Non un trentenne qualsiasi. R.E.M. – Out of Time (1991)

Forse all’epoca non lo si era capito, ma il 1991 è stato un anno di svolta. Il metal stava  cambiando, cominciando due processi simultanei e totalmente opposti: l’heavy metal, inteso in generale, prova a sfondare il settore e arrivare alle masse e, paradossalmente o proprio per questo suo diventare materia “per molti”, incominciano a formarsi i mille sottogeneri che porteranno il metal ad accontentare solo circoscritti gruppi di ascoltatori e perderà la dimensione di fenomeno di massa. Solo alcune band son riuscite a tener i piedi nelle due staffe, riempiendo il tassello della caratterizzazione e della commercializzazione, ma sul lungo periodo è riuscito solo a gente come i Metallica del Black Album (che però smette di essere thrash metal) o i Maiden, gli altri ce l’hanno fatta per un paio di dischi o anni e poi saluti e si ritorna in una categoria più bassa. 
Ma anche il rock e il pop subiscono uno scossone; la spallata viene data principalmente dai Nirvana e il grunge in generale sul versante rock e dai R.E.M. sul versante più pop; ovviamente due pesi massimi nel genere.
Out of Time catapulta i R.E.M. nella ionosfera grazie anche ad un singolo conosciuto da chiunque, anche dal più idiota abitante di questo pianeta: Losing My Religion
Non faccio mistero che i R.E.M. rientrano nei miei ascolti. Quando ho voglia di qualcosa di diverso dal metal, ma rimanendo in un ambito abbastanza intelligente da non farmi vergognare di me stesso, butto su un disco di Stipe e son contento. Questo perché i R.E.M. riescono nell’intento di essere alternativi senza troppe rotture di cazzo, maneggiando bene il rock e rinchiudendolo in brani di massimo 5 minuti dalla forte componente pop. Quindi ci sono le chitarrine-indie sì, ma il songwriting è quello che ti ricordi dopo poco e non è scemo come la merda
Con Out of Time i R.E.M. decidono di sviluppare ancora il suono di Green e portarlo oltre, in direzioni meno “R.E.M”, pur continuando ad essere riconoscibili. Il mio problema con questo disco è che gli preferisco sia il suddetto precedessore, sia il successivo Automatic for the People. Pur essendo il disco del breakout commerciale, molti dei brani di Out of Time non li ascolto mai. 
Losing My Religion ormai la conoscono tutti, tanto che manca poco che arrivino a sottolinearmi che la canzone si apre con un mandolino, mentre Shiny Happy People è un classico che era tanto fresco ieri quanto oggi, ma il resto del disco? 
Certo, lo ascolti e senti che la qualità c’è, niente da dire. Ma non ha la quantità di brani che mi piacciono degli altri due. 
E poi Losing My Religion, detta in francese, ha anche un po’ rotto il cazzo, visto che è la colonna sonora di tutto, dal farmaco contro le emorroidi all’arrivo degli alieni. Bella certo, ma incomincia ad abboffare la uallera (cit.). 
Il 1991 è l’anno in cui i R.E.M. perdono la verginità underground, quella che funziona finché sei onesto e terra-terra e poi puzza se incominci ad usarla per tirartela, e vengono catapultati nel mondo dei grandi. Questo salto lo fanno con Out of Time, un disco che mischia rock, pop, country e che era stranamente fuori luogo nel 1990 e perfettamente integrato in un’epoca di rivoluzione sonora.
Il vero problema è che, uscendo allo scoperto e dimostrando che pur dietro la semplicità degli arrangiamenti c’è studio e intelligenza, hanno esaltato una miriade di band senza alcun valore, zozze di indie, completamente ignoranti e inascoltabili, che credono che vestendosi nel modo giusto, indossando lo stivaletto giusto e suonando alla cazzo due chitarrine leggere, si possa ripetere il botto. In altri termini, il 1991 e Out of Time sono stati il cibo e l’acqua per i Gremlin chiamati indie-band. 
[Zeus]

12 pensieri su “Non un trentenne qualsiasi. R.E.M. – Out of Time (1991)

      1. Mi rendo conto ora del refuso dovuto al correttore automatico.
        Sí, avevo l’impressione che non fosse male ma c’è sempre stato qualcosa che mi bloccava. Forse la mia stupidità eh.

        "Mi piace"

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