Cradle of Filth – Midian (2000)

Recupero in extremis di un album che ci tenevo particolarmente a sottoporre all’analisi del ventennio di vita. Ho avuto il mio periodo Cradle Of Filth. Sembra passata una vita. La pubblicazione di Midian mi suscita tanti ricordi, tra cui la possibilità di vedere la band dal vivo per ben due volte (le uniche due, in realtà) e il fatto di averne condiviso l’ascolto con molti amici e compagni di università. So che l’album ha avuto ed ha ancora molti detrattori, ma io lo apprezzai tantissimo allora e ancora oggi mi piace ascoltarlo. Per me rappresenta la conclusione di un ciclo della band iniziato con l’esordio e finito, purtroppo, con questo lavoro. 
Dopodiché i COF caddero in un limbo di crisi di ispirazione e sappiamo benissimo che, ancora oggi, faticano ad uscirne, fatta eccezione per qualche pezzo, ma di album memorabili non ne hanno più fatti. E questo è un grande dispiacere perché, dal mio punto di vista, ogni pubblicazione della band inglese dall’inizio fino a  Midian è memorabile, per chi ovviamente apprezzi il genere.
A vent’anni di distanza mi rendo conto di quanto questo album abbia cercato, ancor più del precedente Cruelty and the Beast di allargare la fascia di pubblico. I brani sono più immediati e orecchiabili rispetto al passato, fanno presa immediata e ovviamente mancano un po’ di quel velo d’oscurità che ammantava i primi lavori, ma compensano con bordate di violenza sonora e con l’atmosfera che ogni pezzo riesce a creare.
Probabilmente Midian non è migliore di nessuno dei suoi predecessori, ma rappresenta la ciliegina sulla torta del periodo di massimo splendore artistico di Dani Filth e soci, durato quattro album ed un EP,
V Empire, con l’unico neo di From the Cradle to Enslaved e i danni collaterali che ne sono seguiti.
[Lenny Verga]

Marilyn Manson – Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death) [2000]

Marilyn Manson.
Quanti inchiostro è stato versato su questo nome negli anni tra i novanta e i primi duemila, spesso inutilmente e a cazzo di cane, per andare poi sempre a parare su argomenti che poco o niente avevano a che fare con i meriti (o i demeriti) artistici del singer americano. Se ne sentiva parlare a sproposito praticamente ovunque tanto che mi capitò di sentirmi chiedere, da parte di parenti preoccupati, di non comprare i dischi di “quello là” perché era “satanista”, ecc. Ed io rispondevo che certamente non li avrei comprati, e intanto pensavo alla mia collezione di CD true norwegian black metal e mi veniva da ridere.
I CD di Manson poi non li compravo davvero perché, sinceramente, non è che quel poco che avevo potuto sentire mi aveva particolarmente entusiasmato. Il primo guizzo di interesse che riuscì a suscitarmi arrivò con il terzo album, Mechanical Animals, dove mi ritrovai ad apprezzarne in primis la voce e poi anche un paio di brani.
L’interesse a livello musicale poi svanì di nuovo e ritornò a sprazzi nel tempo perché comunque una certa simpatia per Mr. Warner si era fatta largo in me ed ogni tanto qualche pezzo lo ascoltavo più che volentieri. 
Holy Wood (In the Shadow of the Valley of Death) che uscì vent’anni fa, quarto album in studio, non mi prese particolarmente e riascoltato oggi ne capisco anche il perché. Ritornato su sonorità generalmente più dure rispetto al precedente lavoro, Holy Wood soffre di prolissità data da ben diciannove brani che hanno la tendenza ad assomigliarsi tra loro un po’ troppo spesso, scorrendo uno dopo l’altro senza particolari picchi. Certo ci sono delle eccezioni, almeno per quanto mi riguarda, in quelle canzoni più introspettive e melodiche che secondo me tiravano fuori il meglio dell’artista.
Non è un brutto album, ma oggi preferisco ancora ascoltarmi quelle tracce che mi piacciono di più, invece che spararmele tutte e diciannove di fila.
[Lenny Verga]

Eleine – Dancing in Hell (2020)

