Milestones. Kyuss – Blues For The Red Sun (1992)

Mi fa quasi specie pensare che Blues For The Red Sun ha quasi trent’anni. Anche perché i Kyuss sono stati la band che ho amato (e amo) e di cui sono riuscito a seguire, anche se in maniera indiretta e quasi casuale, il suo implodere dopo neanche tre dischi e pochi anni di attività. Erano una band destinata ad uscire di scena presto, non poteva durare all’infinito e, facendo proprio il motto di Neil Young, hanno deciso che era meglio bruciare piuttosto che spegnersi lentamente. Cosa che suona poetica, ma già con … And The Circus Leaves Town erano ad un livello compositivo non più all’altezza del loro passato e quindi, questo lento spegnersi, era già nell’aria.
Ho sentito Green Machine non so dove e non so quando moltissimi anni fa e quella canzone non me la sono più tirata via dalla mente. Aver scoperto Blues For The Red Sun è stato il necessario passo avanti. Il mio passo evolutivo verso l’adorazione assoluta della musica per drogarsi.
La venerazione per questa band era talmente grande che ho passato anni a firmarmi con il nickname Kyuss in chat musicali ed era anche il primo nickname che ho utilizzato per scrivere su TheMurderInn. All’epoca scrivevo ancora più di merda di quanto faccia adesso, so che è difficile crederlo visto la qualità non da Pulitzer delle mie recensioni, ma vi posso assicurare che una volta ho tentato di rileggere le cose che scrivevo e mi son trovato a cagare pietre affilate con le lacrime che scendevano impietose sulla barba.
Ma Cristo, se ti chiedono un nickname da utilizzare, quale daresti se sei, da anni, in fissa per lo stoner? Sì, intorno al 2002/2003 (quando sono entrato in TMI), lo stoner era una fissa non ricambiata visto che se lo cagavano in pochi e, quei pochi, era difficile trovarli.
Quindi ecco il nickname Kyuss, giusto per rimarcare al mondo (che erano 12 lettori o forse di più, visto che all’epoca su TMI ci scriveva un bel po’ di gente che poi ha deciso di passare a riscuotere fama, cocaina e donne/uomini su altri lidi) che il recensore che scriveva adorava lo stoner. E lo adora ancora ed è tutto merito di questo Blues For The Red Sun. Solo di questo disco.
Senza questo LP del 1992 non mi sarei messo in testa di approfondire lo stoner e, forse, avrei incominciato ad essere un fan dei Korn. Senza i Kyuss, anche se non posso giurarlo al 100% visto che son rompicoglioni dalla nascita, forse non avrei mai trovato “lavoro” come manager (ah ah) prima e come roadie poi in una delle migliori realtà altoatesine in termini di musica metal e stoner. E non lo sto dicendo per piaggeria o perché ne sono collegato, ma perché son 16/17 anni che sti ragazzi si sbattono a far uscire dischi e far concerti e lo fanno in una Provincia, quella di Bolzano, che è talmente povera di possibilità di suonare che è un miracolo anche solo aver la forza di ritrovarsi in saletta e comporre qualcosa. Figuratevi farlo per così tanti anni.
Senza i Kyuss e senza Blues For The Red Sun non sarei poi passato ai Queens Of The Stone Age, di cui ho perso progressivamente ogni minima traccia di piacere nell’ascolto, ma di cui conservo 3 ottimi dischi da passare ai figli e nipoti.
Nel 1992 i Kyuss mettono su disco l’ABC di un certo modo di intendere lo stoner e, visto che band come questa ne nascono una ogni chissà quanti anni, 2 anni dopo scrivono le tavole della legge del genere con Welcome to the Sky Valley.
Blues For The Red Sun era, è e sarà uno di questi dischi che ascolti sempre con lo stesso piacere. Lo puoi buttare su mentre grigli, mentre sei sull’autostrada o mentre stai facendo la fila al LIDL per prendere uno schifosissimo kebab di manzo surgelato, ma il risultato è che incomincerà a salirti sulla faccia un sorriso sornione, vagamente strafatto e, come se non bastasse, la testa incomincerà a fare su e giù.
Cool prima che chiunque potesse anche solo averne idea che un genere come quello proposto dai Kyuss potesse anche solo lontanamente essere associato a quel termine, Blues For The Red Sun è l’inevitabile approccio per chi volesse sentire lo stoner e, come tutti i primi amori musicali, difficilmente uscirà dalla tua vita.
Di certo non è uscito dalla mia e, ancora oggi, a decine d’anni di distanza, è un LP che mi rimette in contatto con quella parte di me che non vuole crescere e che cerca il rifugio sicuro dentro un genere musicale.
[Zeus]

