian Johnson sono semplicemente ispirate e vi ritroverete a canticchiarle senza neanche accorgervi. 
E vi posso assicurare che i due singoli, Realize Shot in the Dark, descrivono bene Power Up, ma non hanno metà del tiro feroce che si porta dietro una Witch’s Spell o Rejection, la classica canzone AC/DC che ti fa fare headbanging e air guitar. Fanculo, sarà almeno la ventesima volta che mi ascolto questo disco e continuo a trovarlo bello. Vorrà dire qualcosa, no? 
Voi non fate gli stronzi e ascoltatevi Power Up, perché questi giovanotti stanno arrivando ai 70 anni e quando smetteranno di farvi piovere sulla capoccia tonnellate di riff e attitudine rock, chi cazzo prenderà il loro posto? Gli Airbourne direte voi. Ok, fatemeli durate per 20 anni senza esplodere e riciclare i riff degli AC/DC e poi incominciamo a parlare seriamente con che buco d’autorità musicale ci andremo a confrontare. 
[Zeus]

Anaal Nathrakh – Endarkenment (2020)

In questo 2020, dove tutto sembra andare a puttane più di quanto sarebbe anche solo lecito immaginare, gli Anaal Nathrakh se ne escono con Endarkenment e subito sento una scossa, un tremito, nella forza. Che sia il momento buono per raddrizzare la barra di quest’anno di merda? In fin dei conti lo diceva anche De André, dai letame nascono i fiori, e se questo 2020 non è catalogabile come montagna di letame, non so che altro dire. 
Quindi, con un po’ di ritardo rispetto al normale (ma dovevo sbrigare un po’ di cazzi e mazzi chiamati sopravvivenza quotidiana), butto su Spotify il disco e tutto mi sembra più chiaro, meno ossessivo. Sarà che sono suscettibile a causa della permanenza forzata in quattro mura casalinghe, non tanto per il lockdown ma piuttosto perché la gente ha incominciato ad impazzire di brutto, ma Endarkenment suona al contempo brutale e accessibile più di molti altri dischi del duo inglese. 
Ormai anche Mick Kenney ha trovato la formula per la creazione del brano Anaal Nathrakh e non credo di insultare qualcuno dicendo che da un po’ di dischi a questa parte c’è una sorta di costanza compositiva e/o di intelligente mestiere (e se anche, oh, leggetevi altre webzine di musica… ce ne sono a bizzeffe e molto migliori di questa). Detto questo, ci sono anche le variazioni sul tema e quindi ecco che le voci rincorrono momenti quasi heavy metal/epici e non disdegnano di calibrare ritornelli furbescamente quasi pop nel loro essere deviati e brutali. 
Come ha detto il buon Skan, vi ritroverete a canticchiare A Thousand Cocks mentre state impastando la pizza, cagando o facendo la spesa. Non è cosa da poco, visto che era più semplice far uscire una mezza cazzata piuttosto che inserire il ritornello in clean in un contesto extreme, facendolo suonare comunque organico. Non nuovo, visto che sono anni che le clean vocals fanno capolino nelle canzoni degli Anaal Nathrakh, ma di certo memorabile. Non mi aspetto molto di più di quello che trovo in Endarkment, perché dal duo Kinney – VITRIOL non voglio nient’altro che una compilation di disgusto, odio, violenza e quel tocco di british humour/humour nero che solo loro riescono a trasportare in musica. Non lo voglio e, ragionandoci sopra con maggiore freddezza, è probabile che non vogliano neanche loro proporre delle reali novità, dato che sono anni che il modus operandi è quello e, in termini di “prevedibilità”, ci sono diversi momenti in cui sai già cosa aspettarti dalla canzone. 
Dall’altro lato, però, alla fine del disco ti regalano una piccola perla come Requiem e già capisci che tutto il songwriting per lo più identico è intenzionale, un trademark avviato, e quando vogliono stupire, gli Anaal Nathrakh, lo fanno e senza farsi troppi problemi. 
Endarkenment cresce lentamente, facendosi strada nelle maniere più disparate: a volte ti piglia bene per le parti in clean (che contrastano con le variazioni di growl di VITRIOL), ti fa sorridere per l’oscenità dei testi (questo è extreme metal, signori e signore, se non avete lo stomaco sentitevi altro) e spesso ti fa sentire a casa per quel mix brutale di black metal e grind/industrial.
In generale, Endarkenment è un toccasana per questo 2020 di merda, 
[Zeus]

