Il sapore del nulla. American Hi-Fi – s/t. (2001)

Non posso certo muovere delle critiche specifiche agli American Hi-Fi. Non riesco perché era già da un po’ di anni che le case discografiche avevano buttato le reti in profondità dell’underground/alternative e incominciato a pescare fuori tutte quelle band che, fino a metà del 1990 erano inguardabili per il pubblico di massa. Pescare dei maestri dell’innocuo come i Foo Fighters o degli outsider del power-pop tipo i Lit, senza tralasciare gente che ha scritto inni alla noia su cene di classe e reunion varie era operazione redditizia, tanto che la possibilità di guadagnare bene spegnendo il cervello compositivo picchia forte anche nei Green Day che non sono gli unici a sputtanarsi completamente ad inizio 2000. Il fatto è che il vuoto pressurizzato che viene sparato nelle radio è quello che la gente riesce a sopportare, perché non sarebbe bello ricevere pugni nei denti su onde medie.
E per un R.E.M. che riesce a comporre musica orecchiabile ma di un certo spessore, ci sono band che vogliono vincere facile e lasciarti il male dentro. Ed in questa categoria cascano gli American Hi-Fi, anche se sono molto più furbetti dei 3 Doors Down, perché mascherano il nulla dietro qualche misera chitarra distorta e danno una verniciata rock al pop/power-pop che è la fontanella da cui si abbeverano senza vergogna. La mancanza di amor proprio, lo zucchero filato del nulla, è l’idea geniale che sta dietro alla band di Stacy Jones: perché non prendere del classicissimo power-pop, con coretti e falsa angst, metterci sopra qualche richiamo all’underground vero e proprio (Cheap Trick et similia), citare i Rolling Stones in Blue Day e i Nirvana in Hi-Fi Killer?

L’idea funziona alla grande visto che Flavor of the Weak te la ritrovavi ovunque e dopo questo singolo, chiedo per un amico, chi cazzo si ricorda chi e cosa hanno composto gli American Hi-Fi
Sinceramente credevo si fossero sciolti dopo questo disco, ma da quanto leggo su Google son riusciti a cavarci fuori ben 6 dischi da questo nulla.
Gli American Hi-Fi et similia erano i gruppi che fanno da colonna sonora per le peggiori serie televisive mai prodotte, quelle con i giovani americani che hanno problemi del cazzo che risolvono in maniera del cazzo o che hanno drammi inutili su spiagge americane e problemi del cazzo americani, mentre te che vivi in un Paese fuori dalla cerchia cittadina cerchi di capire se andare a drogarti pesante e finire male nella cittadina-dormitorio a 5Km da dove vivi o spostarti di una quindicina di chilometri e vedere come si sta nel capoluogo di Provincia – che non è altro che un paesone più grande. E, sinceramente, mentre cercavo di tirar fuori la testa dal paese e capire dove andare a finire, non mi interessava avere come sottofondo l’inutilità, volevo qualcosa che descrivesse la sensazione di malessere che mi pigliava a mettermi in centro al Paese in estate e non vedere nessuno per ore. E non era la solitudine bella della misantropia norvegese. 
Gli American Hi-Fi erano la soundtrack delle macchine dei diciottenni che si credevano i protagonisti di O.C. (si chiamava così?) o di altre serie TV inutili, solo che invece che guidare una Mustang fiammante del cazzo si muovevano con il Pandino che scoreggiava morte come neanche una portaerei. E allora che colonna sonora del cazzo è Flavor of the Weak? 
Fate un po’ i vostri conti. 
[Zeus]

Rage – Welcome to the Other Side (2001)

Nel 2001 Peavy Wagner aveva una band nuova di zecca. Come un ragazzino che vuole mettere in mostra la nuovo moto con i suoi amici, parte in quarta ma poi si accorge di non avere ancora sotto totale controllo il mezzo. Nella lineup completamente rivoluzionata arrivarono Mike Terrana alla batteria e Viktor Smolski alla chitarra, il che diede vita ad un power trio tra i migliori mai visti, in sede live poi erano spettacolari. 
Ma veniamo all’album. Riascoltato oggi ci si rende conto che all’epoca i Rage hanno voluto un po’ strafare, buttando dentro ai pezzi praticamente di tutto e di più per fare sfoggio della nuova formazione. Le canzoni suonano benissimo, ma nel complesso l’album è eccessivamente carico di ogni elemento immaginabile. Diciassette brani pieni di evoluzioni chitarristiche e pianistiche di Smolski (sì, suona anche il piano) che io apprezzo tantissimo, ma ogni tanto un freno sarebbe stato necessario. Terrana poi esegue praticamente ogni passaggio possibile. 
I brani memorabili non mancano, ma oggi vedo Welcome to the Other Side come una valvola di sfogo e un nuovo punto di partenza da cui la band, negli anni successivi, creerà alcuni dei migliori lavori della propria carriera.
[Lenny Verga]

