Groza – The Redemptive End (2021)

La stupefacente imprenditorialità satanica che contraddistingue i tedeschi, mi ha sempre portato a reputare i gruppi della terra dei crauti e dello stinco un miscuglio di gente che ci crede e che, anche quando non arrivano all’eccellenza, si lasciano ascoltare proprio perché sono band rozze, zozze e che non vogliono assolutamente farsi piacere.
L’approccio dei bavaresi Groza, invece, mi ha stupito e lasciato perplesso. Escludendo il debutto del 2018, che mi ha irritato solo vedendo la copertina presa di sana pianta da Hekatomb dei Funeral Mist e che quindi ho tralasciato, questo The Redemptive End è l’espressione di una band che, di idee proprie, non ne ha. Non ne vuole neanche avere, visto che si cibano senza problemi del sound degli UADA e lo risputano fuori senza la minima vergogna.
Non c’è canzone in questo disco che non possa essere associata all’act americano, non c’è passaggio che non ti ricordi Cult of a Dying Sun o Djinn e la mia attenzione è rivolta solo a cercare di capire quale canzone hanno saccheggiato – ed il brutto è che riescono nell’intento di metterci dentro anche qualcosa degli Mgla, giusto per non farsi mancare niente. E questa cosa mi disgusta parecchio, perché posso anche apprezzare una band che arriva a formare un proprio percorso partendo da un genere già esplorato, vedasi gli stessi UADA o i portoghesi Gaerea, ma almeno quelli hanno la sensibilità di partire da quel punto e cercare, in qualche modo e con risultati più o meno positivi, una via quantomeno personale.
Ai Groza questa cosa fa schifo.
Non so cosa dire, ve lo giuro, perché qua dentro c’è solo la copia degli UADA. I Groza suonano bene e le composizioni le ascolti, ma per tutto il disco l’unico pensiero che ho è il seguente: “questa è solo una cover band” e a me, ‘sta cosa, sta proprio sul cazzo.
Imbarazzanti.
[Zeus]

La notte al Drive-In. Metallica: Through the Never (2013)

