Il vessillo del Demonio. Irdorath – The Final Sin (2020)

Recuperiamo con un po’ di ritardo The Final Sin degli austriaci Irdorath, uscito a maggio del 2020 ma arrivatomi tra le mani solamente adesso. Meglio tardi che mai, perché è un lavoro che merita di essere ascoltato e conosciuto. 
The Final Sin è il quinto capitolo discografico di una carriera iniziata nel 2006 con la pubblicazione di un demo a cui fece seguito, l’anno successivo, l’album d’esordio Götterdämmerung. Fin da allora gli Irdorath portano avanti un sound dedito alla violenza e alla cattiveria, risultato della commistione tra black e thrash metal.
The Final Sin è composto da nove tracce che non lasciano un momento di respiro, caratterizzate da un ottimo riffing, da una sapiente gestione degli ingredienti black e thrash che donano una certa dinamicità all’ascolto, da un azzeccato dosaggio della melodia. Certo non hanno inventato niente di nuovo, ma la padronanza della materia può portare comunque a dei risultati interessanti. 
Una cosa che mi ha colpito, ad esempio, è il contrasto tra la terza traccia Redeemer of the Heretics e la quarta Divine Delusion. Tanto violenta ed intransigente la prima, quanto melodica e basata sui mid tempo la seconda ma con un’affinità di base che porta queste differenze ad essere complementari, due aspetti di una stessa personalità. E questo è solo un esempio di quanto di buono c’è in questo album.
Due parole vale anche spenderle per l’ottima prestazione di tutti i musicisti. Se del riffing abbiamo già parlato, la sezione ritmica è un vero terremoto mentre la voce sa destreggiarsi tra scream e growl. Per concludere, se necessitate di punti di riferimento, per quanto limitanti, immaginate una via di mezzo tra i Mayhem ed i Kreator e avrete più o meno un’idea di cosa ascolterete. Consigliatissimo!
[Lenny Verga]

Non un trentenne qualsiasi. R.E.M. – Out of Time (1991)

Forse all’epoca non lo si era capito, ma il 1991 è stato un anno di svolta. Il metal stava  cambiando, cominciando due processi simultanei e totalmente opposti: l’heavy metal, inteso in generale, prova a sfondare il settore e arrivare alle masse e, paradossalmente o proprio per questo suo diventare materia “per molti”, incominciano a formarsi i mille sottogeneri che porteranno il metal ad accontentare solo circoscritti gruppi di ascoltatori e perderà la dimensione di fenomeno di massa. Solo alcune band son riuscite a tener i piedi nelle due staffe, riempiendo il tassello della caratterizzazione e della commercializzazione, ma sul lungo periodo è riuscito solo a gente come i Metallica del Black Album (che però smette di essere thrash metal) o i Maiden, gli altri ce l’hanno fatta per un paio di dischi o anni e poi saluti e si ritorna in una categoria più bassa. 
Ma anche il rock e il pop subiscono uno scossone; la spallata viene data principalmente dai Nirvana e il grunge in generale sul versante rock e dai R.E.M. sul versante più pop; ovviamente due pesi massimi nel genere.
Out of Time catapulta i R.E.M. nella ionosfera grazie anche ad un singolo conosciuto da chiunque, anche dal più idiota abitante di questo pianeta: Losing My Religion
Non faccio mistero che i R.E.M. rientrano nei miei ascolti. Quando ho voglia di qualcosa di diverso dal metal, ma rimanendo in un ambito abbastanza intelligente da non farmi vergognare di me stesso, butto su un disco di Stipe e son contento. Questo perché i R.E.M. riescono nell’intento di essere alternativi senza troppe rotture di cazzo, maneggiando bene il rock e rinchiudendolo in brani di massimo 5 minuti dalla forte componente pop. Quindi ci sono le chitarrine-indie sì, ma il songwriting è quello che ti ricordi dopo poco e non è scemo come la merda
Con Out of Time i R.E.M. decidono di sviluppare ancora il suono di Green e portarlo oltre, in direzioni meno “R.E.M”, pur continuando ad essere riconoscibili. Il mio problema con questo disco è che gli preferisco sia il suddetto precedessore, sia il successivo Automatic for the People. Pur essendo il disco del breakout commerciale, molti dei brani di Out of Time non li ascolto mai. 
Losing My Religion ormai la conoscono tutti, tanto che manca poco che arrivino a sottolinearmi che la canzone si apre con un mandolino, mentre Shiny Happy People è un classico che era tanto fresco ieri quanto oggi, ma il resto del disco? 
Certo, lo ascolti e senti che la qualità c’è, niente da dire. Ma non ha la quantità di brani che mi piacciono degli altri due. 
E poi Losing My Religion, detta in francese, ha anche un po’ rotto il cazzo, visto che è la colonna sonora di tutto, dal farmaco contro le emorroidi all’arrivo degli alieni. Bella certo, ma incomincia ad abboffare la uallera (cit.). 
Il 1991 è l’anno in cui i R.E.M. perdono la verginità underground, quella che funziona finché sei onesto e terra-terra e poi puzza se incominci ad usarla per tirartela, e vengono catapultati nel mondo dei grandi. Questo salto lo fanno con Out of Time, un disco che mischia rock, pop, country e che era stranamente fuori luogo nel 1990 e perfettamente integrato in un’epoca di rivoluzione sonora.
Il vero problema è che, uscendo allo scoperto e dimostrando che pur dietro la semplicità degli arrangiamenti c’è studio e intelligenza, hanno esaltato una miriade di band senza alcun valore, zozze di indie, completamente ignoranti e inascoltabili, che credono che vestendosi nel modo giusto, indossando lo stivaletto giusto e suonando alla cazzo due chitarrine leggere, si possa ripetere il botto. In altri termini, il 1991 e Out of Time sono stati il cibo e l’acqua per i Gremlin chiamati indie-band. 
[Zeus]

