Over the Voids… – Hadal (2020)

Quanto lontano si può scappare prima che tutte le esperienze passate ti riprendano? Nel caso del mainman The Fall e degli Over the Voids… non si va lontanissimo, visto che dentro questo secondo disco, Hadal, troviamo un mix di sonorità che riportano alla mente Mgla e al black metal norvegese. La cosa non dovrebbe stupire, visto che dietro il monicker Over the Voids… si nasconde l’attuale bassista live degli stessi Mgla, nonché membro dei conterranei Medico Peste e attivo anche negli Owls Woods Graves, con l’altro chitarrista live degli Mgla. La Polonia è un Paese piccolo e tutti si aiutano, a quanto sembra, dato che M. (mainman degli stessi Mgla) si occupa del mixing e mastering.
Poteva il disco suonare in maniera diversa da come suona? No, anche perché Hadal è una prosecuzione di quanto fatto vedere nell’esordio Over the Voids… di tre anni prima. L’esordio non sarà stato una rivelazione o la scoperta dell’acqua calda, cosa che non penso sia necessaria in ogni caso, ma era un debutto con rimandi forti al sound polacco e The Fall tirava fuori dal cilindro cose come Prophet of the Winter (e tutti gli stacchi acustici del caso) e una conclusione come Never Again Will They Hunger, in cui mescolava un po’ di tutto, compresi i canti gregoriani.
Per evitare di rifare la stessa cosa due volte, in Hadal, The Fall cambia approccio: le parti acustiche vengono usate come intro ed outro, con il valore relativo che si portano appresso, e, in ambito strettamente compositivo, sfronda i brani e li tiene a bada cercando di non superare i 5/6 minuti di durata.
Scappare da sé stessi, però, è difficile e quindi il Mgla-sound è ancora presente in dosi massicce, cosa non negativa in sé se quel tipo di black metal piace e se è fatto come Satana comanda, ma viene contaminato con rimandi alla Norvegia degli anni ’90 (mi piace sentirci dentro qualcosa dei Satyricon) e, perché no, anche ad influenze crust-punk (Witchfuck ha quel groove particolare, seppur il ritornello non trasudi odio come dovrebbe). Quello che più stupisce, invece, sono le aperture melodiche e le linee in clean alla Agalloch presenti in Stone Vault Astronomers, comunque ricomprese in una traccia che martella riff black fino alla reiterazione selvaggia.
Se siete degli adorati della scuola Mgla e affini, in Hadal troverete tutto quello che vi piace e non ne sarete di certo delusi. Se invece incominciate ad essere stufi di tutta la schiera di band che si rifanno a quel sound, forse è meglio puntare verso altre forme di black metal.
[Zeus]

Il suono della foresta. Agalloch – Of Stone, Wind and Pillor (2001)

Sarò rimasto indietro di quasi vent’anni, ma secondo me il miglior disco degli Agalloch rimane ancora The Mantle. L’ho già detto in sede di recensione dell’esordio della band di Haughm e forse mi è rimasto impresso solo quel disco pr una serie di fattori che non riesco a ricordare, ma tant’è, The Mantle è, e rimane tutt’ora, il mio disco degli Agalloch. E anche se non voglio, il metro di paragone per tutta la discografia successiva. 
Nel 2001 gli Agalloch sono pronti a lasciarsi alle spalle la pelle dell’esordio per intraprendere un percorso verso il futuro e nell’EP Of Stone, Wind and Pillor gettano le basi per quello che poi realizzeranno nel 2002. Lo scarto non può essere brutale, tanto che la title-track (con quel riff che mi ricorda un po’ i Rotting Christ di Triarchy of the Lost Lovers) è in un certo senso il ponte che collega Pale Folklore con quanto andranno a produrre da lì ad un anno – infatti le prime tre canzoni provengono tutte da una session del 1998 -, ma lo spostamento verso altri lidi, verso un folk atmosferico venato di sfumature black cascadiche è dietro l’angolo. Gli strumentali sono struggenti e disegnano paesaggi autunnali (Foliorum Iridium Haunting Birds) e anche la seconda metà dell’EP è in costante crescita, tanto che la cover dei Sol Invictus (Kneel to the Cross) è ben inserita nel complesso con quel suo mood pagano e il finale lasciato alla messa in musica di un poema di Yates è di gran classe.
In questo EP incominciano a filtrare elementi che possono ricordare i primi Empyrium, ma la qualità proposta è talmente alta che mi sembra di far danno agli Agalloch nel citarli esplicitamente.  
Of Stone, Wind and Pillor, pur essendo un EP di passaggio e con brani risalenti a qualche anno prima, è da recuperare e ancora oggi, a vent’anni di distanza, riesce ad emozionare. 
[Zeus]

