Banali e ripetitivi, Throwdown – You Don’t Have to Be Blood to Be Family (2001)

La standardizzazione del sound metalcore incomincia a farsi vedere già nei primi mesi del 2001. Che sia declinato nella versione tedesca, quindi con gente come Caliban o Heaven Shall Burn, o in quella americana, il metalcore mostra sì i muscoli e una sempre maggiore popolarità, ma resta confinato in certo sound che procede a grandi passi verso la sclerotizzazione. Risultato? Le band cominceranno a rifare eternamente lo stesso disco. C’erano delle regole non scritte per chi trasmigrava dall’hardcore al metal e, nel 2001, i Throwdown le mettevano in pratica senza equivoci. 
E qua, con questa affermazione, finisce il vero senso positivo della recensione. I Throwdown erano banali e ripetitivi, tanto che riascoltandoli adesso, mi trovo spesso insicuro su quale canzone ho appena sentito. Quante volte si può riproporre lo stesso chuga-chuga e il brakdown al momento prestabilito prima di diventare semplicemente scontati?
In You Don’t Have to Be Blood to Be Family la band dell’Orange County affina talmente quest’ultima abilità da rinchiuderla in 31 minuti.
Tanta è la durata del disco e tanto è l’effetto soporifero che mi scatena. Il metalcore, nella teoria, dovrebbe essere comunque un genere che fa saltare e spaccare le vertebre del collo perché è grasso, violento e con i breakdown ci mette il carico da 90 per farti sentire vecchio e con la cervicale. Piace o non piace, questi son gusti personali, ma se lo guardiamo nell’ottica del sound, allora il risultato che mi aspetto da un LP metalcore è questo. Il problema dei Throwdown è che lo fanno, ma non trasmettono niente, non c’è violenza nonostante le urla, non c’è aggressione nonostante i tanti riff grattuggiati e la supposta attitudine. 
Non vi faccio perdere altro tempo con questa recensione, You Don’t Have to Be Blood to Be Family è un disco che potete tranquillamente tralasciare. Va bene così, nel 2001 sono usciti una tonnara di LP meritevoli di una rivalutazione, non vedo perché perdere la pazienza con loro. 
[Zeus]

Lacuna Coil – Unleashed Memories (2001)

Questa è la prima recensione che scrivo per il 2001 e mi fa strano, perché la sto pensando e ragionando mentre il mondo la fuori sta impazzendo e il lockdown, se fatto come dovrebbe, mette a dura prova ogni cosa. Non impossibile, sia chiaro, ma decisamente ci sono difficoltà oggettive nello sviluppo normale della propria vita. 
Nel 2001 i Lacuna Coil incominciano a salire sulla rampa di lancio che li porterà, l’anno successivo, a produrre Comalies e diventare un nome importante nel metal italiano e mondiale. Unleashed Memories è un disco paradossale e interessante, visto che si scosta da quanto proposto su In a Reverie del 1999.
Appoggiandosi ancora a Waldemar per la registrazione, i Lacuna Coil spostano il baricentro della composizione di Unleashed Memories verso territori che si potrebbero quasi definire doom metal melodico, mettendoci pur sempre delle amplissime spruzzate di gothic. Forse è colpa del lockdown, ma certi riff, quella malinconia di fondo che si porta appresso, potrebbe ricordare addirittura certe idee portate avanti da Amorphis e altre band in quegli anni. 
Questo lo dico perché, se vi sentite i riff di chitarra o le ritmiche di molti dei brani contenuti in questo LP, capite perché Unleashed Memories non è il classico prodotto da supermercato del gothic-metal secondo i canoni del nuovo fenomeno delle gothic female-fronted metal.
Sul disco troviamo sì la doppia voce, con Cristina Scabbia a dominare il tutto e Andrea Ferro ad aiutarla con un clean molto Holmes-iano e con una sorta di rauco scream, ma non i Lacuna Coil nel 2001 non si sono trasformati nell’ennesima versione pacchiana del duo Beauty and the Beast, cosa che il debutto in studio avrebbe potuto far presagire per poter sfondare nel mercato mondiale. 
Non mi ricordavo per niente questo disco, perdonatemi, quindi me lo son dovuto risentire per bene. In generale le canzoni si fanno ascoltare, pur non lasciandomi dentro niente in termini emozionali – ma questo lo imputo al fatto che i Lacuna Coil non suonano qualcosa che mi prende – e hanno di certo molti spunti intelligenti e ben suonati. Ad essere critico, Senzafine mi irrita per il cantato in italiano, ma penso dietro questa scelta ci sia una motivazione valida. 
Pur rivalutandone alcune componenti, son pur sempre passati vent’anni dalla sua uscita e quindi un po’ di riflessione ci sta, continuo a non essere né un fan della band né di questo disco e, dopo gli ascolti classici per non scrivere stronzate galattiche, Unleashed Memories tornerà nel sarcofago/spotify da dove l’ho tirato fuori. 
Vent’anni fa i Lacuna Coil si apprestavano a diventare grandi e lo dimostreranno con il successivo disco. Molti metalhead non glielo hanno perdonato, il successo, e questo mi fa ancora ridere adesso, visto che è un comportamento molto italiano. 
Ma la vita è fatta così e visto che sono oltre vent’anni che producono musica, direi che anche Cristina Scabbia & Co. se ne son fatti una ragione. 
Forse non sempre una risata, visti alcuni sfoghi pubblici, ma sicuramente una ragione.
[Zeus]