Grasso, grosso death metal. Frozen Soul – Crypt of Ice (2021)

Cosa ci aspetta nel futuro? Quali saranno i nuovi trend? Lo sviluppo della tecnologia ormai permette a chiunque di avere il suono preferito con poca spesa e permette a chiunque di fruire la musica di chiunque con pochi click, quindi cosa potrebbe mai stupirci quando schiacciamo play?
Purtroppo poco e niente di nuovo, tranne pochi casi, ma solo una mera riproposizione di quanto già detto e scritto, magari con una produzione migliore, suoni più potenti e più perizia tecnica, ma sempre niente di nuovo. Ed è un problema? No di certo, se uno lo sa fare bene, ci sa mettere il riff giusto e la giusta architettura nei brani si può tranquillamente riproporre uno stile già esistente e percorrere un sentiero già battuto.
In questo caso si tratta di death metal cadenzato e “groovoso” alla Bolth Thrower / Obituary con suoni grassi come il rimasugli nella pentola in cui hai cotto lo stinco a bassa temperatura per 16 ore. Le canzoni ci sono, i riff ci sono, gli stacchi e le ripartenze ci sono, voce un po’ monocorde ma scapocciamento assicurato: un classico disco da viaggio in auto quando non hai fretta e imposti il navigatore in modalità “panorama”.
Niente di più e niente di meno.
Mi piacerebbe vederli dal vivo, dove questa sottomarca del death metal dà il meglio, per vedere se hanno un al meno un pò del carisma delle stesse band da cui prendono ispirazione, che in fatto di carisma ne trasudavano in quantità.
[Lord Baffon II]

