HateSphere – s/t (2001)

Come sono arrivato agli HateSphere? Diciamo che per un paio d’anni, nella metà del 2000, giravano parecchio ed erano promossi molto dalle riviste metal, vuoi per meriti propri, vuoi perché il singer Jakob Bredhal faceva parte anche degli italianissimi e defunti, almeno credo, Allhelluja. Esposizione e tempismo, quindi eccomi ad ascoltare qualche disco della band e scrivere al di sopra citato Bredhal informazioni sul suo studio di registrazione. 
Per la cronaca, le richieste non erano poi così esose come si potrebbe pensare. 
Ritornando indietro come un salmone, si arriva al 2001 e al debutto, l’omonimo HateSphere. Il disco arriva in un momento in cui il metalcore fa breccia nei bill dei concerti, il thrash è in uno stato comatoso e il death metal melodico è anch’esso messo male, visto che gente come Dark Tranquillity o In Flames svaccano e chi segue, ad esempio i Soilwork, svilisce il sound di Gothenburg in qualcosa che non riesce più a prendermi veramente. 
Gli HateSphere mischiano tutte le carte, prendendo in parti quasi uguali sia dal thrash sia dal death, coniando un death-thrash con molto groove e senza gli agghiaccianti momenti in clean che poi saranno un difetto mortale del metalcore più slavato. Letta così, sembra che i danesi abbiano fiutato il tempo, anticipando quello che poi sarà trend negli anni successivi e riuscendo, nel debutto, a creare un qualcosa da tenere. 
Non proprio vero, dato che nei 40 minuti di durata, forse la metà del tempo è efficace e il resto suona o già sentito o semplicemente senza idee. Tralasciando l’intro di III Will, che mi imbarazza sentirlo da sobrio, HateSphere non riesce a farmi venir la voglia di riascoltarlo, almeno non per intero. Qualche pezzo qua e là, ma mi fa sollevare il sopracciglio come quando mi presentano un drink contenente tequila. Non mi verrebbe mai la voglia di berlo, ma se mi costringo ce la faccio e probabilmente non sbocco neanche. 
[Zeus]