Figli di Satana o di un dio minore. Thokkian Vortex – Thy Throne Is Mine (2020)

Grazie all’attiva Non Serviam Records ci arriva tra le mani il secondo album dei Thokkian Vortex.
La band creata da Lord Kaiaphas, noto ai più per la sua appartenenza ai norvegesi Ancient, a cui si aggiungono membri provenienti da varie scene, compresa quella mediorientale, attinge a piene mani dalle origini della scena black ma non si limita a voler riportare in auge il “true” sound. Consci che probabilmente non è rimasto molto da inventare all’interno di questo genere, cercano di prendere più elementi possibili e di metterli insieme per creare un album dove, cito testualmente le parole del leader “le canzoni non suonino tutte allo stesso modo”.
Il risultato, niente di clamoroso in realtà, è piuttosto sorprendente. 
Dal black della tradizione figlio dei Mayhem si passa per quello dei Satyricon fino a degli accenni di black n’roll; ci sono echi di Limbonic Art nell’uso delle tastiere in alcune tracce, ci sono elementi atmosferici ed epici che fanno pensare agli Emperor. Ma ci sono anche rimandi ai Mercyful Fate, soli di chitarra dal gusto classicamente metal, effetti, parti recitate, clean vocals. Insomma un bel calderone, però quello che mi sorprende è che ho ascoltato il tutto molto volentieri, senza annoiarmi ed ho trovato nello scream di Lord Kaiaphas l’elemento che tiene insieme il tutto, perché un minimo di continuità è necessario per dare coerenza ad un lavoro, altrimenti risulterebbe un’accozzaglia di canzoni messe insieme a caso.
Oltre a tutto ciò, la band inserisce come penultimo brano la cover di un pezzo folk del 1970: Come To The Sabbat dei Black Widow, con tanto di flauti. Se non è coraggio questo…
I Thokkian Vortex giocano la carta della varietà compositiva rischiando non poco, muovendosi spesso sul filo del rasoio, ma il rischio a volte ripaga: i pezzi sono tutti validi, le intenzioni saltano subito all’orecchio. Probabilmente in molti non le condivideranno ma personalmente, sarà anche colpa del periodo che stiamo passando che mi fa sgorgare insofferenza a mille, sono contento di non aver ascoltato la “solita solfa”. Degno di nota anche l’artwork ad opera di Moonroot.
[Lenny Verga]

Burn My Fucking Coffin. Marduk – Infernal Eternal (2000)