Il Nome della Fossa. Vermi Conquistatori 2 – Diluvio

Vermi Conquistatori 2 – Diluvio di Brian Keene parte da dove si era interrotto il primo volume, con i protagonisti che vagano in un mondo ormai completamente sommerso dall’acqua e martoriato da piogge interrotte. Non esiste un luogo sicuro, le acque sono popolate da creature terrificanti e mortali, quel poco di terre emerse rimaste sono infestate da un fungo che infetta ed assorbe qualsiasi cosa. 
Keene spinge il lettore, pagina dopo pagina, grazie ad una scrittura diretta, frizzante e a frasi brevi, a seguire senza sosta le imprese dei personaggi costantemente coinvolti in una corsa senza speranza attraverso un mondo che non ha più possibilità di salvezza, in una continua fuga dalla follia e dalla paura di morire in modi orribili e dolorosi.
Keene prende ispirazione dai miti Lovecraftiani e li rielabora in chiave apocalittica, omaggiando direttamente il Solitario di Providence il cui universo è aperto a chiunque voglia cimentarvisi. Se creature deformi, orripilanti e letali sono i principali mietitori di vite, sono la follia e la paura dell’ignoto ad aumentare la tensione e a tormentare i pochi sopravvissuti. Gli amanti dell’horror, del weird, di Lovecraft e della letteratura a cui ha dato origine troveranno in Vermi Conquistatori 2 – Diluvio un’insana fonte di divertimento. 
Brian Keene, poco conosciuto in Italia, è stato due volte vincitore del Bram Stoker Award, uno dei premi più importanti della letteratura di genere. Grazie alla casa editrice italiana Indipendent Legions diverse sue opere, insieme a quelle di altri ottimi scrittori ignorati dai “grandi” editori, saranno tradotte e pubblicate anche da noi. Se poi consideriamo che è anche un fan della nostra musica preferita, un articolo sulla nostra webzine se lo merita tutto.
[Lenny Verga]

Malakhim – Theion (2021)

Gli svedesi Malakhim sono una novità assoluta per il sottoscritto. A mia discolpa posso dire che la loro attività non risale ai tempi di Cecco Beppe, ma a soli tre anni fa e per di più con un demo. Theion, uscito qualche mese fa per Iron Bonehead Records è il debutto ufficiale e, signori miei, qua corro il rischio grosso di sfoderare paroloni grossi e poi vedermi esplodere la band fra le mani. Il motivo è semplicissimo, Theion è un disco maturo per una band emergente e sconosciuta, solo due membri (a quanto sembra) hanno militanza in band conosciute nel panorama estremo, e riuscire a condensare una prova efficace alla prima uscita in studio è tanto onorevole quanto pericoloso. Quante band mi son passate sotto le mani che sembravano avere il potenziale per spaccare il mondo e poi non ce l’hanno fatta a superare i propri limiti? Giusto per fare un nome: i Kvelertak penso siano un esempio lampante e tragicamente vero. 
I Malakhim sposano due visioni geograficamente lontane, ma la cui unione non risulta essere la classica accozzaglia di sonorità tirate dentro a membro di segugio tanto per risultare estremi o innovativi. No, i Malakhim pescano dalla onorevolissima tradizione svedese del black metal melodico di stampo Dissection/Necrophobic e pigliano anche elementi dalla scena australiana, esattamente in casa Deströyer 666: il risultato son 40 minuti di sberle in faccia e cinica malevolenza. Gli svedesi picchiano, assaltano, accelerano e poi ritornano sui tempi medi, ma senza dimenticarsi che ci sono due elementi importanti che devono esserci sempre per fare un buon disco: ci devono essere le canzoni e, se non punti sulle melodie ruffiane, i riff devono rimanerti nella testa. 
Entrambi questi punti son stati rispettati. Le canzoni ci sono, e già con l’iniziale There is a Beacon, si setta il mood del disco, e nel corso dei 40 minuti di durata, anche il lavoro delle due chitarre funziona e non poche volte quello che ne esce mi rimanda ai Necrophobic. Spesso critico quando i rimandi sono evidentissimi, ma in questo caso lo inserisco come un plauso, una nota di merito. Da molti anni è tradizione consolidata nel black metal, ma non solo!, quella di guardarsi indietro e rielaborare un sound già consolidato. La differenza la fa l’approccio e quindi come viene lavorato l’input del passato: mera copia o spunto? Nel caso dei Malakhim non ci son dubbi dove viene presa l’ispirazione, ma l’abilità della band di trovarne una via che sappia quasi toccare le corde scosse dagli ultimi Necrophobic non è da poco. 
Dentro Theion ci senti Satana forte e chiaro e, in un debutto targato 2021, non è male. 
Ovviamente non è un LP perfetto e, onestamente, è un complimento. Le incertezze, alcuni riff nella media o dei giri a vuoto sono il terreno su cui i Malakhim possono lavorare e su cui crescere. Per il momento mi godo Theion e vi assicuro che è semplicissimo schiacciare play una volta che il disco è finito.. e non è la prima volta che lo faccio nelle ultime settimane. 
[Zeus]