Caliban – Vent (2001)

Il metalcore europeo vede nella Grande Germania un territorio decisamente fertile. Solo per dire, nel 2000 è uscito Asunder, esordio degli Heaven Shall Burn e i Caliban avevano già fatto uscire A Small Boy and Grey Heaven nel 1999, esordio assoluto della band di Essen. 
Rispetto al classico miscuglio fra hardcore e metal di stampo tipicamente americano, i Caliban avevano spostato il loro occhio verso il Nord Europa e, più precisamente, nelle zone vicine a Göteborg. Non erano gli unici, visto che nel post-2000 arriveranno anche le nuove band folk-metal a razziare il sound del trio In Flames – Dark Tranquillity – At The Gates e fondarci sopra una carriera. 
I Caliban preferiscono tentare la strada con gli At The Gates e su Vent riescono ancora a colpire con quello che potremmo definire una sorta di metalcore dall’approccio molto melodic death metal. Ci sono sì i breakdown e tutti quei riff che ti fanno capire che la direzione è ormai tracciata (Roots of Pain), ma bisogna anche dire che Andreas Dörner si svocia in uno screaming altissimo e le parti in clean sono realmente poche. 
Queste, fra l’altro, sono spesso ad uso e consumo di una guest star femminile (tale Sarah Bröer), che francamente rompe il cazzo come poche cose a questo mondo. Ci sta che i Caliban rielaborino il melodic death metal svedese sotto una lente propria, ci stanno anche le contaminazioni più o meno profonde con l’hardcore, ma tutte le volte che mettono in fila un po’ di roba tirata e sembrano realmente far sul serio, tirano fuori il clean femminile ed è subito depressione (Happiness In Slavery). 
Non so, mi da sempre l’impressione che le clean vocals arrivino come la pubblicità quando stai guardando un film e sei al momento clou della scena.
Se poi unite il fatto che questo disco dura 55 minuti (!), potete capire che il rischio di far la cagata è decisamente alto. Loro se la cavano in maniera tutto sommato decente, se raffrontato con la porcheria successiva, visto che almeno in Vent si respira un po’ di cattiveria e tiro. L’involuzione del prossimo futuro era nell’aria, forse già all’interno di alcune di queste tracce (My Last Beauty) si sente che il post-2001 non riserverà grandi soddisfazioni e, in merito, mi viene da pensare a che tipo di influenza hanno avuto i Linkin Park nella stesura di Tiranny of Small Misery
La patina del tempo ha donato un po’ di punti positivi ai Caliban e, nello specifico, a Vent. Questo comunque non cambia il fatto che non saprei riconoscere una canzone dall’altra e non so, per me rimarranno sempre il gruppo che ha suonato al posto dei Dimmu Borgir al Gods of Metal. 
Non erano neanche i Dimmu Borgir migliori in assoluto, ma decisamente meglio dei tedeschi di Essen. 
[Zeus]

Droghe e psichedelia. Screaming Trees – Uncle Anesthesia (1991)