Non molto tempo fa  stavo parlando con l’altra metà del MayheM-Duo, lamentandomi di quanto è porco ‘sto mondo e del fatto che mi sono spostato in una città dove finalmente ci sono concerti per trovarmi in uno stato di alienazione totale causato dalla pandemia. Quindi niente concerti per tutto il 2020, almeno e vedendola positivamente, e tanti saluti alla mia personale SPA
Sta vita proprio non vuole saperne di regalare delle soddisfazioni a buon prezzo. Cosa faccio quando non posso permettermi di andare ai concerti? Le opzioni sono due: a) tento la via dello streaming, cosa che mi produce una sorta di mini-tristezza esistenziale, perché vedersi il concerto seduto comodamente sul divano, con il mezzo abbiocco che scende sull’occhio vitreo mi fa strano; b) carico l’impianto al tritolo e butto su un disco live. Giusto per sentirne il feeling, anche se nel mentre non sto scapocciando insieme ad altre centinaia/migliaia di metalheads, ma probabilmente sto tritando qualcosa o sto soffriggendo la cipolla. 
Però se li sentite con lo spirito giusto, i dischi live hanno quella carica pazzesca che, in tempi stronzi come questi, riescono a riportare lo “stress-odio per l’umanità” ad un livello socialmente accettabile. 
Discutendo sempre della malvagità di questa vita, ho espresso un desiderio semplice e realizzabile: per celebrare il primo concerto dal vivo dopo questo periodo di confinamento, vorrei vedermi i Marduk. Mi manca quella sensazione di pugni nei denti, bestemmie e tutto il circo che tirano fuori gli svedesi.
I Marduk ti rilassano, perché bestemmiano Dio, la Madonna e tutto il Paradiso con una costanza e una violenza liberatoria. Trattano di guerra e ti portano in trincea
Ecco perché scegliersi un live dei Marduk è operazione relax: ci pensano loro a tirar badilate e odiare il mondo, mentre te devi scendere le scale sorridendo a tutti e cercando di non tirare porchi e madonne perché i vicini lasciano tutta una merda e sporcizia sul giro scale. 
Infernal Eternal è bestemmia e velocità. Probabilmente quel canto del cigno prima di capire che il gioco Morgan – Legion si è irrimediabilmente rotto, portando a due dischi su cui c’è molto da discutere e riflettere, ma che di sicuro hanno che non sono della qualità che ci si aspetta dai Marduk. 
Ma Infernal Eternal è il disco live che li presenta in perfetta forma: Legion bercia come un ossesso, Morgan non si scosta di un millimetro da quanto proposto su LP (e grazie a Satana che non lo fa) e la sezione ritmica è incazzata nera, ma non si arriva nella confusione molesta. 
Ho bisogno di ritornare a vedere un concerto, amici miei. Dischi come questo sono palliativi per una condizione che sembra perdurare da troppo tempo e, vi giuro, bisogna mantenere salda la forza e l’attitudine metallica per non cadere nella disperazione e nel dubbio
Non credo che servano altre parole altro che: riascoltatevi Infernal Eternal e cercate di reggere ancora. Il 2020 è quasi finito e non è detto che il 2021 sia meglio, quindi cerchiamo di venirne fuori con alcuni fattori positivi. 
Le badilate tirate dai Marduk, per esempio, sono uno di questi. 
[Zeus]

Vicious Rumors – Celebration Decay (2020)

I Vicious Rumors continuano il loro cammino a testa bassa, non curanti di mode, tendenze e nemmeno del fatto che tanti abbiano skippato negli anni bellamente la loro presenza in maniera ingiusta e frettolosa, magari rincorrendo nomi che sono bolliti da quasi trenta anni come Metallica, Anthrax e volendo anche Megadeth. La colpa dei Vicious Rumors a mio avviso è sempre stato un loro tratto distintivo e personale: sin dagli inizi hanno proposto un sound troppo morbido per il nascente thrash metal e forse troppo duro per gli amanti del metal classico.
In tutto questo, però, non si capisce come il gruppo sia ancora relegato a stato di cult band, visto e considerato il fatto che proprio negli ultimi tempi sta continuando a sfornare album di assoluto valore.
A partire ad esempio dal bellissimo e potentissimo Electric Punishment (2013), seguito dall’altrettanto valido Concussion Protocol (2016), ed arrivando ai giorni nostri, con la pubblicazione di questo monolite di acciaio fuso a granito, intitolato Celebration Decay.
La band non sembra voler mollare di un solo centimetro la potenza e le qualità a cui ci ha abituato, e anche stavolta possiamo dire di essere al cospetto di un grande album, prodotto in maniera magnifica e pieno di rasoiate US Power, che faranno la gioia dei non moltissimi, ma fedelissimi fan del genere e di questa band. A tratti la band sembra volersi accostare quasi a certo power-thrash, soprattutto per una scelta del sound, che risulta compatto e tagliente al tempo stesso, ma di base siamo nei territori dell’heavy metal americano. Magari portato ad un livello di aggressività alto, ma sempre di heavy metal parliamo. E’ un piacere ascoltare comunque un album che non ha cedimenti, soprattutto nella sua prima parte, ed è sempre un piacere ascoltare un chitarrista capace come Geoff Thorpe, autentico mago del riff, sempre al posto giusto, e anche ottimo solista. Non rimane che consigliarvi caldamente questo album; i fan del metal, dello speed, del power e volendo del thrash potrebbero trovarci tante cose interessanti. Credetemi, al giorno d’oggi il metal ha nei Vicious Rumors tra gli esponenti e interpreti migliori, e quindi potrete andare sul sicuro.
[American Beauty]