Melechesh – Djinn (2001)

Non posso certo dire che la scena mediterranea e quella nordica hanno occupato due momenti tanto differenti nell’evoluzione musicale del black metal, visto che le due scene si sono evolute in modo tutto sommato parallelo e, mentre Euronymous era ancora vivo e vegeto, la Norvegia ha guardato con attenzione a quanto succedeva in Grecia (per la precisione a casa dei Rotting Christ). Indubbia è, però, la tipicità specifica delle due scene musicali, quella nordica e quella che fa capo al Mediterraneo: se della prima ho speso moltissime parole su questo blog, della seconda c’è ancora molto da parlare, visto che non si limita a toccare il Portogallo, l’Italia e la Grecia. Il bacino del Mediterraneo è estremamente florido e sono molte le lande impensabili dove nascono band dedite al nero metallo e, in questo contesto, troviamo proprio i Melechesh.
Chi aveva mai sentito Isreale come patria genitrice del black metal? Nessuno. Ok, c’erano gli Orphaned Land, ma stiamo parlando di un’altra cosa e di un impatto molto diverso su una comunità estremamente religiosa come quella che risiede in quella terra. Ci vuole coraggio a tirar fuori un disco black metal in Israele, anche se il discorso può essere ripreso e amplificato per altri Stati come l’Iran (vedasi il documentario Dawn of the Black Hearts). Ecco perché mi sembra corretto ricordare che, vent’anni fa, la band di Ashmedi e Moloch buttava fuori Djinn
Vent’anni fa, Cristo. Adesso nominare i Melechesh è cosa semplice, visto che hanno fatto uscire 6 dischi e spiccioli (fra EP e split), ma all’epoca erano degli esordienti, visto che il loro primo vagito era targato 1996 e si chiamava As Jerusalem Burns… Al’Intisar
Anche di farli rientrare nel black metal puro è alquanto complesso, perché ancora oggi Djinn suona come una cosa a sé stante, che mette insieme thrash e black dal sapore folk. E, per mettere tutto in prospettiva, lo stesso cantato di Ashmedi era difficile catalogazione, spaziando fra black, thrash e folk metal.
Però una cosa è sicura: i riff sono quelli giusti, quelli che sanno di falafel, hummus, templi, religioni semitiche e leggende del Medio Oriente, mentre il resto della band, su tutti Proscriptor (proveniente dagli Absu), imbastiscono un muro sonoro pieno e variegato. I brani non viaggiano sempre a mille all’ora e anche se la doppia e il tupa-tupa ci sono e mettono tanta carne sulla griglia, non si ha mai la sensazione di trovarsi in qualcosa che sfiora i Marduk o i Setherial incazzati col mondo. E qua sta tutto il discorso, perché quel sottilissimo quid “recitativo” che francamente non mi ricordavo più bene, separa Djinn da quanto sentito prima e inserisce il nome Melechesh nella casella black metal del Mediterraneo. 
E, visto nel 2020, questo disco assume un’importanza ancora più grossa, vista la crisi che stava attraversando il black metal mediterraneo nel 2000/2001, in cui le derive gotiche e/o industrial avevano messo in difficoltà esponenti chiave come i Rotting Christ e i Moonspell. I Melechesh fanno sentire, se c’era bisogno, che i riferimenti musicali del black metal erano ancora quelli storici e non c’era bisogno di grandissime evoluzioni gotiche per suonare convincenti. 
[Zeus]