Bestemmie australiane. EOS – The Great Ascension (2020)

Con il passare delle giornate, mi sto accorgendo che la mia formazione al Fantacalcio non è proprio quella corazzata inaffondabile che mi sarei aspettato ad inizio campionato. Colpa di una formazione basata in parte su quella dell’anno prima e che, nel 2021, ha un grado di bollitura notevole, colpa del Covid che mi sta massacrando la forma atletica di molti giocatori e, ovvio, anche di una mia mancanza di reale interesse nel vedere le partite. Mi fido del fiuto da talent scout, fiuto che funziona sì e no quattro volte ogni 3 anni. Quindi succedono annate come questa, in cui non sono realmente scarso, ma neanche veramente forte. Vai te a recriminare sulle bizze di un Ronaldo o su altri giocatori che non stanno rendendo, se perseveri nel cercare qualcosa nel passato, a fossilizzarti sull’idea che quello che è stato fatto negli anni prima sia perfetto e immarcescibile, allora prima o poi rischi di tirarti la mazzata sui piedi.
E questo sta succedendo a me. E, se fossero nella nostra lega, potrebbe dirsi anche degli EOS e del loro debutto The Great Ascension. Gli australiani, bestemmiatori a sprazzi e complici nell’avere quante cose più velenose sul globo terracqueo nel loro continente, hanno alcune idee buone, ma non troppe. Ed è un giudizio che li percorre per tutto il corso dell’ascolto. Non ci trovi niente di sbagliato dentro questo LP, 34 minuti di black metal dal sapore Mgla e Batushka ma senza strafare, seppur ci siano dentro anche alcuni riff che mi ricordano i Dark Funeral (l’attacco di Valkyrie) e il vocalist è forse il punto espressivo più alto di questo disco. Il tizio si danna l’anima e si sente che ci crede forte e duro, partorendo linee vocali che viaggiano fra scream tipicamente black, qualche accenno di growl e parti in cui sembra vomitare l’anima, i santi e bestemmie in egual misura. Quello che non si può dire, invece, è che gli EOS siano forieri di sperimentazioni azzardate o di un recupero della furia degli anni ’90. Utilizzando tutto lo spettro di riff già sentiti nella scena black del primo decennio del 2000, ma senza essere supportati da un batterista innovativo come Darkside, non riescono a spostarsi di un millimetro da quanto altre band hanno già fatto, e meglio. Sulla batteria, ampiamente triggerata, possiamo aprire un discorso a parte, visto che è funzionale ma tutt’altro che memorabile.
Nella parte centrale di The Great Ascension ci sono alcuni buoni momenti e un paio di riff funzionano nel contesto anche se non me li ricordo dopo essermeli sentiti, ma non riescono a scansare l’idea che sono un progetto nato per emulare quanto sta avvenendo in questi anni in Polonia. Bravi nel riproporre quanto è di moda nel black metal moderno, ma niente di più. E la cover dei Lord Belial non aggiunge proprio niente al pezzo originale.
[Zeus]

Recuperi, Núll – Entity (2020)