Sono passati ben 8 anni da quando Metallica – Throuth the Never è uscito e, per tutto questo tempo, sono riuscito a tenermene a distanza. Fra scuse, impegni, un classico rimaniamo amici e poi un ancora più stagionato: non posso vederlo, ho il ragù sul fuoco mi sono sempre rifiutato di trovarne una copia e vedere lo sfacelo creativo in cui erano/sono caduti i Metallica. Quello che non avevo considerato, ovviamente, è che la fine 2019 ci ha fatto annusare un po’ di puzza di marcio, ma è stato il 2020 a regalarci un po’ di tempo per riflettere su noi stessi con l’aiuto, non richiesto, di una pandemia che non accenna a finire. Questo tempo “per noi” mi ha portato a fiondarmi su questo video. Perché? Perché Amazon Prime lo forniva gratis, perché il tempo è quello che è, perché nei locali si poteva entrare solo fino le 22 e dopo ti sparavano e, soprattutto, perché la gente non ha ancora capito un cazzo e, andando in vacanza, si sta riportando in Patria la rogna, come se in questi mesi passati non avessero reso abbastanza chiaro il processo di contagio del Covid.
Quindi eccomi sul divano, ecco qualche merda fotonica da sgranocchiare mentre il televisore e l’home theater illuminano la stanza e anticipano quello che dovrebbe essere il primo film dei Metallica.
Bene, queste erano le puttanate, adesso veniamo a noi. Il fatto è che non ci crede nessuno che i Metallica, nel post-2000, siano ancora capaci di tirar fuori qualcosa di realmente visionario, visto che la Metallica Inc. non può permettersi colpi di testa, dato che c’è già la All Within My Hands, fondazione a scopo di bene, che butta fuori già abbastanza soldi dal ricavato della band. Quindi le cose erano e sono queste: i Metallica ragionano da industria e l’industria dice di mascherare un DVD live con qualcosa di diverso, ma che nella sostanza non è altro che la stessa cosa che vi aspettate e temete: un live con dentro tanta merda in più (la trama).
Un tempo mi ero anche preso bene con l’acquisto dei DVD live, un po’ perché ho la memoria che cede, un po’ perché è sempre piacevole vedere la testimonianza dal vivo di una band, soprattutto quando ero a Bolzano che, come sapete, è una Provincia dove non succede niente ed è distante da tutto. Con il passare degli anni, il concetto di DVD dal vivo ha incominciato a spaccarmi il cazzo, non chiedetemi perché, ma credo sia connesso la fatto che la mia soglia d’attenzione è scesa in maniera brutale e non ho la minima voglia di vedermi un concerto dal vivo sul divano, perché le sensazioni non sono quelle che voglio. Quindi ecco che il mio spendere soldi in DVD è passato da X a zero in pochi mesi.
Però Through the Never l’ho visto tutto e mi son pentito amaramente del tempo che ho passato davanti al televisore. Un po’ perché detesto cose inutili e quindi la trama non dovrebbe esserci (avete presente il film Baywatch con The Rock? Ecco, un classico esempio di film senza trama che va bene così), un po’ perché vedere i Metallica far finta è ormai diventato un qualcosa che mi tormenta. E vi dico subito, il fatto che stona non è che recitano, perché è quello che dovrebbero fare in un film, ma è che fanno finta di essere ancora la band che non sono. Giocano sui ricordi, giocano sulle canzoni e sulle mimiche, ma non sono loro. O io sono diverso e, ormai, ho messo sullo stomaco uno strato di teflon alto tre dita che non mi fa scendere a compromessi.
Però c’è il fattore emotivo che mi frega, e lo sanno bene i quattro mascalzoni. Lo sanno perché è su questo fattore che macinano soldi facendo uscire dischi che, in termini di sano thrash, non hanno poi più molto da dire. Hetfield & Co. sono abbastanza scafati da fare un DVD con una setlist vecchio stile, ma senza dimenticarsi due cosette più nuove per i novizi (da Load o ReLoad), così da far presa sul tuo cuore di vecchio metallaro e su quello di chi, i Four Horsemen, li ha conosciuti mentre si conciavano come gangster e/o papponi. E ce la fanno, perché i pezzi da Ride The Lightning mi fanno ancora venire la pelle d’oca, anche se il tizio seduto alla batteria non riesco a digerirlo e il teatrino che imbastiscono per tutto il corso del film è qualcosa di già visto (ad esempio nel tour di Load) ed è ormai interpretato da agiati cinquantenni con un ottimo conto in banca e davvero nessuna fame.
Per 8 lunghissimi anni ero riuscito ad evitare di vedermi Metallica – Through the Never e niente, il Covid è riuscito nell’intento di spingermi fra le braccia di questo stupidissimo film. Stupido per le premesse, per la trama, per tutto il circo e i mangia-fiamme che fanno da contorno a quello che in realtà è: un live album, nonché la fotografia disarmante di una band che, a partire da ReLoad, non ha fatto altro che buttarsi verso progetti sempre più scadenti e, quando anche questi hanno raggiunto profondità imbarazzanti (Lulu, proprio te), allora eccoli ritornare a macinare il verbo del fantomatico thrash, approdo sicuro ma onesto come una moneta da 3 Euro.
A volte mi trovo a dubitare e “comprendere” le nuove generazioni che dicono che non capiscono i Metallica. Ovvio, quello che hanno sentito negli ultimi 20 anni e che stanno attualmente vivendo è solo, ed esclusivamente, una parodia di quello che erano. Però non posso farci niente, i ‘tallica un posto nel mio cuore ce l’avranno sempre, anche se, mortacci loro, è realmente dura continuare a raccogliere le balle da terra ogni volta che mettono qualcosa sul mercato.
[Zeus]

Il Nome della Fossa. “Sabotage! Black Sabbath in the Seventies” di Martin Popoff

Solitamente il ruolo del recensore di libri è un compito ben fatto di Lenny o di Lord Baffon, io mi limito a parlarne in pochissimi casi, però con i Black Sabbath la questione è diversa. I Black Sabbath sono una religione e, visto che per questo tipo di sacralità mi impegno, ecco che non perdo occasione di leggermi qualcosa su Iommi, Ozzy e compagnia. Avevo lasciato in disparte il libro di Popoff perché ero appena uscito da un’abbuffata micidiale di libri sui quattro di Birmingham e, sinceramente, rileggermi tutta la storia dall’inizio alla fine mi sembrava cosa un po’ noiosa.
Il mio errore è evidente a tutti, visto che Sabotage! Black Sabbath in the Seventies è tutt’altro che il classico libro pedante in cui ci sono mille parole e niente di nuovo da imparere. Popoff è uno che il lavoro lo sa fare, certosino fino allo sfinimento e altrettanto capace di inserire in un contesto di ricerca spunti personali e impressioni su discografia e avvenimenti. Per quale motivo dico che è un contesto di ricerca? Perché il libro mescola saggistica e un’opera incredibile di recupero fonti e interviste dal passato che fu, con un’abilità invidiabile di riuscire a mescolare i testi vergati di proprio pugno con quanto Mr. Popoff è riuscito a trovare negli archivi giornalistici senza mai darti l’impressione di aver inserito il testo a membro di segugio. Anzi, spesso e volentieri il discorso narrativo è così fluido che molti dei contributi dei Sabbath o della crew sembrano interviste ad hoc fatte dal Popoff, mentre in realtà sono estratti da interviste o recensioni degli anni ’70.
Per me, un lavoraccio incredibile, soprattutto l’armonizzazione del tutto in un libro che, trattando dei Sabbath, non ha nelle corde la rivelazione o il suscitar clamore, ma l’obiettivo è quello di riuscire a fornire un quadro generale sul periodo storico in cui i Sabbath si muovevano e uno molto approfondito sui dischi della band.
Su questo punto c’è da togliersi il cappello, fra impressioni di Popoff ed estratti delle interviste ai vari musicisti (Ward e Butler in primis, a seguire Ozzy e il poco loquace Iommi) e alla crew storica, l’analisi delle pubblicazioni da Black Sabbath a Never Say Die! è un compendio equilibrato di informazioni già conosciute e spunti nuovi e interessanti, capaci di farti ascoltare il brano con orecchie fresche e un’attenzione concentrata su dettagli che, nonostante i mille ascolti, non sei ancora riuscito a carpire.
Sabotage! Black Sabbath in the Seventies è un libro che consiglio a tutti gli appassionati dei Black Sabbath (e della musica pesante in generale): i novizi troveranno la necessaria infarinatura sulla band, mentre i vecchi lupi di mare del culto del Sabba Nero avranno di che bearsi delle mille particolarità contenute in questo saggio.
[Zeus]