I Paradise Lost si son dimenticati come comporre le canzoni: Believe in Nothing (2001)

Se vogliamo trovare uno dei punti più bassi della discografia dei Paradise Lost, possiamo cercarlo nel periodo compreso fra il 1999 e il 2001: Host e Believe in Nothing sono, e probabilmente rimarranno, due degli episodi meno riusciti dei nativi di Halifax. Con Host, Holmes&Co. avevano dato segni di un cedimento notevole, incapaci di replicare il difficile equilibrio fra gothic, metal e substrato catchy che aveva reso One Second un disco composto interamente di potenziali singoli. Replicare quel disco, così diverso rispetto alla discografia precedente e quella che poi ritornerà la loro via maestra, era praticamente impossibile per molte ragioni: la Music for Nation non è la EMI e i risultati che vogliono i capoccia delle major son ben differenti rispetto a quelli di altre etichette e, in secondo luogo, gli stessi Paradise Lost avevano già mostrato di essere in crisi con Host. Con queste premesse, Believe in Nothing non poteva uscire meglio e, per me, non è altro che un disco inutile e francamente fastidioso. 
La seconda componente è talmente evidente, anche a vent’anni di distanza dalla sua uscita, che ti rende difficile l’approccio sereno a questo LP.
I Paradise Lost non ci mettono un briciolo di interesse nel registrare questo CD e questa svogliatezza di fondo si sente chiaramente. Va bene, ritornano le chitarre e questo è un segnale positivo, ma i riff sono scontati e le melodie, che dovrebbero essere il cardine di una carriera fulgente nel grande bacino mainstream della EMI, non te le ricordi. Aggiungeteci che Nick Holmes, non proprio un cantante dotatissimo in termini di clean, ha quell’attitudine da timbrare il cartellino e fuori dai coglioni, e vedete che non c’è niente ben poco da salvare su Believe in Nothing. Posso concepire che uno non sia proprio un genio nel clean, ma almeno metterci la voglia quello è un requisito fondamentale. Confrontate il suo cantato su One Second e poi via via fino ad arrivare su Believe in Nothing e capite dove si stava divertendo e dove è un lavoro, per di più noioso.
Il biennio fra la fine del 1990 e l’inizio del nuovo secolo porta una similitudine fra i Paradise Lost e gli Amorphis, i quali avevano rilasciato il notevole Tuonela e finiranno per registrare anche Far From The Sun. La differenza però è notevole nei risultati. Gli Amorphis registrano Tuonela e Am Universum, per poi andare in crisi sotto la major, mentre gli inglesi scivolano verso un baratro compositivo notevole. Entrambi si riprenderanno, questo lo sappiamo già, anche se le modalità sono diverse: gli Amorphis, per poter uscire dallo stallo di Far From The Sun, devono modificare la line-up e distanziarsi da Pasi, ormai stufo dell’avventura nella band; i Paradise Lost risolvono tutto in famiglia, si raggruppano e incominciano ad assaggiare il lato metallico del loro sound, tornando indietro a delle radici sonore e ad una rielaborazione del proprio sound. 
La realtà è che non mi ricordavo niente di questo LP e ho dovuto rimetterlo su molte più volte del previsto per poterne parlare. Già con Host avevo perso le speranze sulla band, con Believe in Nothing avevo ormai piantato i chiodi nella bara. Fortunatamente si sono ripresi e sono ritornati a produrre musica di un certo livello, Sarebbe stato un peccato perdere una band di questa portata solo per delle illusorie velleità di mainstream“popolarità.
Vi posso assicurare che all’epoca di Believe in Nothing non credevo nel loro futuro e, infatti, li ho lasciati perdere per un po’ di tempo. 
[Zeus]

Gli Arthemesia son durati troppo poco: Devs – Iratvs (2001)