Nel 1991 gli Screaming Trees erano chiamati a fare il grande salto, quello che li avrebbe portati dall’underground al mainstream. Un po’ di rumore intorno al loro nome c’era, Buzz Factory era un buon disco di garage rock psichedelico e già nel 1989 si respirava quell’aria da “grande rivoluzione grunge”: i Nirvana avevano appena fatto uscire il loro esordio Bleach e i Soundgarden erano già al terzo disco. Nel 1991 il grunge sarebbe esploso tipo granata nelle case di milioni di persone e avrebbe portato con sé introiti incredibili per chi fosse stato tanto fortunato da sfruttarlo a dovere. 
Allora perché non sentiamo parlare degli Screaming Trees alla stregua di Nirvana, Pearl Jam o Soundgarden – detto anche della riverenza che Kurt Cobain provava per Mark Lanegan?
La realtà è che gli Screaming Trees erano in anticipo sui tempi e lo erano, per loro, in senso negativo. Nel gennaio 1991 erano sì sotto Epic, ma Nevermind non era ancora uscito e così anche Ten. Precursore? No, non era quello il caso. Gli Screaming Trees si confrontavano anche con un secondo elemento di handicap nella scalata alla popolarità e cioè suonare un genere che, all’epoca, era ancora negletto da tutti e non alla moda, evento che sarebbe arrivato invece intorno al 2000. 
Usciti prima dell’onda lunga del grunge, con un genere fuori tempo massimo, i fratelli Conner & Co. non si potevano certo aspettare qualcosa di eccezionale come risultato. Certo, qualche minimo soldo in banca lo riuscirono a mettere col successivo Sweet Oblivion, ma neanche in quel caso fu un vero successo visto che rimasero sempre un gruppo underground conosciuto da quattro gatti. 
E poi la stessa band era una mina pronta ad esplodere, con continue discussioni e una tossicodipendenza fuori controllo da parte dello stesso Lanegan. In altre parole, erano una band rischiosa, che non avrà mai il riconoscimento che si merita, visto che la carriera solista del singer avrà più successo che i dischi come band. 
A trent’anni di distanza, Uncle Anesthesia suona paradossalmente molto fresco, forse proprio perché era fuori tempo quando è uscito e, con il passare degli anni, è rimasto incastonato in una sorta di limbo. Il mini-singolo c’è, Bed of Roses, ma è in generale tutto il disco che contiene quella sorta di morbida psichedelia che ti aspetti dalla band americana. I ritmi non sono mai elevati, le melodie ci sono e così anche i chorus che fanno molto anni ’60 (Story of Her Fate). Se dovessi ragionarci sopra a freddo, senza l’aspetto emotivo che mi porta a valutare in maniera positiva tutti i dischi degli Screaming Trees dal 1988 in avanti, questo Uncle Anesthesia lo pongo un filino sotto a Buzz Factory (dove ci sono una serie di ottimi pezzi e un feeling vagamente più grezzo) e Sweet Oblivion (che ha dentro ottime melodie e, in generale, il songwriting è più maturo e focalizzato). 
Però, cazzo, si sente il lavoro di Terry Date dietro la console: gli Screaming Trees non hanno mai suonato e mai suoneranno così cazzuti. Ruspanti lo erano e puliti lo diventeranno, ma il bilanciamento fra suono pulito ma comunque con quel pizzico di attitudine da non farlo smosciare, questa è una prerogativa proprio di Uncle Anesthesia
[Zeus]

il tè delle cinque: The Crown

La serie infinita di lockdown austriaci, ha dato tempo e modo al sottoscritto e alla dolce metà di far incetta delle serie più disparate. Criticate quanto volete, ma aver accesso ai cataloghi di Amazon Prime e Netflix in quest’epoca di congelamento forzato è cosa bella e utile. Almeno ci siamo concessi un paio d’ore di svago mentre il mondo esterno impazziva, la gente non teneva le distanze di sicurezza neanche a volerlo e si aspettava, con sempre più ribrezzo e fastidio, il nuovo annuncio dell’inasprimento delle misure restrittive per contenere il problema Covid. 
Scorri di qua e di là, alla fine abbiamo puntato tutto sul rosso e ci siamo messi a guardare The Crown. A bocce ferme, questa serie non mi sarebbe dovuta piacere, aveva tutte le caratteristiche per essere un polpettone indigeribile in cui avvengono quattro cagate in croce, un po’ di trucco e vestiti d’epoca e esclamazioni come corbezzoliacciderbolina e oh my god senza soluzione di continuità. Tutti fattori, questi, che minano la possibilità di essere una serie guardabile senza avere di fianco una bella bottiglia di Brioschi. 
Il fatto che The Crown ripercorra, in 4 stagioni ma la quinta è già in lavorazione, la vita dell’ultimo highlander esistente al mondo (la Regina Elisabetta II) è altro punto dolente per la narrazione. Va bene, nel corso degli eoni del suo regno son successe diverse cose e Cthulhu sa che l’Inghilterra ha messo il suo naso in diverse cose, anche se dalla Seconda Guerra Mondiale in poi il suo ruolo nello scacchiere mondiale è passato da superpotenza con mille colonie e una flotta incredibile a vogliamo la Brexit ma non possiamo pagare il conto del ristorante. Uno scivolone notevole nelle gerarchie e nella credibilità delle persone. 