Terzo album per questa band svedese che propone un symphonic metal che si accoda al filone dettato da band come Epica o Nightwish, ma che a mio avviso riesce a proporre qualcosa di interessante e che al limite prende spunto da altre band, senza però copiare nessuno. Inutile girarci attorno, la forza di questa band sta nella bellissima voce della altrettanto bellissima e sensuale cantante Madeleine “Eleine” Liljestam, che offre una prestazione cristallina e sempre ispirata, capace di far innalzare i brani di questo album di parecchi punti.
Interessante è comunque tutto il comparto strumentale: la sezione ritmica è dura, precisa e robusta, e le chitarre hanno un sound massiccio. Il tutto assume connotati sia epici, sia malinconici, inseriti in pezzi che hanno sempre qualcosa da offrire, sia quando sono più diretti e melodici (Enemies), sia quando addirittura flirtano con il metal estremo (Dancing In Hell). Quando la band diventa più cattiva si sfiorano certe atmosfere alla Behemoth, ma è bene precisare che qui parliamo della versione soft e delicata di quella band, non vi è l’intransigenza sonora di generi quali il death o il black.
Ottime sono anche le orchestrazioni, che danno quel tocco barocco e magniloquente che non stona affatto con la musica che ci viene proposta, ma anzi ne amplifica le qualità. E’ utile avere anche una voce maschile in growl come quella di Rikard Ekberg, in modo tale che nei momenti più intensi l’alternanza di voce femminile pulita e voce maschile da orco raggiunga un climax ideale per i vari momenti dell’album e il variare tra di essi. In definitiva, questo Dancing In Hell è un disco davvero ben realizzato, che potrà piacere non solo agli amanti del metal più melodico, ma anche ad altre fasce di metal fan. Un album epico, potente e malinconico che vale assolutamente almeno un ascolto per essere scoperto. Chissà, magari scatta poi la sintonia da parte di molti. Non ne rimarrei sorpreso.
[American Beauty]

Rhapsody – Dawn of Victory (2000)

Rhapsody, Rhapsody Of Fire, Luca Turilli’s Rhapsody, Turilli/Lione Rhapsody. Se sapete di cosa sto parlando, bene… altrimenti è un gran casino. Nel corso di una carriera che si aggira intorno ai venticinque anni, varie vicissitudini hanno portato una delle nostre band più famose a cambi di nome per questione di copyright e a split tra i membri storici. Sinceramente è da un po’ che non seguo più i vari progetti targati Rhapsody, ma una cosa è certa: vent’anni fa la band era in gran forma e produceva ottima musica. 
Riconosciuti praticamente ovunque, grazie soprattutto al successo del secondo album (che portò molti a riscoprire l’ottimo disco d’esordio), apprezzati in ogni paese dove i loro album riuscivano ad arrivare… tranne in Italia, ovviamente. 
Che le sonorità power/symphonic piacciano o meno, a vent’anni di distanza “Dawn of Victory”, terzo album dei Rhapsody, rimane un lavoro esemplare all’interno di questo genere molto bistrattato (spesso a ragione), grazie ad un songwriting ispirato che in molti cercheranno di imitare senza riuscirci, magari ottenendo anche più successo solo perché non italiani.
Capisco che l’attuale situazione tra le band nate da questo nucleo possa aver portato diversi ascoltatori a perdere interesse ed entusiasmo, ma i dischi non sono come i video di YouTube o i post sui social, che passano nel dimenticatoio dopo il primo sguardo, il passato va recuperato e ricordato quando merita per le sue qualità. Un lavoro da riscoprire, rivalutare, riascoltare perché la grandezza del metal italiano è passata anche da qui.
[Lenny Verga]

Yuggothian Spell. Sulphur Aeon – Unassprechliche Kulte (Live at Culthe Fest 2019)