Grá – Väsen (2018)

Per qualche motivo a me sconosciuto, ho ascoltato l’EP Necrology of the Witch dei Grá e mi son detto: che razza (non ho detto razza) di suono questi greci. Lo so, non ho neanche ricercato su Metal Archives qualche notizia, cosa che poteva dissipare qualsiasi dubbio nel giro di mezzo secondo, ma non avevo voglia e stavo cucinando la Jambalaya, quindi non avevo tempo per queste amenità da recensore professionista.
Il fatto è che dopo un po’ è iniziato il secondo LP della band, dicasi Ending, e già c’era quel sentore di “ma cristo, non male ‘sti greci, ma la voce non è un po’ troppo simile a quella del tizio dei Dark Funeral?”. Ma anche qua, fra affettare, rosolare e tutto il qui quo qua della cottura, mi son perso e così è partito, ad oggi, l’ultimo LP della band: Väsen del 2018.
Come potete ben intuire da questa sequela di sproloqui, dei Grá non avevo capito una beneamata mazza. Perché a) la band non è greca, ma svedese e b) il tizio non canta come quello dei Dark Funeral, ma è proprio IL tizio dei Dark Funeral (Heljarmadr), che qua si occupa un po’ di tutto, dalle chitarre alle tastiere alle voci per arrivare ai caffè da Starbucks. Il fatto è che per i Grá erano degli emeriti sconosciuti, quindi anche le performance di Heljarmadr pre-Dark Funeral non mi erano proprio conosciutissime. Se poi teniamo conto che la band non risponde in pieno a quanto uno si immagina del tipico sound svedese, non posso certo andare giù in strada e gridare “Shame, Shame!“.
Con il passare dei minuti, il lavoro di Heljarmadr su Väsen diventa pian piano riconoscibile, forse perché si porta appresso, incollate inconsciamente o per una semplicissima questione di opportunità, anche delle scorie proprio dei conterranei capitanati da Lord Arhiman. Niente di assurdo, sia chiaro, se passi ore in sala prove con gli stessi tizi e poi altrettante sui palchi in Europa ed America, non è così incredibile che poi qualche riffing ti venga nella vena propria dei Dark Funeral (sentitevi ad esempio l’iniziale Till sörjerskorna) e così anche qualche passaggio vocale. In generale, però, la band cammina con le proprie gambe e ci sono diversi passaggi che, in quanto a qualità, mi piacciono molto di più dei blasonati fratelli d’arme. Credo sia per l’approccio allo stesso tempo aggressivo ed epico o forse è il mischiare Svezia e spunti norvegesi in un calderone ricco di black metal dal piglio tutto sommato melodico senza essere una rottura, che mi sono approcciato in maniera abbastanza positiva a Väsen. Il quale ha anche una tracklist che tiene botta per una buona metà, poi incomincia a cedere verso qualcosa che non riesco a capire se è troppo “morbido” per me o sono io che non lo capisco: il giro di boa avviene con Gjallarhorn. Dalla traccia numero di 5 in poi, le tastiere entrano in maniera più forte nel songwriting e così anche un allontanamento dal sound della prima parte del disco. Insieme al classico riff black metal arrivano anche note più “rock-ish” ed elementi acustici, degli approcci differenti e dei tentativi di espandere i confini del proprio sound immettono un quid nella seconda metà del vinile che, per me, non sempre funziona al 100%, pur non avendomi mai spinto a schiacciare skip o lamentarmene per strada mentre vado a comprare il pane alla domenica mattina.
Il fatto sta tutto in un punto: se ne digerite il cambio, compreso un più massiccio uso delle tastiere e alcune note quasi atmospheric, allora avete in Väsen un disco che cresce col passare dei minuti, mutando pelle sì ma trasformando anche la vostra esperienza d’ascolto, se siete più fermi sulle posizioni dell’ortodossia allora dalla traccia numero 6 in poi ci sono troppe cose che non vi torneranno e i Grá di Väsen vi lasceranno con un po’ di amaro in bocca.
[Zeus]