Sono un paio di settimane che sto cercando di capire se questo Entity degli islandesi Núll mi piace. Al primo ascolto mi ha lasciato perplesso, non facendomi impazzire per nessuna delle caratteristiche che lo contraddistinguono; in seguito, il miscuglio fra doom e depressive black di targa islandese, mi ha incominciato a prendere. Penso in maniera alquanto subdola, visto che non riesco ancora oggi a fissarmelo bene in testa. In alcuni momenti, la disperazione contenuta in questo LP, il secondo per la formazione nordica, mi ricorda molto quanto fatto dai nostri conterranei Shores of Null nel loro ultimo, e decisamente ottimo, LP. I Núll hanno nel DNA quel cielo plumbeo, quella disperazione che sembra essere un elemento fondante delle terre in cui il sole fa capolino quando gli aggrada. E tali sentimenti vengono ben definiti sia quando l’accento si pone sul doom, con ritmiche lente, avvolgenti e gradatamente melodiche, sia quando intervengono le sfumature black, forse l’elemento meno in vista del songwriting del quintetto, ma presente senza ombra di dubbio. Quest’ultimo spunto è forse una normale conclusione visto che due quinti della band provengono dai conterranei Misþyrming e i riflessi del “sound islandese” ci sono e non vengono nascosti, seppur elaborati nel contesto Núll e lontani dalla band-madre.
Nel caso di Entity, l’unico elemento che forse non è sempre perfetto sono le vocals di S.S., che non aggiungono quasi niente al substrato emotivo del disco: le clean sono abbastanza monotone seppur non si possano sollevare obiezioni di sorta; il singer riesce ad esprimere un range maggiore con lo scream, dove tocca acuti alla Dani Filth, ma anche qua non è che risalti in maniera spudorata.
Ma questi, ovviamente, son pensieri miei e voi potreste trovarle buone.
In definitiva, Entity è un disco discreto con alcuni buoni momenti, anche se non mi ha fatto spellare le mani né l’ho mai cercato per farlo andare in loop; d’altro canto non ci sono neanche momenti osceni e la tracklist è coerente e di buona qualità. La Ván Records ha forse fiutato un affare e, se la crescita degli islandesi non si ferma ad una riproposizione senza pudore dello stesso canone, allora (forse) questi Núll potremmo risentirli e recensirli con toni più felici.
[Zeus]

Il perfido MegaDave. Megadeth – The World Needs a Hero (2001)

Ci sono dolori che non si dimenticano mai.
Noi metallari poi siamo abbastanza delle lagne in questo campo, quando si parla di delusioni musicali, basta tirare fuori determinati dischi o periodi e sono sofferenze. C’è chi riesce bene a mascherare e chi invece esibisce un espressioni di chi caga sassi la mattina appena alzato.
Uno di questi casi riguarda i Megadeth e il periodo seconda metà degli anni ’90, lo sentite il dolore che nasce, cresce, corre? Il buon Mustaine ci ferì non poco, giocandoci dei brutti tiri, tanto che personalmente Youthanasia rimase l’ultimo album dei Megadeth che ascoltai volentieri per un lungo periodo. 
Nel 2001, col volgere del nuovo millennio, il nostro affezionatissimo si diede una scossa e, ormai orfano di due quarti della formazione storica che tutti amiamo, pubblicò The World Needs A Hero, ma non tutto andò nel modo giusto, almeno secondo i fan. A vent’anni di distanza questo album ha sicuramente il pregio di essere un primo tentativo di tornare sui propri passi, ma a parte questo, c’è ben poco di cui essere contenti. Tolti un paio di episodi e qualche bel riff qua e là, The Wolrd Needs A Hero suona ancora oggi spento e un po’ strascicato, tanto da non tornare così spesso nel lettore CD. 
Dobbiamo comunque dargli atto di averci provato, di aver dato la spinta che porterà a risultati migliori negli anni a venire. La strada della risalita è stata molto dura per i Megadeth ed è partita da qui, nonostante il breve periodo di scioglimento che ne seguì.
[Lenny Verga]

Il Nome della Fossa. HATECORE CONNECTION L’anima nera dell’Hardcore. [Davide Maspero e Max Ribaric – ed. Passaggio al Bosco]

Torna la coppia Maspero e Ribaric, che dopo aver esplorato in lungo e largo la frangia nazista del black metal con Come lupi tra pecore si dedicando alla scoperta dell’estrema destra in chiave Hardcore. Come nel libro precedente vengono esplorate le varie scene nazionali ed il tutto viene corredato da foto, approfondimenti e interviste. Dato che le radici della musica Hardcore vengono dal punk e sono per lo più associate a ideologie inclusive e “socialiste”, si dà molta importanza a descrivere le origini e background delle varie “scene”: la grande differenza rispetto all’NSBM, che trattava per lo più di personaggi o singole band, nel contesto Hardcore si parla per lo più di scene, di etichette e/o movimenti che aggregano i vari protagonisti. Molta importanza viene data all’America, patria dell’Hardcore in senso generale, e di riflesso anche di questo suo deviato sottogenere.
Ad essere sincero, questo libro l’ho apprezzato di meno rispetto a Come lupi tra pecore, ma probabilmente perché mi sento più legato al Black Metal che all’hardcore, genere che non mi ha mai appassionato più di tanto, ma il libro è comunque fatto in maniera egregia, dettagliata e con taglio “giornalistico”, è scritto in maniera chiara e si legge facilmente.
L’argomento è specificato da subito, ed essendo un un reportage, gli autori non esprimono nessuna “opinione” ideologica. Io, comunque, ho sempre qualche difficoltà a comprendere certe posizioni, anche perché, come persona insicura che mette sempre in dubbio anche quello che ha visto con i miei stessi occhi e toccato con mano, sentire di persone che prendono come “religione” e “verità assolute” ideologie che nel 2021 sono più nella categoria “storia” che “politica”, mi stona tantissimo.
[Lord Baffon II]

