Todd La Torre – Rejoice in the Suffering (2021)

Spesso si affrontano discussioni sul ricambio generazionale del metal e si insiste sul fatto che non ci siano più i frontman di una volta. Ecco, non è vero. E’ però vero che non si dà la possibilità ai giovani di fare la loro strada e di dargli la possibilità di crescere. Questo discorso vale anche per il qui presente Todd La Torre probabilmente, perché a mio avviso fino ad ora non gli sono stati riconosciuti i giusti meriti, e lo si vede spesso solo come il rimpiazzo dell’ormai sessantenne Geoff Tate.
La Torre, singer già alla corte dei veterani  Queensrÿche, ora si accinge ad iniziare una sua carriera solista e ci regala questo Rejoice in the Suffering, dove questo musicista canta e suona anche la batteria, ed è poi coadiuvato da Craig Blackwell (Chitarra, Basso Tastiera). In più abbiamo due ospiti sull’album, ovvero Jordan Ziff (Assolo su traccia 6) e Al Nunn (Tastiera su traccia 13).
Cosa dobbiamo quindi aspettarci da questo album? Tanta buona musica è la risposta, e soprattutto una bella dose di metal robusto e una produzione al passo coi tempi. Non so se l’inizio di questa carriera solista sia una valvola di sfogo del buon Todd, oppure il tutto sia nato perché le idee di questo artista non hanno trovato spazio nei  Queensrÿche, ma quello che conta alla fine è la musica, e in questo caso la qualità non manca di certo. Probabilmente il metal proposto in questo album è più di stampo europeo, piuttosto che americano, e mi vengono in mente spesso i Primal Fear, ascoltando questo album. Ma tutto sommato ci sono altre influenze, come ad esempio il thrash metal americano e l’influsso dei Judas Priest di Painkiller. Ne deriva da tutto questo un album roccioso nei suoi riff di chitarra quadrati e affilati, e con una sezione ritmica davvero potente. Per quanto riguarda il modo di cantare di Todd, molti già lo conosceranno per le sue qualità espresse nella sua band madre, e in questo disco non si smentisce ed amplia ancora un pochino il raggio di azione, dimostrandosi un singer di razza, disinvolto in tantissime tonalità, da quelle più alte a quelle più basse fino ad arrivare a quelle più melodiche o aggressive. I brani, infine, sono quasi tutti meritevoli e ben assemblati, e mettono in mostra buone doti sia tecniche che compositive e con diverse melodie vocali vincenti. Un album di esordio che non è magari un capolavoro, ma che non mancherà di conquistare il cuore dei defenders più coriacei. Ed è anche una occasione per smetterla di dire che non ci sono più cantanti o dischi metal validi in circolazione…Questo album smentisce questa tesi e ci mette un po’ di curiosità su un ipotetico secondo capitolo di questo artista.
[American Beauty]

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