Una scia di sangue. Vomitory – Revelation Nausea (2001)

Nel momento di scrivere questa recensione, non riesco a togliermi dalla testa il concerto dei Vomitory al Kaltenbach Open Air del 2019. Una botta assurda, veramente. Mi accorgo solo ora che non ho mantenuto fede alla mia promessa di recensire Redemption, ma proverò a rimediare – anche se non so quando. Nel 2019 gli svedesi festeggiavano i 20 anni del secondo disco in studio, mentre ora è tempo e luogo per celebrare un nuovo compleanno: quello di Revelation Nausea. Nel 2001 i Vomitory cambiano line-up diventando un quartetto, con la conseguenza di lasciare a piedi Jussi Linna e facendo sì che Erik Rundqvist prendesse il doppio ruolo di bassista/cantante. Il risultato è un disco quasi perfetto nel suo interpretare l’old school death metal e, riascoltato adesso, mentre fuori fa un freddo bastardo e la neve imbianca i tetti delle case (per la cronaca, scrivo questa recensione a gennaio) si sente che è ancora fresco e ha un tiro incredibile. 
Se vogliamo fare le pulci, ma giusto perché poi mi accusate di partigianeria o di prendermela comoda nelle recensioni, Revelation Nausea è idealmente suddivisibile in due tronconi: il primo va dalla prima alla sesta traccia, il secondo comprende le ultime 4 canzoni del disco. Le prime sei canzoni sono dinamite allo stato puro: veloci, ferali e con la tendenza a volerti colpire in faccia senza tregua, elemento che è essenziale nell’ottica dei Vomitory 2001 AD. La sola When Silence Conquers è più epica e rimanda ad una certa band inglese che, di ritmiche mid tempo e inni da battaglia, ne ha fatto un caposaldo della propria produzione in studio – anche se i Vomitory comunque ci mettono del loro per dare il giusto tocco personale. 
La seconda parte di questo LP non è brutta né noiosa, se vogliamo è solamente più “scolastica” e meno avvincente del sestetto iniziale – sentitevi The Holocaust per una perfetta sintesi della cosa, una canzone che parte alla grande e poi si stabilizza su un “normale” death metal svedese. Il fatto è che nella prima parte i Vomitory sembrano in preda all’estasi e macinano death metal (Beneath The Soil) con una semplicità quasi imbarazzante e questo era indubbio allora e lo è anche adesso che mi sto riascoltando il disco senza sosta.
Ci sono cose nella musica che è difficile spiegare su carta (schermo), perché non è nient’altro che un feeling che viene fuori dalle casse del tuo stereo o dalle cuffie; non posso descrivere quella sensazione di una band che ha una marcia in più fino ad un certo punto di Revelation Nausea e poi sembra “calmarsi” (termine relativo, visto che le canzoni viaggiano sempre spedite) e approcciare il death metal con maggiore praticità; cristo, io la sento la differenza che passa fra Exhaling Life e The Art of War. Stessa band, stesso disco, ma attitudine diversa ed è questa che permea i brani fino a When Silence Conquers: un mix fra death metal, old school e la sottile capacità di rendere vagamente catchy quello che di natura catchy non è. 
Vorrei rivederli dal vivo i Vomitory, sono onesti, sinceri e spaccano; praticamente una di quelle band che raramente deludono. Peccato che l’ultima uscita sia datata 2013 (forse il capitolo meno avvincente della loro discografia: Opera Mortis VIII) e che adesso siano occupati unicamente a ricordare i 30 anni di vita della band. 
[Zeus]

Milestones. Queen – Greatest Hits II (1991)