Imha Tarikat – Sternenberster (2020)

Un detto quanto mai vero è che se voglio mangiare il miglior kebab, devo andare in Germania e, visto che non voglio sembrare scontato e monotono, si può dire la stessa cosa dell’Inghilterra con il curry. Le curry house inglesi sono degli assoluti paradisi per le papille gustative, su questo non ci piove.
Per quanto riguarda il kebab e tenendo ben presente il fatto che quella poltiglia che ci pappiamo a volte è solo carne (?) compressa in tubetto, la Germania è patria accogliente per i turchi e, vista la quantità percentuale rispetto ai tedeschi, allora non c’è da stupirsi che anche in ambito musicale ci siano sempre più commistioni fra la variegata popolazione germanica.
Gli Imha Tarikat sono esempio lampante di questa commistione, essendo un duo turco-tedesco che, udite udite, suona black metal. Spulciando un po’ Metal Archives, noto che sono attivi da quattro anni e, comprensivo di questo, hanno già fatto uscire un EP e due LP. Non male, a dirla tutta.
Per poter capire un po’ Sternenberster sono andato ad ascoltarmi anche il precedente LP Kara Ihlas. Le differenze sono notevoli, anche se in termini di evoluzione e non si scostamento netto. In questo secondo disco, Ruhsuz Cellât, compositore principale e mainman della band, non si accontenta più di far fluire tutte le anime in un contesto “armonioso”, mitigando le spinge centrifuge a favore di un sound che ha nel moderno black metal polacco un discreto punto di riferimento, ma cerca in tutti i modi di far scontrare tutte le anime della band. Gli estremi del sound si susseguono, creando esplosioni di violenza e velocità, così come assestandosi su momenti più psichedelici. A volte mi sembra di sentirci dentro quasi delle derive post-hardcore, momenti che poi vengono inglobati in un sound che è debitore tanto della Norvegia quanto della Svezia per quanto riguarda velocità, aggressione e melodie.
Non inventano niente gli Imha Tarikat, ma la personalità si sente e così anche alcuni dubbi che possono sorgere, soprattutto per l’interpretazione vocale di Ruhsuz che scandisce le parole in maniera talmente categorica da far perdere ogni forma di “melodia” alla voce, tanto che sembra sputare fuori parola per parola. A mio avviso questo è il punto che più mi lascia dubbioso, visto che spesso le sue vocals mi annoiano e spero nei momenti unicamente strumentali. Certo, lo stile caratteristico di Ruhsuz è un punto caratteristico, ma non sembra distinguersi dalla massa è un fattore di reale pregio, soprattutto se il risultato finale è qualcosa che infastidisce dopo pochi minuti che ascolti Sternenberster.
Eliminata dall’equazione l’irritante voce del singer e soprassedendo ai momenti in cui la band si ubriaca di sé stessa e aggiunge qualche spezia di troppo dal sapor post-qualcosa, il secondo disco degli Imha Tarikat è buono e lo si ascolta senza difficoltà. Musicalmente viaggia bene, veloce e cattivo e i momenti in cui indulge nelle derive Mgla sono di buon gusto e ti fanno perdere il contatto con il qui ed ora; cosa che ritengo molto positiva per un LP con queste caratteristiche.
Il disco è uscito l’anno scorso, ma voi siete ancora in tempo a recuperarlo.
[Zeus]

The Vintage Caravan – Monuments (2021)