La serie parte proprio con il passaggio di consegne fra King George VI e sua figlia primogenita, appunto la futura Regina Elisabetta II. Da qua si muove tutta la trama delle stagioni firmate Netflix, trama che ci porterà a vedere la fine del dominio politico di Churchill post-Seconda Guerra Mondiale e l’ascesa e caduta di Margaret Tatcher, la guerra delle Falkland (peraltro lasciata sullo sfondo, visto che è uno show storico e non un Band of Brothers), la diplomazia politica, gli intrighi di governo e, per una grossa parte, tutta la serie di relazioni, amori, sotterfugi etc che circondano la Casa Reale. 
Per chi si fosse collegato solo ora, ovviamente nelle quarta stagione fa capolino anche Diana, quindi si incominciano a vedere eventi avvenuti quando molti di noi erano già nati e quindi contemporanei. 
Dicevo all’inizio, il rischio di queste serie storiche è quello di far un mischione in cui non succede un cazzo e tutti si annoiano, brutalizzando i personaggi, rendendo piatte molte trame per far si che il malloppo sia digeribile anche a chi guarda la serie mentre lava i piatti e inventando di sana pianta eventi e situazioni per rendere eccitante quello che eccitante non è. 
The Crown procede con un approccio meno da baraccone, mettendo in piedi una buona trama con personaggi più o meno tridimensionali (alcuni secondari sono, per l’appunto, secondari e abbastanza di cartone) e un credibile sviluppo delle persone sia in termini di ragionamenti che di età. Questo punto, fortunatamente, è stato reso possibile dal cambio di cast ogni due stagioni, così da rendere visibile l’invecchiamento dei protagonisti e non finire per avere, come in Vikings, una Lagertha con la faccia da trentenne e i capelli e l’andamento di una cinquantenne giusto per tenere sempre la stessa attrice – ma lo stesso discorso vale per altri protagonisti maschili e per altre serie interminabili. 
Se proprio devo fare un vero applauso, lo faccio a chi ha fatto il casting. Cristo, non credo di aver mai visto un cast di attori così ben assortito e così rispondente alla realtà delle persone rappresentate. Qua si vedono i soldi, che permettono di scegliere fra attori decenti e non cani ansimanti che si dedicano alla recitazione per pagarsi la cocaina

Il problema base di The Crown non è l’essere una serie con alcune parti inventate di sana pianta, qualche errore storico e via dicendo, ma è il pubblico che la guarda. Una serie, per definizione, è qualcosa di romanzato e adattato alla godibilità sullo schermo, se no si chiamerebbe documentario e anche questo, se prodotto in un certo modo, risponde più al concetto di intrattenimento che a quello di divulgazione di fattiThe Crown è una serie, quindi non dovrebbe essere presa come l’Enciclopedia Zanichelli o un libro di storia per basarsi su fatti, ma è intrattenimento puro e deve essere preso per quello che è. La gente, ovviamente, non si è accorta delle differenze e ha incominciato a basarsi su quanto riportato nella serie come libro di storia. Signore e signori, non lo è. I fatti sono similari, questo bisogna dargliene atto, e spesso ci sono anche momenti di rispondenza piena, ma è comunque un prodotto per la televisione. 
Posso approvare il leggero, velato, disprezzo per la Corona e per il suo modo di fare da rompicazzo patentati, ma The Crown non è pensato come le tavole della legge. 
A parte questo particolare, che non è altro che un chiaro segnale di incompatibilità fra Netflix e pubblico, The Crown è una serie bella, ottimamente recitata e, cosa stupefacente, succede più di quanto si potrebbe immaginare ad un primo sguardo. 
Tanto i lockdown non finiranno domani, potete tranquillamente guardarla fra una zona rossa e l’altra. 
[Zeus]