Prendere a calci il cadavere dei Six Feet Under: True Carnage (2001)

Vi ricordate le parole d’amore che ho espresso per il precedente Maximum Violence? La pacatezza dei miei commenti d’allora era probabilmente data da qualche strano sentimento di bontà che mi ha investito mentre buttavo giù quattro righe sull’ennesimo disco noioso dei Six Feet Under. Quelle “belle parole”, lo metto fra virgolette per aiutare chi non è di questo pianeta a capire che sto facendo dell’ironia gratuita, dimenticatele tutte. True Carnage è peggio di un calcio nei coglioni o una padellata di merda senza cipolla mentre hai ordinato una carbonara. Chris Barnes aveva accumulato talmente tanto credito nei Cannibal Corpse che la Metal Blade e il pubblico sembrava non accorgersi che razza di porcheria stava vomitando fuori l’ex singer della band della Florida e True Carnage è proprio questo: porcheria.
Io concepisco un errore, un disco fuori luogo e anche l’estemporaneo disco che non mi piace, persino i Black Sabbath hanno fatto dischi che non mi piacciono granché, non sto certo a far il verginello e dire che non ho mai avuto delusioni musicali da artisti che consideravo praticamente infallibili. Il problema dei S.F.U. è che non ne azzeccano una da… sempre. O, diciamo, nel primo disco c’era ancora qualcosa che andava salvato, ma poi Barnes ha cagato fuori dal vaso e si è fumato l’impossibile e ha incominciato a trasformare in nulla quello che toccava.
Ora che ci penso, ed è solo una nota a margine peregrina, un punto di contatto fra il peggiore disco dei Sabbath e questo True Carnage c’è: la presenza di Ice T. In entrambi i casi fa la sua guest e su tutti e due i dischi da il bacio della morte; cosa paradossale, visto che i Body Count sono tutt’altro che una band demmerda.
Ma l’insieme fra Ice T come guest e l’ispirazione nulla di Barnes (quanto schifo fa Snakes?) è l’epitaffio sul disco e l’ennesimo segnale che i Six Feet Under non hanno realmente niente da dire e che, in questo strano agosto 2021, potete tranquillamente rivolgere i vostri pensieri al fatto che Messi guadagnerà una cosa come 35 milioni l’anno per giocare nel Paris Saint Germain. Lo so, del calcio probabilmente non ve ne frega una mazza e posso capirlo, ma capite anche voi che occupare il vostro tempo a cercare di spendere, mentalmente, i 35 milioni che l’argentino guadagnerà a correre dietro un pallone è un’occupazione più interessante che sentire questa montagna di riff inutili, di canzoni monotone e senza spessore, di grugniti, squittii e ispirazione di terza mano dato da True Carnage.
Se ancora pensate che sono il classico rompiballe a cui non va bene niente, che continua solo a lamentarsi e che, in realtà, non capisce niente di musica e di metal, mi spiegate come è possibile definire interessante una canzone come Sick and Twisted, che ti fa venire voglia di aspettare la prossima epidemia tifoide per leccarti le dita e bere grosse sorsate di liquami radioattivi.
Non venitemi a dire che dentro True Carnage ci sono anche degli spiragli positivi, cosa che posso contare sulle dita della mano di Capitan Uncino, perché mi girano solo le palle.
[Zeus]

Nagelfar – Virus West (2001)