Questa mattina mi sono svegliato male, con uno scazzo che mi trascino dietro da qualche giorno perché a causa dell’epidemia sono di nuovo costretto a rimanere a casa senza poter tornare al lavoro. Cerco qualcosa da ascoltare, uscito nel febbraio del 2001, così almeno posso fare qualcosa di utile per il mio ruolo di recensore, essere un po’ produttivo. 
Mi capita sott’occhio il nome degli Arthemesia, band black metal finlandese che, ignoranza mia, non conosco. Mai sentiti nominare prima. Già penso a qualche emulo di nomi più famosi, con una produzione da scantinato, idee da scantinato, capacità esecutive da scantinato pure quella. Avvio la prima traccia con un po’ di scetticismo ed un pizzico di buona volontà.
Non potevo essere più lontano dalla realtà.
Bastano un paio di minuti e la band mi fa drizzare le orecchie, i peli sulle braccia e anche qualcos’altro. Il black metal degli Arthemesia è glaciale e super incazzato, ma con un riffing e delle linee melodiche ispiratissime, un pizzico di accenni folk tipici finlandesi, assoli di chitarra ben eseguiti ed un’atmosfera da brividi. Un cazzo di album con i controcazzi dall’inizio alla fine. Peccato che Arthemesia abbiano dato alla luce solo due dischi (questo è il primo) e poi siano spariti.
Esplorando un po’ scopro che ci ha suonato nientepopodimenoché Jari Mäenpää. Ascoltare Devs – Iratvs è stata una bella sorpresa che mi ha migliorato non di poco la giornata. Recuperatelo che merita, ed è un’ottima colonna sonora per canalizzare l’incazzatura dovuta a questo periodo di merda che stiamo passando.
[Lenny Verga]

Svartkonst – Black Waves (2020)

Ci sono combinazioni improbabili che, obiettivamente, non dovrebbero funzionare ma poi, per qualche strana ragione, alla fine danno un risultato niente male. Un esempio per tutti è la pizza con il kebab. Vomitate quanto volete, predicate la purezza della pizza napoletana e tutto quello che volete, ma l’unto del kebab con la pizza ci sta. Motivo? Cristo ne so, forse perché sono una bestia e mi piacciono queste porcherie; ad ogni modo, il risultato finale della combinazione fra Italia e Turchia è un pasto pesante, unto, dal sapore indefinibile ma non aspetto altro di trovare un kebabbaro decente e mi ci fiondo. 
Per quanto riguarda gli Svartkonst, espressione e progetto solista di Rickard Törnqvist, questo significa pescare nel death e black metal del proprio Paese: la Svezia.
Ed eccoci al momento della verità, come suonano gli Svartkonst? Se su Devil’s Blood avrei giurato di trovarmi di fronte ad una sorta di Entombed pittati, su Black Waves i richiami aprono a influenze più black metal. Lo swedish death metal di marca Entombed/Grave rimane in sottofondo (World Ablaze), ma i richiami al black metal svedese anni ’90 dei Watain, e forse anche a qualcosa di Uada e Kriegsmachine (I Am The Void), traspaiono nelle tracce del secondo disco in studio. Certo, i Svartkonst non sono i primi svedesi a tentare di mischiare death e black, ma questa one-man band riesce a fornire un buon LP senza dover per forza tentare la via della sperimentazione o puntando su qualcosa tipo -post o shoegaze o che ne so io. 
In un periodo storico in cui il black metal sta tentando di ritrovare una propria credibilità guardando indietro, accartocciandosi su sé stesso e nutrendosi della propria storia, un disco come Black Waves suona paradossalmente molto più sincero che molti altri tentativi falliti di espandere un genere che non sempre ha la necessità assoluta di superare i propri “limiti”. 
Quello che gli Svartkonst propongono non è altro che un onesto disco di black/death metal svedese, per lo più ispirato, anche se nella seconda metà del disco ci sono alcuni momenti “solo” normali, e con una produzione grossa e compatta. Io mi accontento, anche perché questa attitudine palla lunga e pedalare di Törnqvist la apprezzo più dei tentativi frenetici dei Watain di saltare fra grim popolarità tenendo comunque i piedi ben fissi in due staffe. 
[Zeus]

Quarant’anni e non sentirli. Black Sabbath – Mob Rules (1981)

