Nifrost – Orkja (2021)

Con un paio di mesi di ritardo arrivo anche a recensire il nuovo album dei norvegesi Nifrost. Doveva essere un’anteprima gentilmente concessa dalla Dusktone, ma il tempo è stato tiranno durante l’estate.
Orkja è il terzo album della band che io scopro solo adesso e che, cercando un po’ in giro per internet, ho notato avere un certo apprezzamento e seguito. Il motivo è presto spiegato: la band mette insieme attitudine black e viking, un sound che fa dell’atmosfera epica e glaciale uno dei suoi punti di forza, con un pizzico di retrò che non guasta e il gioco è fatto. 
Se siete nostalgici dei Windir e degli Enslaved più viking, i Nifrost vi conquisteranno, perché danno il loro tributo a quel modo di intendere il black senza però cercare di emulare, dimostrando di avere una propria personalità. Dalla incazzatissima openere Nauden, passando per l’agguerrita Orkja Brotna, fino alla conclusiva, melodica ed epicheggiante Ishjarte la band combina tutti gli elementi caratteristici del genere in modo sapiente e anche abbastanza vario, facendo scorrere i sette brani e i trentotto minuti di durata senza cedimenti. Ascolto consigliato.
[Lenny Verga]

Gli Slayer nel 2001. God Hates Us All

Cosa possiamo dire degli Slayer nel 2001? Amati, odiati o, ormai, indifferenti? A meno che non vi siate fumati anche la candeggina, la terza opzione non è contemplabile, non stiamo certo parlando dei Bon Jovi, cristo. Lo sapete anche voi che gli Slayer sono tutto fuorché indifferenti, visto che le emozioni che suscitano portano ad uno o all’altro estremo.
Questo God Hates Us All è in bilico, anche adesso dopo 20 anni dalla sua uscita. Mi piace, non mi piace: io non riesco a trovare la soluzione a questo interrogativo. Non posso negare che dentro God Hates Us All ci sia una bella dose di aggressività e violenza, ma il problema è riassumibile citando la stranota pubblicità delle gomme: la potenza non è nulla senza controllo. Perché questa è la domanda che mi sono posto in continuazione: dov’è il sound degli Slayer? Su God Hates Us All esce a stento, mutuando moltissimo dalle sonorità moderne del 2000.
Quando scrivo i pensieri sui dischi usciti venti, trenta o oltre anni fa, mi butto nell’ascolto del disco in maniera ossessiva (ok, lo faccio per tutte le recensioni) così da capire bene cosa ne penso adesso rispetto ad un’opinione consolidata nel tempo ma, forse, immutata perché non ho mai concesso una vera seconda chance.
God Hates Us All lo sto mettendo in loop da giorni, tanto che fra un po’ mi starà sul cazzo, e quello che ne ricavo è che ci sono diverse cose che non mi tornano e alcuni elementi che tenterei di rivalutare in maniera tutto sommato positiva.
God Sends Death (o New Faith) e i suoi breakdown sono la cartina tornasole di una band che, in pieno cambio di secolo, tenta di tenere i piedi in due staffe: tentano il colpo oltranzista e violento ma con un occhio al nuovo pubblico adolescente che si affacciano al mondo della musica estrema e ha un primo assaggio dei grandi vecchi del thrash del 1980. E così ecco che nel thrash di marca Slayer filtrano terribili elementi nu metal, ma non sono le uniche che non funzionano, visto che i suoni di chitarra si spostano dal classico thrash e si avvicinano quasi all’hardcore. E se all’inizio molte tracce svaccano con breakdown insistiti o soluzioni insensate, ecco che arriva Deviance a toppare di brutto. La riascolto oggi e non riesco a prenderla seriamente, forse anche perché Araya non ci mette un minimo di cuore nel cantarla e tutto suona spompo.
Però non tutto è perduto e ci sono ancora elementi positivi; delle tracce che suonano Slayer e che ci restituiscono un po’ dell’idea che avevamo della band. La violenza espressa (War Zone è un esempio di Slayer 2.0) e l’aggressione insensata sono dei punti positivi che ritornano a farsi sentire con forza, cosa che a suo tempo mi aveva fatto sperare in un LP “migliore” di quello che sto ascoltando. Il vero vincitore di God Hates Us All è sicuramente Bostaph, visto che ci mette più determinazione di tutti e piglia a ceffoni la batteria colpendola per tutto il corso del disco in maniera chirurgicamente brutale, peggio di Mike Tyson col suo sventurato sparring-partner.
A vent’anni di distanza non riesco a condannare in maniera assoluta God Hates Us All, e non lo faccio perché poi sono usciti dischi peggiori, ma perché questo LP non è così “sbagliato” come mi ricordavo. Va bene i suoni da nuovo millennio, i breakdown e la volontà di pescare nuove anime, ma sull’altro piatto della bilancia ci sono abbastanza elementi positivi da farmelo rivalutare almeno in parte. Non sarà mai un top album degli Slayer, ma fra questo e un St.Anger qualsiasi ci passa un Danubio.
[Zeus]