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Ondskapt – Slave Under His Immortal Will (2001)

Sconosciuti ai più, gli svedesi Ondskapt sono probabilmente ritornati sulla bocca di tutti perché l’attuale chitarrista è anche il bassista dei Marduk. Per il resto, non è che fossero uno dei cinque gruppi più citati nelle conversazioni da bar e, di certo, non per questo Slave Under His Immortal Will che ne è anche l’EP che li fa esordire nel mondo dei grandi.
All’epoca, 2001, gli Ondskapt erano ancora un duo e curiosamente, in questo esordio mischiano in parti diseguali radici svedesi e l’imprinting norvegese, andando a puntare forte verso i cugini norvegesi e guardando con un certo interesse a quanto avevano fatto i Gorgoroth degli inizi.
In Slave Under His Immortal Will il duo Nabemih e Acerbus stava ancora cercando di trovare una reale via di sbocco per la propria musica, ma le idee di base si sentono subito: velocità elevate ma mai in maniera sconsiderata, ma anche una costante ricerca della componente atmosferica (Dark Past) per ottenere un EP che non è semplicemente l’ennesimo assalto all’arma bianca, ma è anche capace di fornire quell’aura sconsacrata che in molti, con l’arrivo del 2000, stavano cercando di nascondere sotto le influenze più disparate.
Le due tracce di Under His Immortal Will sono oneste e senza reali guizzi, ma fra una registrazione sporca ma “crispy” e il tentativo di riportare il black metal dove dovrebbe essere (e quindi in territorio satanico) non ti fa rimpiangere di avergli dedicato un quarto d’ora del tuo tempo.
[Zeus]

Nihilism – Cataclysme Vers l’Ascendance (2021)

I Nihilism vengono dalla Grecia, anche se i titoli dei loro album sono in francese. Anche i titoli delle canzoni sono in francese ma probabilmente perché i titoli delle canzoni sono anche i titoli degli album. Cioè il titolo dell’album è anche il titolo di tutte le canzoni contenute in esso. In breve, tutte le canzoni di questa nuova release si chiamano Cataclysme Vers l’Ascendance, seguite da un numero progressivo che va da I a VII. Stessa cosa vale per il precedente album d’esordio Obscurite Noir
Se tutta questa spiegazione vi sembra contorta è perché ho appena finito di ascoltare l’album in oggetto, che definire contorto significa sminuire la situazione. I Nhilism, di base, vengono etichettati come black, ma partirei dicendo che suonano musica estrema. Poi ci infiliamo dentro il black, ma anche il death ed il doom. Quello che troverete qui dentro, però, è difficile da inquadrare. La band propone sette tracce dalle strutture complesse, in continuo divenire e dove i riff sono caratterizzati dalla dissonanza, dai contrasti e dalla furia cieca, intervallati da rallentamenti e da aperture melodiche che vanno dall’acustico all’epico, dall’atmosferico allo psichedelico, all’effettistica del rumorismo. 
Possiamo usare termini come avanguardia, sperimentazione, fatto sta che ascoltare i Nihilism non è per niente facile. Al primo ascolto il tutto può apparire abbastanza caotico, frammentato, si va dal poco comprensibile alla genialata nel giro di un secondo e ciò lascia spesso interdetti.
L’album necessita di essere sviscerato e se avete il tempo, la voglia e l’impegno di farlo, troverete del materiale molto interessante. Le dissonanze mi fanno venire in mente band come i Gorguts, le parti più violente gli Anaal Nathrakh e in alcuni momenti ci ho sentito un qualcosa degli Strapping Young Lad di City. La sperimentazione e la ricerca di strutture non comuni mi ha ricordato i Deathspell Omega. Aggiungete una tecnica esecutiva notevole e avete più o meno il quadro completo.
C’è chi vede nei Nihilsm l’astro nascente della scena estrema greca. Sarebbe bello vedere una band di questo tipo uscire dall’underground senza galleggiarci sopra ma arrivando un po’ più in là, anche se la vedo dura, data la voglia pari a zero di impegnarsi in un ascolto complesso dell’ascoltatore medio. 
[Lenny Verga]