A volte mi chiedo se non soffro di una particolarissima versione di masochismo. Ho una montagna di dischi usciti nel 2001 e anche nel 1991 (se ho voglia di ripescare dei trentenni vivaci), perché allora mi metto a pescare senza ritegno nel 1981? Perché nel 2021 di anni ne metto 40 sul groppone e mi sembra una bella idea riscoprire una serie di dischi che son usciti nella mia annata. 
E visto che questa riscoperta non mi costringe a seguire la data d’uscita, come provo a fare con le uscite dei vent’anni, allora parto con Mob Rules dei Black Sabbath. Quanto mi piacerebbe parlarne solo ed esclusivamente bene, visto che i Black Sabbath sono una religione che lascia pochissimo spazio ai dubbi della fede. Ci sono delle turbolenze, un po’ come nella forza degli Jedi, ma non c’è mai l’eretico che ti dirà: i Sabbath mi fanno cagare. Anche perché dubito potrebbe considerarsi metallaro. 
Il problema è che Mob Rules contiene una serie di grandissime canzoni prese una ad una, ma è un disco che soffre terribilmente sia il confronto con il fratello Heaven and Hell, sia l’essere confusionario in termini di setlist: fra il quasi country-metal di Country Girl, le bordate sonore di Falling of the Edge of the World, l’heavy rock tipico di Sabbath post-1980 (The Mob Rules, Voodoo), c’è tanta carne sul fuoco, ma non la coerenza che rendeva Heaven and Hell un gioiello metal. Nel 1981 ci sono già alcuni brani più che sufficienti ma non eccelsi e questo è un brutto segnale, soprattutto per uno che ha il riff perfetto sulla punta delle dita. 
Io poi sono un fedelissimo di Bill Ward, fondamentale nel sound primigenio dei Black Sabbath, quindi ho sempre i miei discreti dubbi quando dietro le pelli si siede un’altra persona, anche se è un musicista preparato come Vinny Appice; batterista che potete anche non cagare di striscio, ma nell’economia di questo LP è il musicista giusto al posto giusto. Lo spostamento di coordinate sonore fra Heaven and Hell e Mob Rules necessitava di uno stile leggermente diverso dietro il drum-kit e Appice lo portava con sé.
Quello che nessuno sapeva, ovviamente, è che durante il tour degli Heaven & Hell il buon Appice si sarebbe esibito in uno dei soli di batteria più imbarazzanti a cui ho mai assistito, fortunatamente il concerto della band al Gods of Metal è stato una bomba all’idrogeno e non mi ha rovinato la digestione. 
Mi viene da sorridere a ricordare quando ho messo nel lettore questo disco, è partita Turn Up the Night e mi son sentito strano. Ero così abituato ai Black Sabbath con Ozzy che per un po’ di tempo non sono riuscito ad apprezzare realmente l’epoca con Dio. Poi gli ho dato una chance, una vera possibilità, e anche il triennio con il singer americano mi ha preso benissimo, ma Mob Rules è sempre rimasto leggermente meno intrigante di Heaven and Hell, come se risentisse delle discussioni interne alla band e dell’avvicinarsi del periodo più prospero dei Black Sabbath. 
Non credo di dover fare un track-by-track, inoltrarmi nelle futili polemiche della cover art con la presunta scritta Kill Ozzy e il tempismo del duo Osbourne-Arden con l’uscita di Diary of a Madman, che ovviamente non ha reso più semplice la vita dei Black Sabbath nel 1981. Sono tutte cose impresse nella storia del metal. 
Però, cristo, pur ricalcando uno schema consolidato nel 1980, The Sound of the Southern Cross è ancora oggi un gran cristo di pezzo. 
[Zeus]

Sinira – The Everlorn (2021)

Lo dico subito: The Everlorn è un ottimo album. Fatta questa premessa, vediamo chi sono i Sinira e che cosa propongono. La bio ci dice che arrivano dagli USA, ma ascoltandoli senza sapere questo particolare, si potrebbe pensare subito alla Svezia o alla Norvegia. La musica proposta dalla band è infatti un black metal melodico che vede nei Dissection la sua fonte di ispirazione ma personalmente ci ho trovato anche dei rimandi al sound degli Immortal del periodo di “At the Heart of Winter”
Dietro al nome Sinira si cela in realtà una one man band il cui unico membro è il polistrumentista Knell che si occupa di ogni cosa e la cura che mette in ogni dettaglio è notevole. Dal songwriting alla tecnica esecutiva tutto funziona alla grande in The Everlorn, formato da otto tracce suddivise in sei canzoni di lunga durata, un intermezzo ed un outro, che ci immergono in un’atmosfera glaciale, violenta, che si apre a momenti epici e melodie coinvolgenti. 
Dalla prima track Where Starlight Does Not Shine alla conclusiva Omega XI mi è stato impossibile staccarmi dall’ascolto fino all’ultima nota e con grande piacere ho alzato il volume per coglierne ogni aspetto. Se devo trovare dei limiti a questo lavoro, posso dire che le fonti di ispirazione sono molto evidenti e che la struttura dei pezzi, lunghi ed articolati, tende a ripetersi, ma parliamo di un esordio e di un album black metal, quindi si può tranquillamente sorvolare. Se poi vi sentite orfani di questo sound, la sensazione sarà quella di ritornare in luogo di cui sentivate la nostalgia.
L’album in realtà è già disponibile da circa sette mesi, ma unicamente in formato digitale. Finalmente il 26 febbraio verrà pubblicato su supporto fisico e distribuito, si spera in modo adeguato, grazie a Northern Silence Production e MetalMessage.
Un ascolto caldamente consigliato.
[Lenny Verga] 