Ormai a parlare di concerti ti sale la malinconia, una cosa che provavo unicamente quando ricordavo quelle due settimane di ferie estive, unico momento in cui mi potevo permettere di lasciare sguarnito il mio (fu) posto di lavoro. Ricordare la pausa, il grazie, saluti e fuori dal cazzo nelle fredde giornate autunnali ti tirava giù di morale; ma così lo faceva anche in primavera. 
Questo 2020 ci ha regalato una sorta di fastidiosissima “vacanza prolungata”, in cui la vita normale ha subito uno stop con le quattro frecce belle spianate e non si decide di muoversi da quel vicolo cieco in cui è finita. Con tutte le attività quotidiane si sono fermati anche i concerti e tutto quello che circonda la musica dal vivo. Non la musica in sé, visto che le etichette, pur tremando di fronte all’eventuale flop di vendite, stanno facendo uscire diversi LP: alcuni sono stati anche recensiti su questo sito, altri dovrò passarli in rassegna – devo ancora ascoltarmi bene il nuovo di Bruce Springsteen, per esempio (cosa che poi ho fatto, ndR). 
La Ván Records tiene in caldo il pubblico dei Sulphur Aeon pubblicando un live intitolato Unassprechliche Kulte (Live at Culthe Fest 2019) e già si festeggia, pur nell’amarezza di quello che ci circonda. Perché, porco il mondo che mi balla sotto i piedi, io i Sulphur Aeon dovevo andarmeli a vedere in Aprile al Dark Easter Metal Fest e, come potete immaginare, il festival è saltato perché a partire da febbraio/marzo il mondo si è incasinato e fermato. 
Praticamente avevo comprato il biglietto per loro. No, non solo per loro, ma diciamo che nella schiera di band che avrebbero dovuto suonare, i Sulphur Aeon erano una delle band che non avevo mai visto dal vivo. Quindi capite la carogna che mi è salita. 
Questo disco riesce a trasmetterti un po’ dell’idea che mi son fatto dei Sulphur Aeon dal vivo. Fortunatamente non ci hanno messo le mani in maniera pesantissima, quindi i suoni sono belli “croccanti”, ricchi di quella sporcizia che si accumula quando le canzoni vengono riproposte sui palchi e c’è anche una bella dose di attitudine in quest’ora di musica. 
Il suono dei tedeschi di Cthulhu non è semplicissimo da riproporre live, vista la quantità di stratificazioni e vocals che ci mettono in studio., ma Unaussprechliche Kulte non sfigura. M. riesce a destreggiarsi bene in ogni situazione – growl o clean -, perde inevitabilmente un po’ di ritualismo visto che in studio ci sono molti più effetti ad aiutare la voce, ma il risultato finale, e lo dico senza la benché minima ombra di partigianeria, è di tutto rispetto. Questo è un LP che ti fa capire l’onestà di questa band, perché non tutti riescono a trasferire sul palco la mole di lavoro che mettono in studio e, quando si tratta di riproporre il materiale sulle assi del palco, ci si trova davanti a musicisti impreparati o cantanti svociati/stonati. 
Ci sono alcuni errori, inevitabili se la registrazione è realmente dal vivo e non rifatta in studio come il famigerato, ma bellissimo, Live Evil dei Black Sabbath. 
Visto che non possiamo andare ai festival e la nuova moda, inevitabile, è quella del live in streaming video, un LP con delle musica dal vivo è il metadone per noi drogati di musica. Sono queste uscite che mi tengono ancora di umore accettabile, ve lo giuro; senza qualcosa come Unaussprechliche Kulte, il mondo sarebbe un posto molto peggiore e infame. 
[Zeus]

Il Nome della Fossa. Raising Hell: Backstage Tales from the Lives of Metal Legends (2020)