Per qualche motivo sconosciuto ai più, e a me, ho sempre sottovalutato i Nagelfar, lasciandoli in quella casella del “li ascolto dopo” e poi finendo per non estrarli mai veramente da quella posizione poco invidiabile. Non sono mai stati messi nel limbo perché osceni o noiosi, come potrebbero finire LP che puzzano di cadavere da mille miglia di distanza, ma semplicemente perché volevo sentirmeli per bene e poi son finito ad ascoltare altro per noia, abitudine o tempistiche di recensione.
Imperdonabile errore, che adesso cercherò di lavare via tramite un grosso bagno d’umiltà e facendo scorrere sangue e cenere.
Virus West usciva 20 anni fa e segnalava la fine dell’esperienza Nagelfar dopo tre LP e una manciata di demo, niente di incredibile per quanto riguarda la prolificità, ma in 6 anni di vita la band tedesca è riuscita a crescere in maniera tanto esponenziale da raggiungere livelli qualitativi che gruppi più blasonati e/o attivi faticano a concepire anche dopo decine d’anni di vita. Forse è vero il classico verso di Neil Youngmeglio bruciare che spegnersi lentamente“.
I Nagelfar riescono nell’intento di arrivare all’apice nel 2001 e lasciare il tavolo da gioco con tutte le fishes e decidendo, consciamente, di non proseguire più questa avventura e iniziarne altre mille, ma che non raggiungeranno mai la qualità e la complessità della band genitrice.
Virus West è semplicemente un capolavoro. Lo approccio con orecchie freschissime, come avete intuito dall’introduzione, e quindi è praticamente un disco nuovo pur portandosi sul groppone vent’anni di vita. Un disco “nuovo” che non riesco a togliere dallo stereo neanche a volerlo. Le composizioni sono ispiratissime e viaggiano sull’onda di un riffing che è a dir poco perfetto: ascoltatevi una canzone a caso e capite di cosa sto parlando; una serie infinita di riff che non hanno un secondo di cedimento sia quando accelerano, sia quando si impuntano su tempi più cadenzati. L’apporto melodico è manifesto, senza però azzoppare nessuna canzone e anche quando decidono di puntare su qualcosa di meno “convenzionale” (lo metto fra virgolette visto che, nelle composizioni dei tedeschi, il termine convenzionale va preso con le molle) come in Meuterei, il risultato è immenso.
Riprendo proprio Meuterei con quel suo mood quasi malinconico, che si porta appresso però una sorta di inevitabilità pessimistica e quindi epica, e che spostandosi fra arpeggi di chitarra acustica e riff grossi, finisce per tirar fuori un finale da lacrime. O anche Fäden des Schicksals riesce ad unire tutte le anime che possono essere individuate nel DNA dei blackster della Westfalia: violenza, melodia ed elementi epici dati spesso da un riffing cangiante, capace di passare dalle fucilate ad altezza petto a mid-tempo da headbanging. In Virus West ci sono anche i motivetti marziali (ad es. dentro Protokoll einer Folter) e un approccio che non fa della monotonia o del pressapochismo una bandiera o un vanto.
Non saprei che altro dire su questo disco, perché ogni parola che scrivo non serve che a ribadire che dovete sentire Virus West e non fare l’errore di lasciarlo nella lista dei To-Do come ho fatto io per troppo tempo. I Nagelfar hanno registrato e pubblicato un disco che, cari i miei tre lettori, rappresenta la luminosissima eccezione alla regola che quanto nato post-2000 è tutto materiale per il reparto compostaggio.
[Zeus]

Milestones – Marduk: Opus Nocturne (1994)

Milestones è quella sottospecie di rubrica dove incominci a tirar fuori ricordi dal fondo del cassetto, una cosa che le Telenovelas spagnole ti fanno un baffo in fatto di malinconia, volemose bene e lacrime da emigrato in terra straniera. Milestones non è sempre una questione di cambio di vita, perché non è necessariamente un punto di svolta così repentino da portarti a vedere tutto in un certo modo; a volte è semplicemente la constatazione che quello che avevi fatto prima, che credevi prima, in realtà si è aggiornato ad una nuova realtà.
Un caso esemplare è quello di Opus Nocturne dei Marduk. Non è per forza il mio disco preferito dei Marduk, anche perché ad Af Gravf preferisco di gran lunga Mortuus come cantante (che ci volete fare, sono fatto così), e non è neanche il disco che ascolto di più ma ha un posto speciale nella classifica dei dischi dei Marduk.
Ironia? Demenza senile?
La questione è un’altra, Opus Nocturne ha certificato che i Marduk, nella vasta schiera delle millemila band che ascolto, sono uno dei miei preferiti. E nel 1994 non vanno ancora a manetta tirando drittoni come su Panzer Division Marduk, ma sono comunque (molto) veloci e decisamente satanici. Ci sono le tastiere iniziali, c’è una prima metà di disco che va veloce e cazzuta, e poi c’è una seconda metà, da Materialized in Stone in poi in cui la band varia di più e passa da cose quasi melodiche ad alcuni fra i suoi pezzi più lenti; ma quello che c’è senza dubbio è Satana a iosa. Perché i Marduk erano, sono e saranno come il tuo compagno di scuola che, per farsi figo, continuava a ruttare e bestemmiare senza soluzione di continuità. Il fatto è che non è neanche razionalmente sensato il continuo bestemmiare, visto che le declinazioni su quanto sono inutili e dannosi il presunto Dio e suo figlio sono comunque limitate ad un certo punto, ma è talmente uno status che ti ritrovi a non concepire la cosa in maniera diversa.
I Marduk sono le bestemmie che vuoi dire te, ma che la società civile in cui ti trovi confinato non apprezza e ripudia come fossi appestato, cosa che ti costringe ad un comportamento conforme, socialmente accettabile e con un grado di educazione che superi quello del bonobo.
Ma nelle orecchie suona, romba e rutta tutto il disprezzo verso il Cattolicesimo, e in generale la religione cristiana, la compagine svedese di cui sopra e questo ti far star bene. E mi fa star bene, perché è una sorta di rituale liberatorio, il momento in cui, anche al di fuori delle quattro mura domestiche, puoi permetterti di viaggiare nel tuo mondo fatto di valori diversi, forse non conformi, ma soprattutto abbastanza critici da non permettersi di adagiarsi al normale credo religioso inculcato fin da quando sei piccolo e senza possibilità di pensiero critico.
Opus Nocturne è comunque un disco che ascolti senza patemi d’animo, non annoia mai ed è abbastanza vario da lasciarti la voglia di mettere questa o quella canzone in una eventuale playlist, perché i pezzi ci sono e non nascondiamoci, sono anche molto fighi. Perché Panzer Division Marduk è il procedere con il bazooka facendo a pezzi tutto, Opus Nocturne è il tentativo di Morgan di variare un po’ il registro, mettendo addirittura due velocità per canzone (!), pur avendo già capito che è nel riffing forsennato e nel blast-beat la via per raggiungere più velocemente Satana.
Ironicamente, nonostante il loro status iconoclasta ed un genere che non fa del “party” il proprio vezzo maggiore, i Marduk sono una delle band che non mi stanco mai di vedere dal vivo. Sono compatti, sono veloci, senza compromessi e non ti permettono un momento di respirare e questo è perfetto per un festival. La set list è ormai quasi standard, le variazioni sul tema son pochissime diciamocelo, ma sfido chiunque a rimanere impassibile al loro set, sfido chiunque a rimanere algido e distaccato quando Mortuus rantola l’incipit di Panzer Division Marduk e lascia noi, sfiniti da una giornata di festival o dal lavoro, a gridare come ossessi il loro nome.
E, per me, questo è ancora il sentimento più bello: l’effetto SPA che produce la scossa di violenza che parte con i riff dei Marduk. Ignoranti quanto volete, a volte forse monocromatici e per molti talmente estremi da non essere ascoltabili, di certo sono blasfemi quanto basta e non mi aspetto niente di meno da loro, ma si portano appresso quel quid che mi rilassa.
[Zeus]