Se non hai fratelli maggiori che ti passano la loro musica o un contesto familiare dove la musica è all’ordine del giorno, dove puoi assimilare e formare il tuo gusto musicale? Dove cerchi le basi di quello che poi andrai ad ascoltare e che, se tutto va bene, sarà la colonna sonora della tua vita? Io non ho fratelli e a casa mia la musica era prevalentemente quella che passava la radio. Non per una scelta cosciente, ma perché lavorando tutto il giorno e rientrando a casa stanchi morti, l’ultima cosa che i miei avevano voglia di scegliere era la musica, quindi meglio la radio e le grandi hit degli anni ’80. Ma i miei avevano i loro gusti musicali, cosa che avrei scoperto solo più tardi – e che mi avrebbe fatto risparmiare un po’ di anni di imbarazzanti ascolti radiofonici. 
In quel tripudio di nulla anni ’80, di batterie elettroniche, tastiere a tracolla e di lustrini e circo ci sguazzavo come il maiale nel fango. E poi, perché avrei dovuto credere che ci fosse “altro”? In fin dei conti non avevo neanche toccato i primi 10 anni di vita, quindi il gusto musicale era quello che era e non posso certo dire che, ancora in fasce, fossi destinato ad essere rocker o metallaro. Tutt’altro. A vederla adesso, con 30 anni in più sulle spalle, la possibilità di diventare un truzzo o un classico ascoltatore della radio era plausibile come quella di scegliere la via del rock. Come lo chiamano, sliding doors, corretto? 
E poi negli anni ’80, qualche cosa interessante la passava la radio, diciamocelo. Erano gli anni in cui Michael Jackson spopolava e mi ricordo che avevo anche la cassettina con Bad. Dite quello che volete, ma se parliamo di qualità nel pop, ci passa un Donau fra Mr. Jackson e la pura merda che si sente in radio in questi anni. 
Ma anche qua, il rischio di diventare un poppettaro era dietro l’angolo. Ma non lo sono diventato, e il motivo sta nell’influenza musicale datami da un vicino di casa. Visto che abitava un piano (forse due, non mi ricordo benissimo) sotto di noi e passavo ore a casa sua, era inevitabile che prima o poi qualcosa del suo background musicale finisse per influenzarmi. Non poteva accadere diversamente. Fu in quegli anni che ho sentito per la prima volta due band: i Dire Straits (di cui ho già parlato e che diventeranno la colonna sonora di tre quarti dei viaggi in macchina con i miei) e i Queen
E questi ultimi hanno avuto un’influenza fortissima nella mia scelta musicale, anche se poi non li avrei mai più ascoltati così tanto come feci da bambino.
All’epoca avevo due dischi dei Queen tra cui districarmi: Innuendo e Greatest Hits II. L’importanza del primo è indubbia, mentre il secondo, comprensivo di ogni hit pensabile fino al 1991, mi ha aiutato a scegliere la mia via musicale. In Greatest Hits II c’era una canzone che, ogni volta, mi scatenava dentro la voglia di saltare, di spaccare qualcosa e di urlare: in altri termini, mi faceva salire la scimmia sulla schiena di far casino. Cosa che mi è rimasta ancora oggi quando ascolto musica, se non mi prende in mezzo al petto, non avrà un grande futuro nei miei ascolti.
Quella canzone era I Want It All. Il riff iniziale (anche se manco per il cazzo sapevo cosa fosse un riff) e l’attacco di batteria e i soli di Brian May erano la mia personale definizione di rock; e io volevo quella musica. Da quel momento in avanti, il pop diventò decisamente troppo leggero. La radio non aveva il sentimento giusto e non mi metteva in pace con il mondo, mi lasciava inquieto, e questo era già indicativo di molte cose visto che avevo compiuto da uno sputo 10 anni all’epoca dell’uscita di Greatest Hit II. Nella musica ho sempre cercato “qualcosa”, spesso la pesantezza, l’estremo o qualsiasi cosa si adattasse alla mia idea di come dovesse suonare un brano. E I Want It All ha acceso la miccia che poi porterà ad altre scoperte. Ironia della sorte, se adesso ascolto black metal, lo devo molto anche a quella canzone di Brian May e a Greatest Hits II
Come dicevo, sliding doors.
[Zeus]

La parte più bella è l’artwork. Sepultura – Nation (2001)