Ho comprato Raising Hell di Jon Wiederhorn sulla scia della buona impressione che mi aveva fatto, dello stesso autore, Louder Than Hell. Quel libro era leggibile pur essendo grosso una cifra e che, in un primo momento, mi ha fatto rannicchiare per terra in presa a stress post-traumatico dovuto ai ricordi delle mattonate che doveva studiare all’Università. Superato lo scoglio dell’approccio e delle pagine infinite, Louder Than Hell era una narrativa fatta di mille ricordi, una raccolta di storie orali sulla nascita del genere che noi amiamo: l’heavy metal in ogni sua forma. 
Avendo nel frattempo abbandonato il formato cartaceo ed essendomi convertito al Kindle, l’imponente numero di pagine di Raising Hell non mi ha traumatizzato. Cosa di per sé positiva, visto che segna una cosa come 500 e passa pagine. 
E fin qua tutto ok, tanto c’era il lockdown e quindi non mi interessa troppo buttarmi nella lettura. Anche in questo caso, il libro è diviso in capitoli (ognuno dedicato ad uno specifico tema: sbronze, incidenti di percorso, sesso, satanismo etc etc) con brevissima introduzione e poi via alla solita raccolta di ricordi ed aneddoti dei protagonisti del metal internazionale.
La suddivisione fatta da Mr. Wiederhorn è intelligente: radunare le varie tematiche in un solo capitolo ti permette di seguire il senso del discorso, senza saltare di palo in frasca e finire per non capire chi cazzo ha detto cosa. Anche perché gli stessi protagonisti intervengono più volte nel corso del libro e, spesso, anche nel corso dello stesso tema. 
Questi sono tutti i lati positivi che mi son saltati all’occhio, il resto è stato una via crucis incredibile. Non passano poi molte pagine prima che incominci a sbadigliare e chiederti fra quanto finisce il capitolo o, se sei messo male, il libro.
Va dato atto che il lavoro di raccolta e intervista di Jon è enorme e gli aneddoti funzionano, ma dopo il 30° racconto di sbronze micidiali ti rompi anche il cazzo, visto che non è certo dare un’occhiata al “backstage” dello stile di vita sex, drugs & rock’n’roll… ma è unicamente una sequela di racconti che potresti tranquillamente sentire dai tuoi compari di sbronze, solo con meno clamore e, ovviamente, con personaggi meno famosi. Ma, in fin dei conti, chi cazzo se ne frega. Non mi interessa granché risentire per la centesima volta il racconto una sbronza da un amico, figurati te se devo sorbirmi pagine su pagine di questo o quell’aneddoto. 
E no, non è solo il tema alcol ad essere pesante, dopo brevissimo perdi interesse in tutti i temi trattati e non ne vuoi sapere di leggere oltre. 
Vi giuro, ci ho tentato a restare sul pezzo e vorrei raccontarvi di più, ma questo Raising Hell è pensato per chi vuole fare il voyeur delle rockstar e non aggiunge niente a quanto questi hanno fatto come songwriter o musicisti. In poche parole, annoia e basta.
Almeno in Louder Than Hell si respiravano un po’ di ricordi e di aneddoti che hanno portato alla nascita dell’heavy anni ’70, della NWOBHM e poi tutti i generi che son seguiti. A volte era forse un po’ pesante, ma senza dubbio 100 volte molto più interessante di questo nuovo libro di Jon Wiederhorn. 
Peccato, a mio parere l’autore ha cercato di replicare il buon lavoro fatto con il primo libro, ma puntando su qualcosa di molto noioso e, alla lunga, senza senso. 
[Zeus]

Il bello e il brutto, Mark Knopfler e gli U2 (2000)

Ci sono moltissime persone che reputano gli U2 una grandissima band e li rispetto. Io non riesco proprio a capirli e, se va bene, ci sono tre canzoni che ascolto prima di spaccarmi le balle in maniera irreparabile. 
Dato che sono uno di quegli sfigati che all’epoca non prendeva MTV, ero nell’unica zona dell’Alto Adige che non prendeva quel canale musicale, mi dovevo accontentare del circuito continuo di Music Box. Con lo scattare del 2000, la programmazione televisiva generalista ha incominciato a incaponirsi con un solo brano ripetuto così tante volte da far sembrare quelli Poltrone&Sofà un branco di dilettanti. 
Quel brano era Beautiful Day degli U2 e anticipava il loro ritorno alle sonorità rock dopo il mezzo flop di Pop del 1997. L’album che Bono e soci avrebbero dato in pasto alla popolazione del mondo, ingozzandola come un’anatra in attesa di diventare paté, è All That You Can’t Leave Behind e, come potete immaginare vista la rubrica, è uscito nel 2000. Non me lo ricordavo questo disco, l’avevo rimosso con un processo salvifico della memoria e adesso che me lo risento per dovere di recensione, mi ricordo quanto latte mi è sceso alle palle sentendolo. Sulle riviste dei grandi, quelle che poi influenzano gli acquisti compulsivi, facevano a gara ad esaltare lo stile minimalista di The Edge o la voce di Bono Vox o il ritorno alle sonorità rock. Praticamente si spugnettavano tutti a vicenda, perché di rock, in questo disco, ce n’è poco ed è un condensato di ballatone strappalacrime e di quelle mastodontiche filippiche papali di cui poi Bono è diventato signore e padrone (Peace On Earth). Me lo ricordavo pesante, lo riascolto vent’anni dopo ed è un mapazzone impenetrabile. 
Non mi toglierò mai dalla testa che questa band è sopravvalutata, e anche molto. 
[Zeus]