Anima bucolica, Ulfven – Folklore (2019)

Mentre scrivo, il sole primaverile non fa capolino su Graz da almeno 2/3 settimane. Sembra essersi dimenticato che è primavera e che è necessario ricaricare le pile con temperature miti e possibili gite nei boschi; anche perché di concerti non se ne parla ancora e, post-apertura della gastronomia, non so che cifre verranno riportate dai media. Questo tempo bastardo è un peccato, credetemi, perché Graz è una città tutt’altro che grigia o industriale; ci sono moltissimi, e ampi, spazi verdi e bastano pochi minuti per uscire dal centro città caotico e trovarsi in una dimensione quasi inaspettata.
Pur non essendo un novello Thoreau, la possibilità di lasciare le quattro mura di casa o del lavoro per annusare un bosco, per immergersi nel verde, respirare le leggende che popolano ogni metro quadro di questo sporco pianeta e levarsi dalle palle l’umanità intera è qualcosa che mi aggrada e mi rilassa. Non sono l’unico e non ho di certo scoperto l’acqua calda, anche se ci sono persone che reputano la natura qualcosa da sterminare per potersene stare ben impacchettati in casa, nel bel mezzo del cemento, ad aspettare il prossimo livello di un gioco a caso della Playstation.
Gli Ulfven credo siano del mio stesso punto di vista, almeno a giudicare dall’album Folklore rilasciato ormai due anni fa. E no, non mi sono sbagliato a scrivere, sono proprio gli Ulfven, formazione svedese da due anni e con radici in altrettanti gruppi sconosciuti.
Mescolando death metal melodico, doom e una buona componente atmosferica, gli Ulfven camminano sul filo sottile fra una maggiore aggressività tipicamente death (il growling tombale, le accelerazioni e una generale attitudine tutta nordica per il death metal) e parti più melodrammatiche fornite proprio dalla componente doom. Questo connubio gli permette di non essere monocromatici, facendo respirare brani e stratificandone per bene il suono. A volte mi saltano in mente i Shape of Despair, soprattutto per quella commistione fra un growl tombale e le lentezze pachidermiche che caratterizzano alcuni dei brani, mentre in altri frangenti sono gli Swallow the Sun ad uscire dai solchi del disco e qua non serve specificarne il motivo, mi pare chiaro dove si vada a parare.
In generale, Folklore funziona, non stufa e ti spinge a riascoltarlo per poterne leggere tutti i passaggi o trovare alcune sfumature; non è raro accorgersi solo in un secondo istante dei malinconici arpeggi acustici posizionati in momenti chiave della canzone (ad esempio, A Mother’s Berayal). Dall’altro lato, come per molti esordi, ci sono alcune parti che non reggono e potevano essere semplicemente tagliate o accorciate senza che il brano ne subisse un vero danno.
Per un genere come quello degli Ulfven, ci sono due elementi che devono funzionare: l’atmosfera e la capacità di sfornare dei riff che hanno un senso. In entrambi i casi, il risultato è positivo e quando i riff funzionano (per quanto semplice, il riff portante di Elegy for a Child ti fa fare su e giù con la testa e vorresti sinceramente trovarne molti di più dentro ogni singola canzone.
Forse non entrerà nelle classifiche di fine anno, ma gli Ulfven hanno scritto un LP d’esordio che merita di essere ascoltato, anche perché è figlio di una tradizione difficile da onorare e, quando gli riesce senza incertezze, Folklore è realmente un buon disco.
[Zeus]


Riti occulti. Acârash – Descend to Purity (2020)