Bruce Springstenn & The E Street Band: Live in New York City (2001)

C’è un binomio inscindibile nella mente di moltissimi rocker e questo riporta: Bruce Springsteen più la E Street Band. Sono parole che stanno a braccetto alla perfezione, come la birra e una giornata calda o il panino con la mortadella. 
Il Boss, nel 1980/1990, era una creatura inquieta, ormai arrivato al successo grazie ad una serie di dischi che dire memorabili è poco; il problema sorse quando il mondo dei “grandi” batte un colpo e Bruce si fece lusingaere da mille idee, progetti e chissà che cosa. Risultato? La fine della E Street Band e, di conseguenza, l’uso di session man per la registrazione dei suoi dischi.
Da questo punto in poi arrivarono gli alti e i bassi della sua discografia (fino ad allora a prova di proiettile), anche se nel 1990 esce The Ghost of Tom Joad, la cui title-track mi emoziona ogni volta.
Forse ci voleva la separazione dalla E Street Band per far ritrovare il brio al binomio, perché nel 1990 non sarà né la prima né l’ultima volta che Springsteen uscirà da solista per comunicare il suo messaggio, ma la qualità dei dischi usciti è sensibilmente diversa a quanto uscirà post-reunion. 
Nel 2000 si sente aria nuova, forse il Boss prende consapevolezza della sua situazione o è insoddisfatto, ma tant’è e da qui nasce la reunion. Dopo 11 anni di separazione, il Boss ritorna a calcare i palchi di tutto il mondo con la sua band, da cui prenderà spunto questo Lp, Live in New York City, e poi il successivo The Rising del 2002.
Live in New York City è un disco grande, eccessivo e pieno di vita, come ti aspetti i concerti del Boss. Sono due ore di musica che coprono il passato della sua produzione discografica, ma anche il futuro: American Skin (41 Shot) Land of Hopes and Dreams non usciranno che una decina d’anni dopo questa serie di concerti.
Come spesso succede dal vivo, le versioni proposte variano, dando l’accento rock a composizioni originariamente eseguite come pezzi folk (Atlantic CityYoungstown), versioni crepuscolari di alcuni classici (The River, eseguita solo con pianoforte e sassofono), l’inclusione di If I Should Fall Behind da Lucky Town e poi tutto il carosello di citazioni che mette all’interno di Tenth Avenue Freeze-Out. Questo è quello che ci si aspetta da Bruce Springsteen, almeno nell’accezione rock.
Il Boss è un cantautore a cui sta stretto il termine rock’n’roll e spesso, per raccontare le sue storie, si getta nel folk e quindi escono Nebraska, il già citato The Ghost of Tom Joad e lo spettacolo Springsteen a Broadway uscito qualche anno fa. 
Mi sembrerebbe di farvi un danno a raccontare cosa significa vedere un concerto di Bruce Springsteen, la sensazione di partecipazione, di essere all’interno di un rito collettivo che è lontano anni luce da ogni negatività, ma che ispira unicamente gioia e voglia di vivere.
Quello che mi stupisce ogni volta è che mi esalto per canzoni che hanno una componente profondamente personale e che, con il classico twist di cui sono capaci solo i grandi, riesce a diventare generale e spesso adattabile alla propria situazione. 
Non so quanti di voi si prenderanno il tempo di sentirsi questo LP per intero, ma se potete fatelo. Non importa se fermate la vostra vita e lo ascoltate con quel giusto pizzico di riverenza che si riserva ad un artista che ha contribuito a scrivere pagine di rock o se mettete Live in New York City come sottofondo. 
L’importante è che il ventennale di questo disco non passi inosservato, perché è nel 2000/2001 che ci viene restituito il Boss e, con lui, la E Street Band. E da quel momento non si è più fermato, registrando dischi con una cadenza impressionante (uno ogni 2/3 anni), forse non sempre di eccellente qualità, ma sicuramente spanne sopra a certi prodotti riprovevoli usciti nel primo e secondo decennio del 2000. 
[Zeus]

Come la Coca Cola al gusto vaniglia. Tobias Sammet’s Avantasia – The Metal Opera, pt.1 (2001)