Comico pensare che a pochi chilometri di distanza, un “vecchietto” con un curriculum che vedeva citata una band dal nome Dire Straits, faceva uscire il suo secondo album solista dal titolo Sailing to Philadelphia. Il vecchietto in questione è Mark Knopfler e anche se ha registrato in USA, la sua origine scozzese lo pone ad un tiro di sputo dalla verde irlanda degli U2. Non potevo lasciare questo CD sullo scaffale, capitemi per favore. Non c’entra niente con il metal, ma è una questione di cuore e basta.
Credo che i Dire Straits siano una fra le prime band che ho ascoltato in vita mia (insieme ad altre porcherie dell’epoca, ma non me le ricordo tutte) e quindi hanno un posto speciale nella mia memoria rock, anche se non li risento da una vita e mezza e, in secondo luogo, i loro dischi su cassetta erano apprezzati da tutta la famiglia e venivano ascoltati senza sosta in ogni viaggio in auto. Non credo di ricordare altra musica oltre ai Dire Straits in macchina dei miei. 
E poi, cristo, Mark Knopfler ha uno di quei suoni di chitarra che riconosci fra mille e nel 2000 esce con un CD introdotto da un pezzo che ti prende quasi subito come What It Is, allora faccio il mio dovere e tiro fuori un bel po’ di soldoni (che non avevo) e compro il disco ai miei. L’ho sentito mille volte questo LP e anche se all’epoca i viaggi in famiglia erano ridotti all’osso, ho molti ricordi che si intersecano con Sailing to Philadelphia. Quello che mi piace è che tutte le canzoni sono più o meno autonome, stilisticamente o altro, ma hanno quell’aura che le accomuna e che mi fa semplicemente stare bene a sentirlo. 
Non un capolavoro, non me lo aspettavo neanche, ma Knopfler è riuscito a farci riascoltare un LP tutti insieme. Poche band o artisti sono riusciti nello stesso intento, a memoria mi vengono in mente solo i  Creedence Clearwater Revival
[Zeus]

Onore al merito, Svartsyn – … His Majesty (2000)

Quando si parla di sottobosco black svedese spesso vengono dimenticati gli Svartsyn, tanto siamo occupati ad elogiare gente come Dissection, Marduk, Dark Funeral o Necrophobic. Ovviamente lo scarto qualitativo fra le quattro band citate rispetto agli Svartsyn è marcato, ma con il gruppo di Nynäshamn (Stoccolma) stiamo parlando comunque di una band black metal a cazzo duro e bestemmia nel cuore. 
A vederlo a vent’anni dalla sua uscita, …His Majesty è ancora cazzuto, cattivo, sporco e intimamente black metal. Perché questo erano/sono gli Svartsyn, una band black metal; non ci sono nani, ballerine, cori e chitarre acustiche in questo LP. Sono 30 minuti di velocità, riff a motosega, Ornias che strilla nel microfono e Draugen che martella il drum kit senza pietà.
Pur essendo un prodotto della scena svedese …His Majesty ha una produzione capace di rendere simultaneamente presente il basso ed essere confusionaria e sporca quasi da tradizione norvegese. Il suono è pieno, ma con un effetto ovattato e freddo che ti prende subito bene. Chi ascolta black conosce quella sensazione di quando ti trovi davanti a quel suono e gli Svartsyn nel 2000 si fiondano su quella cacofonia controllata e intellegibile – per quanto questi termini possano sembrare antitetici. 
Gli Svatsyn si mettono di piglio buono e tirano dritto veloci e cattivi, elemento non nuovissimo visti i risultati discografici dell’anno precedente di gente come i Marduk o i Setherial. …His Majesty presenta tutto quello per cui proviamo gioia e quindi esplosioni di ferocia senza soluzione di continuità anche se a volte rallentano, probabilmente per far prendere fiato a Draugen che, poraccio, lavora senza sosta a tenere ritmi sennò forsennati. 
La violenza cieca ha però il suo lato “negativo” e si riassume come segue: un disco violento sì, ma che perde qualcosa in fatto di memorabilità, visto che mi son trovato spesso a rileggermi la canzone appena sentita o a cercare di non sovrapporre due brani. Il fine, ovviamente, giustifica i mezzi e il risultato che i Svartsyn vogliono ottenere è ben impresso nei solchi di questo disco, cosa che non mi dispiace assolutamente. Per me risentire un LP che fa un vanto di un songwriting bicolore – veloce o velocissimo, non ci sono vie di mezzo o sfumature-, è una cosa piacevole e di merito. 
Troppo spesso vedo esaltati dischi black metal inutili o che cercano a tutti i costi di andare in territori post-qualcosa per trovare un sound “particolare”, ma sono dischi onesti e incazzzati come … His Majesty ad avere un posto speciale per me. Forse non sono i migliori prodotti usciti dalla Svezia del 2000, ma sono fedeli a sé stessi e in 20 anni di decantazione, non hanno perso granché della propria vera pelle. In altri termini, portano con orgoglio il termine black metal sulla pelle. 
Sono giorni che mi sto riascoltando questo LP per cercare di capire come lo reputo adesso, AD 2020 e niente, non mi stufa e non cambia il fatto che è (anche) così che penso debba essere il black metal. 
Appena ci aggiungi troppe stronzate, il black metal perde quell’attitudine da vaffanculo a tutto che è parte del suo DNA. 
[Zeus]