Sono arrivato agli Acârash in maniera del tutto casuale, tanto che non sapevo benissimo cosa aspettarmi e, in secondo luogo, ci sono arrivato anche con un anno di ritardo sulla seconda, e ultima, uscita. Descend to Purity è uscito, infatti, nel maggio 2020 e, secondo quanto riportato da Metal Archives, è una commistione fra black metal, doom e occult rock.
Il che, a leggerlo, è alzare un sopracciglio, perché ti aspetti un disco con i controcoglioni e questo pone l’asticella abbastanza in alto. Il fatto è che gli Acârash, o forse Metal Archives, promette più di quanto mantiene e in questo momento subentra il retrogusto amarognolo. Descend to Purity non è un brutto disco, solo che ha il brutto vizio di andare a fare il verso ai Satyricon ultima maniera, quindi neanche quelli buoni, quelli che son dritti dritti e senza troppe eccellenze e qualche momento depressivo (per chi ascolta) in più. In secondo luogo, gli Acârash hanno sì elementi black metal (scream e tremolo picking) e anche il doom non è troppo distante, seppur interpretato come substrato emotivo e per certi tempi più lenti, ma in termini di occult rock, che è l’elemento che dovrebbe distanziare la band dalle altre mille che escono in questi anni, siamo decisamente carenti, visto che i quattro mezzi arpeggini non li posso mettere dentro alla categoria “influenzati in maniera pesante dall’occult rock).
Già nel precedente In Chaos Becrowned la band norvegese aveva fatto vedere tutti i limiti della propria musica, non riuscendo mai ad affrancarsi dall’ombra pesante di Satyr e con questo secondo LP, pur raffinando leggermente il songwriting e riuscendo a produrre alcuni pezzi che non ti vergogneresti di mettere in una eventuale playlist, dimostrano ancora una volta la loro dipendenza “morale e di ispirazione” verso le vecchie glorie del metallo nero.
Vista la relativa accessibilità, il tocco vagamente art-sy che spargono sui 38 minuti di musica e con quel mix fra decadenza, occulto e Satana all’ingrosso, mi aspetto di veder citati gli Acârash da tizi/e che bevono assenzio (e vedono le fate verdi danzare) e pensano di essere nel film Dracula di Coppola.
Non proprio il miglior spot elettorale per questa band.
[Zeus]

Nordici olandesi. Kjeld – Ôfstân (2021)

I Kjeld sono un po’ come i prodotti alimentari che trovi nei supermercati discount, gridano a gran voce che sono italiani/greci e via dicendo e poi leggi dietro e son raccolti/confezionati/creati a 400Km di distanza da qualsiasi riferimento terreno con il luogo che spacciano come “origine del prodotto”.
I Kjeld ti buttano sul muso una dichiarazione d’intenti come la nomea di frisian black metal e quindi black metal di origine olandese, con tanto di testi e titoli in lingua madre; ma poi li ascolti e ti sorge il dubbio se ci sono o ci fanno. Non in senso cattivo, visto che quando ascolti Ôfstân, ultima prova in studio del quintetto olandese, l’ultima cosa che ti viene in mente è la terra dei tulipani, dei coffee shop e del Gouda. Il riferimento primo e unico è quello della Scandinavia di fine millennio – inizio 2000, tanto per dare un fattore temporale al sound che sparano i cinque orange.
In particolare, Ôfstân ha un sound tipicamente black metal norvegese di fine 1990 e, per circoscrivere ancora di più il cerchio di riferimenti possibili, i Kjeld hanno tutti il poster dei Taake in sala prove.
Pur professandosi “autoctoni”, è proprio la band di Hoest quella che emerge nel riffing e nella costruzione dei brani (un esempio su tutti, Wylde Rixit, che si porta appresso addirittura uno stacco da plagio).
In generale, si potrebbe riassumere il sound dei Kjeld come un mix di velocità parossistiche, che però non soffocano un’attitudine dedita a variare il riffing ad ogni piè sospinto, una predilezione particolare per quelle sensazioni “made in Bergen” e un occhio anche ad una componente più melodica e di origine viking/pagan (la parte centrale della title-track ne è un esempio lampante).
Fortunatamente gli olandesi hanno capito che le tastiere e l’elemento epico non possono prendere il sopravvento su tutto finendo per far del disco un minestrone di nulla e caos, e quindi utilizzano le prime come complemento e il secondo in determinati momenti, senza strafare.
Quello che però non si può nascondere sotto il tappeto, pur con tutta la buona volontà e l’apertura mentale, è che i Kjeld non sono una band originale. Sempre meglio delle puttanate schifose definite come totalmente originali (?! per quanto questo termine sia oggetto di dubbi e riflessioni), che escono in quantità enorme nel panorama estremo mondiale, ma Ôfstân è pur sempre in debito d’ossigeno in termini di riconoscibilità visto che suona “Taake” e non Kjeld. E questo è comunque un limite, per quanto onesto e decente sia il risultato finale che ne esce.
[Zeus]