L’espressione Metal Opera deve essere una di quelle che fanno venire il mal di pancia a diverse persone anche solo all’idea, un po’ come la Coca-Cola al gusto vaniglia. C’è una ristretta cerchia che apprezza, ma la maggior parte preferisce astenersi. 
Se non sapete cosa s’intende per Metal Opera, è presto detto: un concept album dove diversi cantanti interpretano diversi personaggi all’interno di una storia. Come l’opera classica, però metal. E della durata di gran lunga inferiore in durata alle canoniche tre ore abbondanti.
Il mio rapporto con questo tipo di proposta in realtà non è del tutto negativo, anzi, ma non grazie al qui presente progetto del cantante degli Edguy. Prima di questo esordio, che comunque conobbe un certo successo, un tale olandese di nome Arjen Anthony Lucassen con il suo progetto Ayreon portava il concetto di metal opera al livello di capolavoro. Ed è proprio da qui, dal top nel suo genere, che sono entrato in contatto ed ho imparato ad apprezzare questo tipo di lavoro.
Il problema di quando scopri qualcosa partendo dal meglio che può offrire è che tutto il resto sembra insipido, scarso. Quindi è facile intuire che l’ascolto di The Metal Opera, pt. 1 degli Avantasia non mi abbia entusiasmato. Se anche cercassi di evitare paragoni con altri progetti, trovo ancora questo album piuttosto noioso,  poco coinvolgente, con alcuni momenti interessanti verso al fine, ma dimenticabile per quasi tutto il resto. Sarà anche per l’eccesso di power metal al suo interno, ridondante già dopo pochi brani, ma riascoltandolo dopo tutti questi anni non trovo molto da rivalutare. Peccato, perché i nomi coinvolti sono notevoli. Magari con l’album successivo mi ricrederò.
[Lenny Verga]

Vesperian Sorrow – Psychotic Sculpture (2001)

Prima ancora di nomi piuttosto conosciuti come Dragonlord e Abigail Williams, nell’ambiente del black metal sinfonico americano arrivarono i Vesperian Sorrow. Potrei dire “in tempi non sospetti” ma non conosco così a fondo la scena da poterlo affermare.  Se non li avete mai sentiti nominare, non siete gli unici perché è la prima volta anche per me. 
Psychotic Sculpture esce nel gennaio del 2001 ed è il secondo album della band. Se per caso conoscete già i due nomi sopra citati, non ci sono da fare molte distinzioni, il genere è quello. Quando ascolto questi gruppi ho sempre una sensazione che è difficile spiegare a parole, ma che mi trasmette sempre l’idea che i musicisti coinvolti, tutti molto preparati tecnicamente, non siano votati al black, ma che lo facciano comunque. 
Faccio degli esempi per spiegarmi meglio: ascoltate la batteria della prima traccia, “Solitude”, togliete il blast beat e ciò che rimane è molto diverso da ciò che si sente di norma nel black. Molti riff di chitarra sembrano pensati per un sound più orientato al classico US metal o a quello più moderno, per poi essere accelerati o suonati in tremolo per sembrare black. Più o meno lo stesso discorso si può fare per i soli di chitarra, molto tecnici ed elaborati, ma che sembrano quasi usciti da un chitarrista death/prog.
Tutto ciò non è detto che sia un male, anzi, forse è proprio caratteristico del genere e all’ascolto direi che regge bene il passare del tempo, perché modi simili di interpretare il black si sentono in molte produzioni moderne. Non mi fa impazzire e a volte alle mie orecchie alcuni elementi cozzano un po’, soprattutto quando ci sono le tastiere ad organo, ma devo dire che “Psychotic Sculpture” è un album molto interessante. I brani sono lunghi ma ben strutturati e molto vari, non annoiano ed intrattengono e hanno comunque una carica ed una rabbia notevoli. 
Una (ri)scoperta che vale il tempo speso.
[Lenny Verga]

DomJord – Gravrost (2020)