Dave Matthews Band – Everyday (2001)

Con la Dave Matthews Band ho avuto un rapporto particolare, lo ammetto con candida sincerità. In un primo momento non li avevo cagati di striscio, forse per il miscuglio di sonorità che li contraddistingue; in un secondo tempo son rimasto completamente folgorato da Crash e per questo motivo ringrazio il buon The Crazy Jester. Il mio rapporto con la DMB, post-scoperta di Crash, è stato quello del tossicodipendente che ha trovato una nuova droga.
Adoro Crash, è un disco praticamente perfetto in ogni sua parte, mentre il resto della discografia non riesce a prendermi in pieno. E sì che Before These Crowded Streets è un signor disco. Però non ha avuto quell’impatto di Crash, che ci volete fare. 
Everyday è tutt’altra bestia e in termini di capacità di trasportarti in un mondo diverso, soffre terribilmente il confronto con i suoi predecessori. Sembra quasi un disco più serioso e cupo, anche se il minutaggio contenuto delle canzoni e il singolo d’apertura I Did it, potrebbero smentirmi. Il fatto è che l’appeal “radiofonico” dato da dei brani sotto i 5 minuti non è qualcosa che mi aspetto dalla DMB. Io mi voglio perdere dentro le canzoni e in Everyday non riesco a farlo. Anzi, in alcuni punti della scaletta arrivo addirittura ad annoiarmi un po’. 
Lo so, suona strambo detto da uno che continua a ribadire il concetto di minutaggio corto, ma è essenziale riuscire a distinguere in quale contesto poniamo questa affermazione. Ci sono band che necessitano, per natura e struttura, di un minutaggio cospicuo per trasmettere tutta la serie di emozioni; altre è meglio che rimangano brevi e concise. 
La Dave Matthews Band è una jam session band e così me la immagino e voglio sentire. Everyday invece è, anche secondo Carter Beauford, un prodotto della mente di Dave Matthews più che un lavoro collettivo. 
Questo particolare, sia chiaro, l’ho letto su Wikipedia giusto mezzo minuto prima di scrivere questa recensione e, ripensandoci bene, forse è proprio quello il motivo per cui Everyday non mi riesce a prendere bene. Che ne so. O forse sono rompicazzo di natura e vi dovete accontentare di questa mia recensione. 
[Zeus]

Fra alti e bassi, esce il nuovo dei Therion – Leviathan (2021)

Come ho già ribadito in altre occasioni, i Therion sono un’eccezione all’interno dei miei ascolti, di solito molto distanti da ciò che propone l’ensemble svedese. Ma li ho sempre adorati e sempre continuerò a farlo. Purtroppo le release dell’ultimo decennio hanno dimostrato parecchi alti e bassi ed il nuovo Leviathan, mi dispiace dirlo, non fa eccezione. 
ll mastermind Christofer Johnsson ha più volte manifestato la sua volontà di cambiare, di evolvere, di non ripetersi e tutto ciò è ammirevole, e può capitare qualche caduta di stile in trent’anni e passa di carriera. 
Se con Les Fleurs Du Mal avevano deciso per il cantato in francese (una novità) ed un approccio molto (eccessivamente?) easy listening, con il successivo e pretenzioso Beloved Antichrist avevano osato troppo, scontentando un po’ tutti. Insomma sono andati da un eccesso all’altro. 
Nel 2021, con il nuovo Leviathan i Therion fanno un passo indietro e cercano, stilisticamente parlando, di ritornare al periodo che va da Lemuria/Sirius B a Sitra Ahra senza però riuscire qualitativamente nell’intento. Fin dall’opener The Leaf on the Oak of Far ci si accorge che manca qualcosa, l’ispirazione principalmente. Troviamo echi della grandiosità che i Therion sono stati in grado di raggiungere in alcuni frangenti della title track, in Eye of Algol e Nocturnal Light, in quello che secondo me è il miglior pezzo dell’album Psalm of Retribution e nella conclusiva The Courts of Diyu.
Un po’ poco per un album che si lascia anche ascoltare, ma che scorre via innocuo lasciando solo un vago ricordo di sé. Spero che i Therion dal prossimo capitolo discografico riescano ad uscire dalla spirale in cui sembrano essere caduti e darci di nuovo un grande album.
[Lenny Verga]