Dopo la tragedia. Lynyrd Skynyrd – 1991

Nel 1991 i Lynyrd Skynyrd non erano altro che l’ombra di sé stessi, martoriati da morte e sfiga, che poi è una costante della band. Nel 1977 lasciano questa valle di lacrime il vero motore della band (Ronnie Van Zant) e il chitarrista che, in Street Survivors, era riuscito a rivitalizzare una band allo sbando fra droghe, alcol e risse: dicasi Steve Gaines. I superstiti all’incidente aereo si disperdono in mille progetti, fra cristiani rinati (Billy Powell) e tentativi di portare avanti una visione musicale (il duo Rossington Collins e, in proprio, Artimus Pyle). Progetti che hanno avuto alterne fortune, tanto che l’unico che tiene botta a distanza di anni è proprio la Artimus Pyle Band.
La sfiga, che dei Lynyrd Skynyrd è amica stretta, mette alle corde Allen Collins che, nel giro di un paio d’anni perde figlio, moglie e poi, totalmente sfondato di alcol e droghe, causa l’incidente in cui perde la vita la fidanzata. Ah, e nello stesso rimane paralizzato dalla vita in giù, Giusto per essere sicuri che si porterà sulla coscienza una croce grande così.
Praticamente, i Lynyrd Skynyrd sono una band da ascoltare con entrambe le mani posizionate in maniera ferrea sulle palle.
Undici anni dopo l’incidente aereo, i Lynyrd Skynyrd ritentano la fortuna e ritornano sul palco e, violando gli accordi fatti post-incidente, registrano Southern by the Grace of God, con tanto di Allen Collins tenuto in formazione come mascotte e, udite udite, come esempio vivente di sfiga conclamata – tanto che deve fare ammenda ogni singola data del tour davanti alla platea.
Questo supplizio dura pochi anni, visto che nel 1990 Collins tira le cuoia per una polmonite e il resto della band, ormai con i motori caldi e volenterosa di far fischiare le chitarre, sforna Lynynrd Skynyrd 1991. Visto che la situazione è propizia, tutti i Lynyrd Skynyrd viventi sono presenti e la formazione è quasi quella originaria, con tanto di rientro di Ed King alla chitarra e formazione a tre completata da tale Randall Hall (della fu Allen Collins Band).
Se la voglia di ritornare a sfoderare musica è genuina, il periodo storico in cui escono non segnala più il florido 1970, ma il 1990 con tanto di grunge, di metal e tutta quella strana avversione verso i dinosauri del rock (giusto per dire, nel 1990, al momento della morte, Allen Collins aveva 37 anni, non 90).
Ecco il perché l’ultimo disco che riporta la voce disco di platino è Street Survivors, ultimo LP che fa realmente breccia nel cuore, mentre il resto è più un carrozzone trucco e parrucco in cui solo con gli ultimi due dischi, Rossington, ormai l’ultimo dei Mohicani, fa ancora sembrare i Lynyrd Skynyrd qualcosa che valga la pena sentire a fronte di tutta la pacchiana retorica da americani repubblicani conservatori, ma finti hippy.
Lynyrd Skynyrd 1991 parte anche con grinta e Smokestack Lightning è il singolo che tira tutto LP, ma è poca cosa rispetto a qualsiasi cosa i rocker di Jacksonville abbiano mai scritto negli anni ’70. Quello che però si sente è il tocco di Ed King, il suo modo di suonare la chitarra dona un tocco vintage a tutto, ma è sepolto dai chitarroni grossi, spessi e power che contraddistingueranno i Lynyrd Skynyrd per i successivi 30 anni. Chitarroni laccatissimi e leccatissimi, che pompano ma che non hanno un briciolo della reale potenza che avevano quando il trio era composto da Collins – Rossington – King (o Gaines). Il songwriting è all’Uranio impoverito, decade con il passare dei minuti e più la tracklist si dispiega nelle orecchie, più capisci che le idee non sono pochissime e che a partire da Pure and Simple, quella che diventerà la classica ballad sui “bei vecchi tempi andati” e che sarà ripresa in tutte le forme possibili in ogni disco, e ancora di più con la successiva I’ve Seen Enough, ti verrebbe voglia di mettere in hold il disco per non metterti a piangere dalla depressione.
Johnny Van Zant, che del fratello prende aspetto e qualcosa nella tonalità della voce, ma è un songwriter quantomeno discreto, più volontà che classe cristallina e anche Rossington, senza i suoi sodali Ronnie e Allen, non riesce realmente a farsi valere il suo notevole valore come scrittore; vale però la pena ricordare che in Street Survivors la gran parte del materiale era di Steve Gaines, lasciando i due altri chitarristi a giocarsela su tre pezzi su otto.
Da questo buco di songwriting, i Lynyrd Skynyrd non si riprenderanno più, tanto che il massimo lo fanno quando si buttano a fare il verso ai dischi degli anni ’70 e non quando si cimentano in cose nuove.
Vi giuro, mi dispiace anche essere così critico questo 1991, perché il disco non sarà niente di che, ma almeno è al 90% sincero nella volontà di riprendere in mano la propria storia; solo con il passare degli anni sono arrivate le deviazioni fatte per soldi e con queste una serie di tristi baracconate che si vedono nei video ufficiali della band.
La cosa che ancora oggi mi deprime fortemente, è che i Lynyrd Skynyrd attuali non sono neanche la miglior cover band di sé stessi, subendo la stessa sorte di Charlie Chaplin quando si presentò al provino per impersonare sé stesso e, per sfregio, non venne neanche scritturato perché non ritenuto all’altezza.
La sfiga, cari miei, ci vede benissimo.
[Zeus]