A volte un bagno d’umiltà mi serve, anche solo per sentirmi vecchio e stanco. Guardo la carta d’identità e segnala che sto arrivando al mai troppo declamato “nel mezzo del cammin di nostra vita” e non posso certo fregiarmi di aver rivoluzionato chissà cosa. Però ascolto metal e, rispetto a coetanei che entrano in crisi esistenziale e si comprano la Mini Minor, mettono i jeans con il risvoltino e il pullover color salmone morto sulle spalle, posso dire che arrivo ai 40 con un dignità e rispetto per me stesso. Il problema è che ci sono poi i tipi come tal Óskar Logi Ágústsson, il quale all’età di 27 anni (se le fonti di Wikipedia non mentono spudoratamente e mi ritrovo davanti un nuovo caso Luciano/Eriberto) ha registrato 5 dischi ed è sotto contratto con la Nuclear Blast.
Chi è Óskar Logi Ágústsson direte voi? Anche se non siete proprio dei geni del crimine, potete fare 2+2 e capire che il tizio in questione, di chiara steppa nordica, ha a che fare con la recensione in questione. Se anche voi l’avete capito, allora potete darvi una pacca sulla spalla e andare avanti a bearvi della vostra cultura musicale.
Perché sì, Óskar Logi Ágústsson è il leader dei The Vintage Caravan, apparsi già su queste pagine con il precedente Gateways, disco fra l’altro che avevo apprezzato non poco. A tre anni di distanza e un’epidemia di Covid che sta mettendo a dura prova la mia pazienza, gli islandesi se ne escono con il quinto LP intitolato Monuments.
Altre stellette per chi l’avesse capito senza arrivare a questo punto della recensione.
Monuments non poteva che essere il disco della definitiva maturazione della band, ormai capace di mescolare senza vergognarsi sia le esplosioni hard rock (Forgotten), le visionarie spezie psichedeliche e momenti di intimità (This One’s for You, la quale ha un ritmo da ninna nanna). Il passo in avanti nel songwriting è netto e su questo punto non ci sono dubbi.
Il trio islandese è anche abbastanza furbo da strutturare una tracklist che vede nella prima parte sonorità più catchy, senza peraltro risultare stupide o insipide, mentre nella seconda metà del disco sviluppano il loro sound in maniera coerente ma con canzoni di certo meno adatte ad essere potenziali singoli. E questo lo dico tenendo conto che, comunque, Sharp Teeth ha riff ben definiti ed Hell è sorniona.
Unici nei di Monuments? Per me, Torn in Two è quasi una canzone “telefonata” nel classico stile The Vintage Caravan, non un brutto segno ma non tiene il ritmo delle prime, e così anche Said & Done.
Fortunatamente il disco finisce con Clarity e va tutto bene perché quella doppietta tutto sommato “normale”, non fa male.
La Napalm Records ha fatto un buon acquisto soffiando la band alla Nuclear Blast; se non incomincia a sputtanarla si trova in mano un gruppo che, vista la giovane età, ha la potenzialità per crescere sempre di più nel corso degli anni; a patto, ovviamente, che i tre islandesi non incomincino a farsi beffare dalla fame di soldi e di passaggi radiofonici facili.
[Zeus]

Falconer – Falconer (2001)

Tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2000, passato il boom del black metal e del death melodico, diverse band si votarono alla causa del riportare in auge le sonorità più classicamente metal che sembravano essersi assopite e non interessare più quasi a nessuno, se non a una piccola cerchia di affezionati. 
Il successo di band come gli Hammerfall portarono inevitabilmente ad un’ondata di band fotocopia dai risultati spesso imbarazzanti, ma fortunatamente ci fu anche chi riuscì riproporre quel sound in modo convincente e personale con una qualità altissima. 
Tra questi gli svedesi Falconer meritano una posizione di tutto rispetto. La band di Stefan Weinerhall, formatasi dallo scioglimento dei Mithotyn, esordì con l’album omonimo nel maggio del 2001 e ci regalò un mezzo capolavoro.
Oggi gli stessi Falconer non esistono più, essendosi sciolti nel 2020 dopo una carriera costellata di ottimi album ma dalla scarsa attività live che probabilmente contribuì a lasciarli sempre relegati tra le band di nicchia. Si potrebbe definire i Falconer un gruppo che non ha raccolto quello che si sarebbe meritato. Ma questo, lo sappiamo, vale anche per un sacco di altre band.
Riascoltare l’esordio oggi è ancora estremamente appagante, merito di un sound potente e pieno, un mix di power e classico heavy, dovuto soprattutto alle chitarre di Weinerhall e alla bellissima e personale voce di Mathias Bald. Al tutto si aggiunge una piccola dose di melodie folk inserite sempre nel modo giusto, al momento giusto. Se non avete mai ascoltato questo album, è il momento di porre rimedio.
[Lenny Verga]