L’elaborazione del lutto secondo i Shores of Null – Beyond the Shores (On Death and Dying) [2020]

Negli ultimi tempi, visti i tempi grami che stiamo passando a causa di sta merda di coronavirus, ho parlato diverse volte con l’altra metà del MayheM-Duo del tema della morte. Sì, lo so, non è necessariamente allegro come argomento e non è nessun campanello d’allarme sul fatto che voglio appendermi. Sono discorsi che ci stanno e che fanno parte della vita – come disse qualcuno di più saggio di me: la vita è l’unico gioco in cui perderai sempre.
Essendo lei una persona preparata in materia e pungolata sull’argomento, mi ha parlato delle varie teorie del lutto, delle cure palliative e mi ha raccontato alcune sue esperienze, background dato dal suo lavoro. La questione potrebbe sembrare completamente menzionata a cazzo di cane, se non fosse che in queste settimane sto ascoltando ossessivamente gli Shores of Null e il loro ultimo disco: Beyond the Shores (On Death and Dying). Il che è interessante, visto che è la colonna sonora perfetta per queste chiacchierate. 
Basato sugli studi di Elisabeth Kübler-Ross e sul suo libro La morte e il morireBeyond the Shores è un viaggio di 38 minuti in una realtà che cerchiamo a tutti i costi di evitare, di dimenticare e che è sgradita, mentre è inevitabilmente una parte, seppur conclusiva, della nostra vita su questo mondo. 
Non sto certo dicendo che è bello morire, ma è di certo uno degli elementi da mettere in conto una volta che si è nati. E se vi piacciono le citazioni musicali a tema, rileggetevi un estratto di The Clairvoyant degli Iron Maiden (There’s a time to live, but isn’t it strange / That as soon as you’re born you’re dying). 
Per arrivare a Beyond the Shores, la band romana parte da distante, da Quiescence del 2014.
Quiescensce è un disco maturo, pur essendo un esordio, e si rifà principalmente a due generi musicali: il doom metal e il death metal melodico di marca Amorphis – nome che continua ad uscirmi dalla bocca per descrivere quanto prodotto nell’esordio dei Shores of Null. In un continuo processo di cesellatura, su Black Drapes for Tomorrow del 2017, la band romana elimina quasi completamente i riferimenti puramente death metal melodici, scivolando verso un’elaborazione personale del doom/doom death metal che vede in Paradise Lost, My Dying Bride Woods of Ypres i nomi che più mi rimbalzano nel cervello. Forse meno coeso dell’esordio, Black Drapes for Tomorrow è comunque il passo necessario per arrivare a produrre Beyond the Shores.
Senza aver preso confidenza assoluta con il verbo del doom metal, questo LP non sarebbe stato possibile. Senza la certezza di saper elaborare emozioni profonde, catartiche e difficili da gestire senza scadere nella banalità assoluta, Beyond the Shores non sarebbe il gran disco che è. I riferimenti musicali del nuovo disco sono similari al precedente, forse addizionando quella malinconia tipicamente nordica di stampo Swallow the Sun (il singer è ospite sul disco) e inserendo una manciata di riff sabbathiani quando accelerano. E non è fare uno sgarbo a Davide Straccione & Co. avvicinare Beyond the Shores a gente come My Dying Bride o Paradise Lost, anzi è un segnale di rispetto: li sto accomunando e valutandoli alla pari, cosa che per molte band è un sogno impossibile da realizzare. La band romana, invece, riesce in questo piccolo miracolo. E dove l’ultimo di Stainthorpe è profondo ma non sempre riesco a sentirlo dall’inizio alla fine e i Paradise Lost stanno rielaborando il proprio sound passato per poter proseguire nel futuro, gli Shores of Null toccano il minuto 38 di quest’unica traccia senza cedere un solo minuto alla stanchezza o alla noia. 
Mi sembra di far un torto a parlare degli ospiti, della prova vocale eccezionale di Davide Straccione o a citare l’importanza di violino e pianoforte nell’economia di un sound complesso, stratificato ed emozionale, visto che sono elementi talmente evidenti che citarli è sottovalutare la vostra intelligenza.
Se questo Beyond of Shores non è uno dei migliori dischi usciti da questo 2020, poco ci manca. Un Lp a cui non riesco a muovere una sola critica, neanche per aver ridotto le parti più vibranti in poche, esclusive, sezioni.
Da questo disco non volevo un qualcosa che mi portasse ad un headbanging, sarebbe stato improprio e fuori luogo. Beyond the Shores (On Death and Dying) è la colonna sonora di un processo complesso quale è l’elaborazione delle fasi del lutto, un processo che ti fa scavare l’animo in profondità fino a raggiungere la tragica accettazione della nostra mortalità. 
Stupendo è dir poco e non sto esagerando. 
[Zeus]