Moonspell – Darkness and Hope (2001)

I Moonspell del periodo acchiappone non li ho mai retti più di tanto ed è per questo che, a partire da The Butterfly Effect ho lasciato che i portoghesi proseguissero il loro cammino da soli e senza il sostegno economico del sottoscritto. Fra le band storiche, trovo un parallelismo inquietante fra Moonspell e Paradise Lost, principalmente nel mio interesse nei loro confronti per buona parte del 2000. Il fatto è che gli inglesi, in un modo o nell’altro, hanno fatto pace con sé stessi e sono ritornati a far quello che sanno fare; mentre i Moonspell ci hanno messo più tempo a capire che “basta suonare metal” e non serve andare a fare i fighetti vestiti di latex per poter essere presi seriamente.
Ed è in questo contesto che nel 2007 fanno uscire Under Satanae con ri-registrazioni dei demo del periodo black metal.
Però non siamo ancora a quel punto, non c’è ancora la volontà, sincera o meno, di riprendere in mano il metal e farlo trasparire in maniera evidente dalla loro musica.
Darkness and Hope è un disco che non ha niente a che spartire con il loro pedigree, con la loro storia, anche se in realtà ne riassume tutti i concetti che avevano incominciato a far capolino da dischi come Irreligious. Il gothic era già una componente forte del loro sound, cosa che non hanno mai smentito e non ne hanno mai fatto neanche una croce da portare, però era un gothic intelligente, ben sviluppato in un contesto profondamente metal ed è per questo che Irreligious era un gran disco. Sin/Pecado era una naturale evoluzione che poi avrebbe partorito il già citato The Butterfly Effect e tutto quello che poi, da lì in avanti, seguirà per il nostro dolore. Sin/Pecado era sincero, gothic ma sincero, con alcuni testi di merda, ma sinceri; Darkness and Hope è la volontà indomita di un gruppo di far breccia in un pubblico più grande vergognandosi anche delle proprie radici.
Nel 2001 Fernando Ribeiro & Co. lasciano il mantello del metal a casa, se non in brevissimi episodi dove appaiono ancora un accenno di doppia o brevissimi momenti in growl (Firewalking o Nocturna), ma il resto è una commistione fra un rock generico e un gothic metal trendy, quello che fa piacere alle tizie in corsetto e a quelli che vogliono provare a rimorchiare le suddette. Con Darkness and Hope i portoghesi lasciano a casa Waldemar e vanno a registrare in Finlandia, patria di riferimento per il gothic pippaiolo (quello, per esempio, dei To/Die/For), fenomeno che durerà il tempo di una scorra in ascensore prima di dissolversi nell’aria. Però nel 2001 era trendy e la gente guardava a questo fenomeno, dove moderne sonorità rock si mischiavano a pruriti eighties come Sister of Mercy, Field of Nephilim etc, dove i testi parlano praticamente sempre di sesso o della voglia di fare sesso o dell’opportunità di fare lo stesso e i brani, se non sempre, spesso, sono solidi come il cartongesso.
Visto che i Type O Negative erano ancora un modello vivente e i The 69 Eyes che ne ricalcavano i passi in maniera molto leggera (i Deathstar non erano ancora usciti sul mercato, per fortuna), i Moonspell devono aver pensato che, forse forse, quel tipo di impostazione poteva essere vincente e così ecco che Ribeiro fa il vocione grosso, profondo e sexy per tutto il tempo, pur non essendo realmente un cantante da mille e una notte. Il resto spazia fra una cover temibile di Mr Crowley del buon Ozzy solista e una generale innocuità mascherata da atmosfere oscure, vampiri e tutto quello che circonda l’immaginario pizzi, merletti e sciccherie ottocentesche.
Hope and Darkness è uno di quei dischi che non riesco ad ascoltare e che, se nominati, molto probabilmente mi renderà perplesso perché non mi ricordo chi l’ha registrato. Ho ritirato fuori questo disco dopo anni che non lo sentivo e l’unica cosa che posso dire con onestà intellettuale è che son contento di rimetterlo nel cassetto da dove è venuto… e lasciarcelo per altri anni.
[Zeus]