Åskog – Varþnaþer (2021)

Dopo un breve EP del 2020, intitolato in maniera molto originale Varg (titolo mai visto nel black metal nordico), gli Åskog debuttano quest’anno con Varþnaþer. Il duo, più un batterista cileno tirato su per l’occasione, era già all’attivo con i defunti Murdryck, band che non conosco e di cui riferisco l’esistenza grazie a Metal Archives, e che poi decide di fondare questi Åskog. Stiamo parlando di black metal nordico, matrice svedese, declinato nel suo ABC essenziale: quindi ecco accelerazioni brucianti, alcuni momenti più eterei, mid tempo (una buona dose del disco si fonda proprio qua), melodie ed una produzione chiara e potente.
Un ruolo fondamentale ce l’hanno la voce (mi piace ritrovare qualcuno con uno scream cattivo e che trasuda odio) e la chitarra, cosa che lascia inevitabilmente a batteria e basso un ruolo di sottofondo, tanto che non credo di ricordarmi un solo passaggio memorabile dietro il drum-kit. Forse il buon cileno era pagato a cottimo e, qualche fill e due rullate di troppo e il budget era finito. Che ne so io, in tempo di crisi si arriva a risparmiare su tutto.
La sei corde di Adam Chapman si carica sulle spalle una quantità considerevole di lavoro sia sotto l’aspetto del riffing, sia per le parti soliste (Korp o Aska) e, seppur ci sia della perizia nel suo modo di suonare, quanto produce non riesce a sfondare il muro del ricordabile.
Alcuni passaggi son anche buoni e su Måne c’è un po’ di quella ritualità che, del black metal, fa tanto in termini di atmosfera (seppur i 7 minuti su cui è spalmata son decisamente troppi), ma nel complesso stiamo parlando sempre di un songwriting che non incide mai al 100%. Sentitevi Varg e poi capite che siamo ai minimi termini della semplicità come riff di base (cosa che ritroviamo anche in Eld) e come risultato finale è il classico elefante che partorisce un topolino.
Se poi teniamo conto che neanche tutta la scaletta riesce realmente a reggere in termini di continuità d’ispirazione, capite che Varþnaþer non sarà uno di quei dischi che rimarrà nel mio lettore per molto tempo.
Gli Åskog sono uno di quei gruppi che viaggiano nei campionati minori del black metal, hanno qualche idea ma il risultato finale è da metà classifica di un campionato di Serie C. Fossero riusciti a contenere Varþnaþer in un EP, con meno pezzi e più qualità in ogni singolo brano, staremmo parlando di un debutto interessante; in questo caso è rimandato a settembre.
[Zeus]