Lo sapevo. Ne ero sicuro. E l’ho sempre detto a quelle poche persone con cui vale ancora la pena di parlare di musica, quelle persone che hanno l’apertura mentale di capire che non si può vivere sempre e solo delle glorie del passato. Gli Shores of Null, italiani e dovremmo esserne fieri e grati, erano una band da tenere d’occhio. Dico “erano” perché ormai hanno più che dimostrato il proprio valore, non sono più una promessa, ma una certezza. 

Già l’esordio, Quiescence del 2014, mi aveva entusiasmato. Il seguente Black Drapes for Tomorrow del 2017 fece altrettanto e nel frattempo avevo anche visto la band crescere dal vivo con performance eccezionali, sentite, vissute, capaci di trasmettere quel groviglio di emozioni che sentivo ad ogni ascolto dei loro album.

Adesso, nel 2020, è arrivato il momento della terza pubblicazione. La consuetudine, il luogo comune (cose che mi stanno altamente sul cazzo) vogliono che sia quella della verità, della dimostrazione del proprio valore. Se proprio devono, gli Shores of Null dimostrano che soddisfare queste aspettative per loro è uno scherzo, stracciando le convenzioni e andando ben oltre, strabordando oltre ogni confine che ci si poteva immaginare.

La band fin dagli esordi mette insieme sonorità che, maturando negli anni come ascoltatore, diventando più selettivo e non sentendomi più legato esclusivamente al solo devasto, ho imparato ad amare e a preferire a molte altre: ci sono il doom, il gothic, il black o comunque l’elemento estremo, c’è la ricerca di una melodia struggente, decadente, romantica, dolorosa, ma non scontata, che ti prende allo stomaco e non solo al cuore.
Beyond the Shores (On Death and Dying) non solo è tutto questo, ma è anche di più: è un’esperienza musicale unica, da vivere nella sua interezza, da interiorizzare e fare propria. Ascoltate questo lavoro a mente e cuore aperti, senza pregiudizi e sentirete i brividi, la pelle d’oca, le emozioni alternarsi, l’anima agitarsi nel corpo. Per me il miglior album ascoltato quest’anno, senza dubbi
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[Lenny Verga]