La pesantezza del dolore. Crowbar – Sonic Excess in Its Purest Form (2001)

Parlare bene di un disco dei Crowbar è operazione semplice, anche a distanza di tempo e con il senno del poi. Il motivo è talmente semplice che fa quasi schifo ribadirlo: Kirk Windstein, e i Crowbar, sanno comporre delle grandi canzoni.
C’è un fattore chiave che mi piace ricordare anche quando si parla di metal estremo ed è il seguente: le canzoni, anche quando son estreme oltre ogni limite, anche quando spaccano lasciando solo macerie e sangue, devono rimanerti incollate alla testa. Non possono permettersi di indugiare nell’unica componente dell’aggressione.
Faccio un esempio di violenza senza senso (detto in versione positiva): Panzer Division Marduk è veloce, senza compromessi e, anche quando non ti ricordi il riff, ti ricordi la linea vocale o una sottospecie di refrain o qualcosa che te la fa ricordare senza problemi. Senza quel quid, per me è i brani rimangono solo dimostrazione di muscoli; che va bene, ci mancherebbe, ma è difficile ricordarsi qualcosa.
O, forse, sono io che non riesco a memorizzare la cosa.
Ma torniamo ai Crowbar, che nel 2001 hanno ormai registrato 6 dischi e vivono da 10 anni sulle ali di un’ispirazione che non stenta a diminuire, anche quando col passaggio dal 1990 al 2000, producono Equilibrium che si trova schiacciato fra Odd Fellow Rest e il qui presente e ne risente in confronto.
Sonic Excess in Its Purest Form ha fatto capire a tutti che, in quanto a pesantezza, doom e sofferenza, non c’erano cazzi per nessuno: i Crowbar vincevano, e vincono, senza problemi. I riff erano grassi, sudati e lenti come pachidermi sonnolenti, solo alcune scosse telluriche riuscivano a scuotere il procedere indomito della progressione di note costruita da Windstein e riportare la band su terreni pieni di groove. E questo tatto, questa capacità di suonare pesante ma senza perdere di vista la componente melodica e del groove, era, ed è, uno dei punti chiavi della produzione della band di New Orleans. Solo la disintossicazione ha rotto il giocattolo, lasciandoci Kirk in forma migliore e con un’aspettativa di vita più alta, ma musicalmente meno interessante rispetto a prima.
Sia chiaro, non sto dicendo che lo rimpiango ubriaco ammerda, ma è indubbio che mentre era gonfio d’alcool e di chissà cosa, la musica aveva tutta un’altra potenza.
Sonic Excess in Its Purest Form parte in maniera simile a Odd Fellow Rest e lo fa con The Lasting Dose, un’altra di quelle canzoni da inserire in ogni compilation possibile vista la perfezione del riff, della tragicità della linea vocale e, in pratica, dell’insieme della canzone. Che poi questo brano mi faccia sentire giovane, è un discorso a parte.
Questo start indica anche un diverso approccio rispetto a Equilibrium, a mio parere. Dove quel disco viveva di una generale qualità media, ma senza avere dalla sua brani top come Planet Collide o The Lasting Dose, Sonic Excess… vede dalla sua sia degli highlight notevoli, sapete quali sono non sto certo a riportarveli, e poi monta la pesantezza per aggregazione. Ogni brano del disco aumenta di un po’ il tasso di “botta” che ti arriva nei denti, tanto che alla fine dei 45 minuti ti trovi sfinito e hai i sintomi post-secondo vaccino Pfizer. Provate ad obiettare che una Suffering Brings Wisdom non continui a buttare riff e violenza (dati entrambi dalla componente doom e da quell’accelerazione cattiva che lo contraddistingue) pur trovandosi verso le posizioni basse del disco.
I soli punti “deboli”, li metto fra virgolette perché è una mezza bestemmia, li rintraccio nello strumentale In Times of Sorrow che è sì ben suonato, ma non mi riesce a prendere del tutto e, seppur sia un fattore ricercato e tutt’altro da scartare, in una generale conformità del plot su cui gira Sonic Excess in Its Purest Form. Le canzoni hanno più o meno lo stesso andamento – prendete questa affermazione cum grano salis– e il songwriting sfrutta il modello-Crowbar senza troppi complimenti; la qual cosa aumenta ovviamente l’atmosfera opprimente che il disco genera, ma per chi non è avvezzo alla cosa può risultare un po’ difficile da digerire.
Anche dopo vent’anni, la sofferenza trasmessa da Windstein in Sonic Excess in Its Purest Form è rimasta intatta e non accenna a risentire del tempo che passa. Il disco suona fresco e si porta appresso una disperazione che non ha età.
In altri termini, un classico.
[Zeus]