Antrisch – Expedition I: Dissonanzgrat (2021)

L’underground black metal tedesco deve essere un luogo magico, altrimenti non si spiega la quantità di uscite interessanti che puntualmente ci arrivano. Non sempre si parla di classico e puro black, spesso si tratta di derive sperimentali e di commistione con altri generi. Appartengono a questa categoria anche gli Antrisch, di cui la MetalMessage ci propone l’EP d’esordio Expedition I: Dissonanzgrat.
La band si cimenta in un black dalle influenze doom e dark ambient, un proposito ambizioso e probabilmente non adatto a tutti, puristi del genere compreso. L’intento degli Antrisch è di portarci ai tempi delle spedizioni esplorative su montagne sconosciute, in preda al freddo, alle neve, al ghiaccio e agli umori del tempo atmosferico. 
I cinque brani contenuti nell’EP mettono in gioco una varietà di situazioni ed emozioni atipiche per il classico black metal, producendo pezzi ben caratterizzati come la epica Seilshaftargwohn, l’atmosferica e melodica Stirnschlag o l’ipnotica traccia conclusiva Gipfelfieber. Gli Antrisch sono una tempesta glaciale in continuo mutamento che soddisferà quelli che non hanno paura di seguire chi non passa per sentieri già battuti e tracciati.
Tra le influenze della band figurano gruppi come i Nagelfar e gli Helrunar, ma personalmente ho trovato echi dei Satyricon dei tempi belli e anche dei conterranei Dark Fortress. Gli Antrisch sono molto giovani, si sono formati nel 2020, ma con questo esordio dimostrano già di avere ottime capacità. Se riusciranno a mantenere anche su full-lenght lo stesso equilibrio tra i tanti elementi messi in gioco come su questo EP, sforneranno qualcosa meritevole di attenzione.
[Lenny Verga]

Endezzma – The Archer, Fjord and the Thunder (2021)

Non so proprio come definire questo terzo disco degli, a me, misconosciuti blackster norvegesi Endezzma (gruppo che ricordo perché il nome mi ricorda Eczema). Non posso dire che è brutto come il culo di un babbuino, perché dentro ci sono, poche, cose che funzionano; ma di certo non mi metterò mai a spargere la notizia che questo disco è uscito. Il motivo sta che su 10 tracce, di cui due intro sui generis, non riesco proprio a spingermi oltre ad un mah e passo oltre.
The Archer, Fjord and the Thunder è francamente noioso e non ha dentro spunti interessanti, se non forse intorno alla metà del disco dove le idee non sono tantissime, ma almeno non le buttano al cesso. E, per un LP come questo, è tutto grasso che cola. Il resto non te lo ricordi neanche riascoltandolo più volte, sia per la mancanza di riff interessanti, sia per la voce poco interessante o per qualsiasi altra ragione che il mio/vostro cervello ormai appiattito dai lockdown possa pensare.
Per album black metal che funzionano, seppur non in maniera perfetta ma con quella sufficiente quantità di Satana dentro, ci sono risposte sbagliate come questo disco degli Endezzma.
[Zeus]