La deriva del death metal melodico. Soilwork – A Predator’s Portrait (2001)

Nel 2001 i Soilwork cementano il death metal melodico svedese, quello peggiore, cristallizzandone tutti gli elementi brutti che posso rimembrare a mente lucida. Già nei dischi precedenti avevano incominciato a pianificare le mosse per produrre quello che poi sarebbe diventato lo standard per il disco melodeath di marca svedese: quindi veloce, melodico e soprattutto vuoto. Perché A Predator’s Portrait è un un LP che non dice nulla, arrembando su riff veloci, ma che non riesco a ricordarmi neanche a pagarli e, se togliamo la sostanziale inutilità della sei corde, cosa che non è nuova perché è così anche su Clayman, ci si mettono altri due fattori a rendere questo disco pesante e indigeribile: le tastiere e, spesso e volentieri, la voce di Strid. 
Sulle prime c’è poco da fare, ormai sono diventate di dominio comune in molti dischi della scena melodica svedese, mentre la voce di Strid riesce ad azzeccare qualcosa di realmente buono nel 50% dei casi, il resto inserisce solo delle notevoli porcherie in clean. 
A voler essere magnanimi, il disco è digeribile per un terzo, poi incomincia a scendere verso espressioni paradossali del genere o, detta esplicitamente, solo brani completamente inutili. E questo è un qualcosa su cui riflettere, perché da qua parte anche il successo vero della band e sarà anche la rotta che gli In Flames seguiranno nel giro di un paio d’anni, scrivendo di proprio pugno il proprio necrologio.
Forse, e dico forse, almeno A Predator’s Portrait ha una ragion d’essere rispetto ai due dischi post-Clayman di Fridén&Co, ma non posso giurarlo. 
Però il 2001 è un anno particolare, di sviluppo e quanto era in nuce nel 2000 viene sviluppato appieno. Tutto il Nord Europa va avanti con la sua rivoluzione, ormai uscito dal cono d’ombra della posizione geografica e riconosciuto degno di essere foraggiato dal denaro proveniente dalle case discografiche di grido (ad es. la Nuclear Blast, che sarà responsabile di quel temibile suono plasticoso che poi è il tipico esempio di made in Germany che non vogliamo supportare). Il problema è che alla rivoluzione non partecipano gli At The Gates che erano ormai scoppiati; mentre i Dark Tranquillity, che fino all’anno precedente erano ispirati e avevano appena dato alla luce l’album più rivoluzionario ed elettronico dagli esordi a questa parte, si apprestavano a diventare ottimi mestieranti privi di idee geniali e, vabbeh, degli In Flames non serve neanche che faccio qualsiasi menzione, tanto ne ho già parlato a più non posso.
In questo contesto di vuoto, si inseriscono i Soilwork che, complici due album con vendite decenti, sfruttano il nuovo trend buttandosi senza riserve su un sound che non è altro che un misto melodeath all’acqua di rose, con tutti gli elementi che porterà il metalcore alla forma finale che conosciamo e da cui sono anni e anni che non si stacca. 
Riconosco che band come i Soilwork e la nuova versione degli In Flames sono responsabili per aver svecchiato il pubblico e attirato sul metal le nuove generazioni, che indubbiamente li reputano più vicine alla loro sensibilità e ai gusti musicali, ma è anche vero che dischi come A Predator’s Portrait sono solo un sottoprodotto di quanto di buono era uscito anche solo fino alla fine del 1990 in Scandinavia. A guardarla con gli occhi di un quasi quarantenne, c’è da vedere in A Predator’s Portrait un ponte logico fra le nuove espressioni musicali europee e quanto sta producendo l’America di inizio 2000. La bilancia della reciproca ispirazione sta incominciando a pesare molto di più verso gli USA, con tutto il bene, e il male, che questo comporta sul mercato del Vecchio Continente. 
[Zeus]