Pompa Funebris, Marduk: La Grande Danse Macabre (2001)

La storia ne è piena zeppa di gruppi che fanno uscire quello che, per molti, è un capolavoro e poi si ritrovano fra le mani una decisione scomoda e importante: come proseguire da quel momento in poi? Accontentare i fan o fottersene e andare avanti per la propria strada? Sono domande fondamentali per una band e dimostrano il grado di sviluppo e il livello di coscienza che il gruppo ha di sé. Guardate il caso dei Testament. Dopo essersene usciti con The Gathering, non ne sono più usciti e hanno messo il pilota automatico. Idem potrei dirlo degli Amon Amarth, anche se per loro il concetto di pilota automatico dura da così tanto tempo che è diventato uno stile vero e proprio.
I Marduk pensano bene di mandare a fanculo tutti e la dimostrazione di questo atteggiamento la si poteva già subodorare nel 2000 con l’EP Obedience, che definirlo scarso è una valutazione imparziale. Appena ho messo nello stereo La Grande Danse Macabre ho capito subito che sotto il face-painting c’era poco o niente. O forse ho capito male e c’era un grande vaffanculo di Morgan, giusto per dirmi che lui fa un po’ quel che gli pare e non deve per forza fare un Panzer Division Marduk pt. 2 per essere felice dei suoi Marduk. Sia chiaro, il vaffanculo raggiunge il suo scopo ultimo: La Grande Danse Macabre è francamente un disco spesso sottotono e in molti tratti anche noioso. E lo è anche adesso, che son più o meno vent’anni che gira nel mio stereo stereo. 
Mi immagino Morgan a scervellarsi con il quesito su com evitare il confronto con Panzer Division Marduk. La risposta per lui deve essere stata lampante, anche se io non l’ho capita benissimo, ahimè, visto che proprio non mi riesce di trovare il senso di un disco che parte con due strumentali su tre pezzi e poi decide scientemente di non raggiungere mai uno standard qualitativo elevato. Non punto il dito contro le canzoni lente, sia chiaro, perché lo sanno anche i morti che i Marduk sono incapaci di creare una canzone a velocità multiple. Hanno il selettore con scritto: velocissimo e lento. Per tutto il resto dello spettro sonoro ci sono milioni di altre band. E questa “ignoranza” compositiva è uno dei fattori che mi fa amare questa band, sia chiaro. 
Il problema de La Grande Danse Macabre è che evitato il problema del Millennium Bug e diavolerie simili, Morgan si è guardato dentro e non ci ha trovato tante idee da usare. Quando va sul sicuro e scatena la sua ira con pezzi veloci come Azrael, li fa cattivi sì, ma mancano di qualcosa; mentre quando tira il freno a mano, spesso e volentieri fra l’altro, i dubbi non fanno altro che aumentare. Intendiamoci subito, i Marduk sanno scrivere degli ottimi pezzi lenti e cadenzati (The Blond Beast, ad esempio), sfruttando due riff in croce rovescia per creare un’atmosfera sulfurea (Funeral Dawn), il fatto è che su La Grande Danse Macabre tirano la minestra per 7/8 minuti senza mai venirne a capo, tanto che la title-track si salva a stento dalla noia profonda, mentre una  Bonds of Unholy Matrimony è quasi insopportabile. Il resto del disco non è invecchiato meglio, concedendosi “il lusso” di svaccare quelle poche buone idee che si trovano nella canzone e finire per afflosciarsi su brani pressoché inconcludenti. 
All’epoca non ne ero al corrente, Wikipedia e Blabbermouth erano cose sconosciute o quasi, ma i segnali di That’s All Folks! fra Morgan e Legion erano già evidenti.
Nel 2003 il duo tenterà di salvare baracca e burattini con World Funeral, un disco che ha il preciso dovere morale di rompere il cazzo a tutti i fan dei Marduk e per questo motivo, paradossalmente, lo apprezzo più de La Grande Danse Macabre, ma i Marduk di Panzer Division Marduk erano finiti e dovettero forzatamente cambiare per poter sopravvivere. 
[Zeus]