La verità è che a partire dal 1996 i Sepultura hanno perso la brocca e non si sono più ritrovati. E dicendo 1996 teniamo ancora conto l’esperimento nu-metal di Roots, che è quello che è ma nel 1996 i Sepultura almeno spaccavano il culo ai passeri. Potete discutere quanto volete, ma sfido a non sentire un po’ di brivido quando parte Roots Bloody Roots e mi rispondete positivamente anche se siete fermi con la lancetta del metal al 1986. 
In quell’anno il giocattolo esplode, probabilmente i brasiliani si sono sentiti intimoriti dalla inaspettata vittoria in Coppa dei Campioni della Juventus. Max Cavalera lascia la band di punto in bianco, puntando dritto su progetti che vanno a corrente alterna o semplicemente di merda; mentre i restanti Sepultura tirano dritto per la strada maestra, ma non ci capiscono più un cazzo, tanto che Kisser comincia a perdere colpi nel riffing e nella scrittura. E da questo momento partorisce prima il temibile Against, poi si sveglia temporaneamente dal torpore, compone Sepulnation più 14 filler dimenticabili o imbarazzanti. Forse questa è la recensione di Nation, un disco che dopo vent’anni continua a dimostrare la pochezza di idee che i brasiliani avevano all’epoca. 
A parte l’artwork di Fairey, che ancora oggi reputo decisamente bello con tutti quei rimandi all’estetica comunista. E visto che nelle recensioni è raro che parlo della cover, diciamo che è tutto un programma sapere che la cosa più bella di Nation è l’artwork. Mi dà da riflettere.
Il problema grosso di Nation è un generale fregauncazzo che traspira in tutto quello che suonano. Il povero, bistrattato, Derrick Green si sforza di fare il suo ma non ha quell’attitudine pasta-e-fagioli dei testi di Max Cavelara (uno che su quattro slogan in croce ci ha fatto una fortuna) e i brani implodono, ma l’appunto sulla generale prova di merda la si può rivolgere anche a Kisser e a Igor Cavalera, che fa finta di esserci con la testa ma ormai non ha più il tiro vero e proprio che lo contraddistingueva a suo tempo
Da questa generale svaccata i Sepultura non si riprenderanno più, anche se con il tempo prenderanno coscienza di un po’ di cose e cercheranno di metterci una pezza
[Zeus]

Ancora riflessioni sui Dimmu Borgir e Puritanical Euphoric Misanthropia (2001)

I Dimmu Borgir ormai sono un argomento scottante ovunque se ne parli, tutto quello che hanno pubblicato dopo Enthrone Darkness Triumphant è fonte di discordia. Ma secondo me qualche piccola soddisfazione sono riusciti a darcela anche in seguito, in termini di singole canzoni, non di album interi.
Se il precedente Spiritual Black Dimension mancava un po’ di personalità, faticando a rimanere nelle menti degli ascoltatori, Puritanical Euphoric Misanthropia cerca di virare verso nuove coordinate. Per molti è l’album dello sputtanamento definitivo e da un certo punto di vista lo posso capire.
Personalmente è un disco che ho ascoltato abbastanza in passato e il motivo è presto detto. Nonostante il sempre maggior uso di orchestrazioni, troviamo le chitarre ancora in primo piano e il riffing in generale non è male, sempre presente e dinamico. L’introduzione di un po’ di elettronica non mi è dispiaciuta. Che poi ciò non sia sufficiente a fare di questo album un grande album, ne sono consapevole. 
Al netto di pro e contro Puritanical Euphoric Misanthropia ci lascia almeno due ottimi pezzi, Blessing upon the Throne of Tyranny e Kings of the Carnival Creation (uno dei miei preferiti della band) ed una hit che tutti conoscono, Puritania. Adesso chi nomina solo Mourning Palace è in difetto. Oltre a ciò, una formazione che in live fa scintille. A distanza di vent’anni sono ancora convinto della validità di queste tre canzoni, ma anche che tutto il resto è abbastanza trascurabile e può fare giusto da sottofondo.
[Lenny Verga]