Puzza di piedi e Moonshine. Alabama Thunderpussy – Staring At the Divine (2001)

Gli Alabama Thunderpussy sono una mia band feticcio. Non propongono niente di nuovo, ma Cristo se sono la colonna sonora perfetta per una grigliata. Ignoranti come un procione, brutti come il vaiolo ma con un groove spaccasassi.
Potreste anche ricordarmi che il disco scorso l’avevo mezzo scartato, dicendo che la band si avvicinava veloce e contenta verso il viale cipressato e che stava perdendo appeal e anche la capacità di scrivere grandi canzoni. Perché, signori miei, se teniamo buono il ruspante Rise Again, River City Revival è tutt’oggi uno dei miei dischi preferiti e non perché sia perfetto, assolutamente no, ma dentro ha Le Canzoni. Il problema viene dopo quel disco.
Dopo aver mezzo pisciato fuori dal vaso nel 2000 con Constellation, i buzzurri sudisti si saranno probabilmente convinti che il punto forte del loro sound è quello di essere composto in parti uguali dal berciare nel microfono, dagli amplificatori fritti e a palla e dall’attitudine che far rimbalzare denti a destra e sinistra agli ascoltatori.
Per certi versi, Staring At the Divine era proprio questo, un disco sludge/southern stoner con i chitarroni che grugniscono, in perenne distorsione ma con una spiccata sensibilità melodica, ed una sezione ritmica basilare ma efficace. Elementi che erano nel DNA degli Alabama Thunderpussy dal primo giorno, non puoi certo eliminarglieli a calci nei denti a causa del cambio di annata, e quando quel miscuglio lo facevano esplodere… beh, scansatevi tutti. Poi si son presi una sbronza ed è uscito Constellation, che brutto non era, ma che sbiadiva nei confronti di quanto fatto prima. Nel 2001, però e non so bene come, Larson e Lake riescono a maneggiare con continuità quel DNA-bomba che fuoriesce più di frequente rispetto a Constellation e che, mea culpa, mea grandissima culpa, mi fa rimangiare un po’ le parole scritte l’anno scorso.
Memoria di merda, la mia.
Non transigo però sul puntare l’indice sul “problema Throckmorton”: il buon Johnny si era scoperto cantante negli LP precedenti e niente, già questo dice tutto, perché da lui io esigo solo una cosa: lo voglio sentire sporco e incazzato, senza effetti o cialtronerie. Il secondo punto debole era l’ispirazione altalenante: pur essendoci più picchi rispetto al 2000, anche su Staring At the Divine gli Alabama Thunderpussy hanno rischiato più volte di perdere il filo del discorso e produrre troppe tracce come Back And Call, canzone abbastanza scialba; fortunatamente avevano ancora abbastanza droghe ed entusiasmo per venirne fuori con dignità e produrre alcuni groove da testate sul volante (Whore Adore riesce nell’impresa). Nella seconda parte del disco, probabilmente in pieno delirio da Moonshine, i loschi figuri sudisti giocano a rifare i Lynyrd Skynyrd dello sludge e provando a tirar fuori un afflato epico non esce mai al 100%: Twilight Arrival non convince appieno, Esteem Fiend vive su un buon ritmo, ma sui 6 minuti rischia spesso di incespicare in territori lugubri ritornando sul seminato appena in tempo e anche l’autobiografica S.S.D.D. (classica canzone “on the road” sulla scia di Turn the Page) “rocka ma non rolla”, per usare un classico del giornalettismo inglese.
A vent’anni di distanza riguardo Staring At the Divine con maggiore indulgenza e con più affetto, ma l’ispirazione vera, quella che me li aveva fatti amare, non c’è più e questo è innegabile anche riguardando questo LP con la lente della nostalgia. Avessero fatto uscire un EP con solo le prime 6 canzoni (e forse forse Esteem Fiend), avrei cambiato idea? Credo di sì e probabilmente già allora avrei considerato Staring At the Divine un passo avanti verso un futuro più salutare.
[Zeus]