Uso sempre meno Youtube da quando mi son abbonato a Spotify. Errore mio, ma le pubblicità di Youtube mi rendono nervoso, anche se questa nuova abitudine mi porta a non essere sempre aggiornatissimo sulle uscite musicali della Black Metal Promotion. Detto questo, un giorno ho aperto internet e ho visto che i DomJord avevano fatto uscire un nuovo disco, tal Gravrost. La mancanza di promozione su qualsiasi canale è un tratto distintivo del merchandising di Mortuus, mastermind dei DomJord, visto che il totale silenzio mediatico ha caratterizzato sia la prima uscita, Sporer, sia l’ultimo disco in studio dei Funeral Mist: Hekatomb
La pandemia, e i milleduecento lockdown del 2020 devono aver dato tempo e modo al singer dei Marduk di dedicarsi alla sua nuova creatura, visto che due dischi nell’arco di un anno è difficile che li pubblichi – almeno per quanto riguarda i Funeral Mist. 
Gravorost riprende in parte il sound di Sporer, ma non è una seconda parte tirata insieme con gli scarti. Tutt’altro, questo LP è un passo in avanti verso un’apertura del songwriting verso altre influenze oltre al rimando, classico, verso il dungeon synth/dark ambient che contraddistingueva il primo episodio. Rimangono inalterate le ritmiche basilari, scarne, da trance onirica, ma dove Sporer ne faceva un cardine e un’orizzonte, in Gravrost queste sono e rimangono unicamente la base su cui poi Daniel Rosten tesse una serie di strati di synth e orchestrazioni. Ecco che ci sono addirittura momenti in cui i synth aprono ed “esplodono” sopra una ritmica minimale (Dödsdans) e il contraltare della title-track (Gravrost) dove si ritorna ad un minimalismo oscuro e sognante. 
Ogni traccia presenta una propria personalità, accenni di incontro fra passato e presente dell’industrial/ambient svedese, e una sempre più pronunciata attitudine ad essere soundtrack di un ben preciso momento storico – la traccia finale, ad esempio. 
Non credo sia necessario aggiungere oltre a questa recensione. Chi ha trovato Sporer interessante, in Gravrost sarà ricompensato con un buon disco, capace di essere avvincente anche dopo ripetuti ascolti. 
Pur provenendo dal singer dei Marduk, i dischi dei DomJord sono papabili anche per chi il black non lo ascolta e, nella musica, vuole una colonna sonora adatta al momento che sta vivendo. 
[Zeus]

L’epoca del metalcore. Unearth – The Stings of Conscience (2001)

Con il cambio di secolo, il metalcore prende sempre più forza, anche grazie ai risultati commerciali che si fanno sentire. Senza contare chi la commistione fra hardcore punk e metal l’aveva trovata battagliando per le strade, band come Shadows Fall, Killswitch Engage o Heaven Shall Burn possono di certo essere visti come detonatori di una scena in rapidissima espansione. E non c’è da stupirsi se, in un modo o nell’altro, questi nomi circolano con una rapidità enorme: il motivo, quando non si riferisce alla mera influenza musicale (vedasi quanto i qui presenti Unearth prendono dagli Shadows Fall), è anche legato al ruolo di deus ex machina di Adam Dutkiewicz dei Killswitch Engage come produttore. Quest’ultimo è dietro la consolle di moltissime band di genere e, ovviamente, non poteva mancare nell’esordio ufficiale degli statunitensi Unearth, The Sting of Conscience
Era l’anno 2001 e, sinceramente, il metalcore non mi interessava. Ok, non è il mio genere neanche ora, ma l’altra metà del Mayhem-Duo ascolta diverse band metalcore, quindi mi sembra improbabile restarne escluso. 
Visto che ho tempo da buttare via, allora mi ci metto e via il dente, via il dolore, se così posso dire. 
Ascoltato vent’anni dopo, cosa ne resta di The Sting of Coscience? Perché dopo che i prime-movers avevano settato il tono, le “nuove leve” dovevano decidere come gestire la propria carriera risolvendo il dilemma base: evolversi o ricalcare le orme?
Gli Unearth, almeno nell’esordio, scelgono per la seconda opzione e pur mischiando l’hardcore con il metal (i riff armonizzati di Stings of Coscience My Desire), rimangono un prodotto per chi al tempo già amava gli Shadows Fall. Niente di più, se non con le sostanziali differenze di non includere dei veri ritornelli in clean e di avere un sound di batteria orribile, visto che sembra di sentire un tizio che picchia su un bidone. 
Allora, come oggi, The Sting of Conscience è un prodotto che potete tranquillamente evitare.
Non offre niente di nuovo, se non qualche breve spunto peraltro indolore, e se vi piace il metalcore, mi chiedo perché non recuperate i dischi di chi l’ha creato realmente invece di perdere tempo con questo disco degli Unearth che non era altro che una versione modernizzata dei conterranei Shadows Fall. 
[Zeus]