Hladomrak – Archaic Sacrifice (2021)

Fresco di pubblicazione ci arriva il nuovo album degli svedesi Hladomrak. Terzo full lenght della loro discografia, Archaic Sacrifice non necessita di troppe parole per essere descritto, presentando un black metal di stampo svedese della scuola più violenta e incazzata, quella di Marduk e Dark Funeral per intenderci. Personalmente, ci ho trovato anche qualche strizzata d’occhio ai Behemoth.
Gli otto brani contenuti trasudano rabbia e violenza, hanno un’ottima produzione e sono eseguiti da una band tecnicamente capace. La particolarità degli Hladomrak sta forse nella ricerca del riff particolare, elaborato, non troppo canonico del genere e questa è una cosa interessante e che fa onore. C’è da dire però che non sempre il risultato è memorabile. Intendiamoci, non ci sono brutte canzoni in questo album, ma a volte i riff mi sono sembrati esageratamente contorti e difficili da tenere a mente, perdendo un po’ in impatto e finendo in secondo piano rispetto a parti rallentate o melodiche più standard e meno originali. Insomma, le idee ci sono, manca solo un po’ di affinamento nella ricerca del riff.
Se cercate un band black metal incazzata e che non si limita a ripetere le solite formule, gli Hladomrak possono fare al caso vostro.
[Lenny Verga]

Joel McIver – Bible Of Butchery: Cannibal Corpse (The Official Biography)

Sole, mare e la biografia dei Cannibal Corpse scritta da Joel McIver, cosa posso volere di più dalla vita? Essere ancora in vacanza, per esempio, ma sono nato povero quindi mi tocca lavorare per riuscire a sbarcare il lunario e non finire a raccogliere panini mangiati dai bidoni dell’immondizia austriaci e/o ridurmi a bere il disinfettante per le mani come ho visto fare in un video americano.
Bene, messo in chiaro il fatto che non sono ricco e quindi tutte le richieste di sostegno ecc. cadono nel vuoto e considerato il fatto che TMI mi permette solo di tenere, come seconda casa, il casolare in Toscana con quegli 80 metri quadri di parco di fronte a casa e non molto di più, possiamo procedere con il tema principale: le letture estive.
Era già da un po’ che mi stuzzicava l’idea di leggermi qualcosa dei Cannibal Corpse, ma non ho mai avuto il tempo, così ho approfittato di un po’ di giorni in Croazia per svaccare completamente e imbruttirmi in spiaggia godendomi una lettura tutto sommato leggera come quella offerta da McIver.
Bible of Butchery non è altro che questo: un libro veloce, spigliato e che non ti fa ammattire nel ricordare mille cose. I due libri sui Black Sabbath, ad onor del vero, avevano una profondità maggiore e una capacità di analisi di gran lunga superiore a questo biografia ufficiale, anche se non credo che l’intento di McIver fosse quello di sondare la band americana ad un livello così profondo come fatto da Popoff con i Sabbath.
Ci sono elementi di interesse, e non potrebbe essere altrimenti visto che il 90% del libro è inteso come una storia orale della band, con interviste ai cinque membri (c’era ancora Pat O’Brian) e alcune canzoni selezionate vengono “analizzate” dal songwriter principale, anche se questa analisi si ferma ad un livello molto superficiale e rasenta più il ricordo che altro.
Bible of Butchery, come avete capito, non è il classico libro cattedratico, pesante e con lungaggini insensate; questo è un punto fondamentale per una lettura “da spiaggia”, ma è anche il suo punto dolente. Fornendo poco su cui soffermarsi, la biografia dei Cannibal Corpse ha poca profondità e non mi ha spinto a tenermi a mente un singolo passaggio o la voglia, naturale, di andare a rileggermi il libro in un prossimo futuro.
Se avete qualche soldo da buttare o siete dei fan della band, prendetelo come svago e lettura “da cesso” (non è dispregiativo, ma è il momento perfetto per certi libri); se ci tenete al conto in banca, tenete i soldi per un concerto dei Cannibal Corpse, fornisce molte più spiegazioni ed emozioni di questo libro.
[Zeus]

Chief Rebel Angel. Entombed – Morning Star (2001)

Che questa rubrica sul recupero dei dischi usciti nel passato sia occasione di ricordi, memorie e pensieri è cosa ormai assodata, non ci si scappa. Come fai a recensire un disco uscito 20 anni fa? Ormai son state versate non so quante parole su schermo, e su carta, quindi che senso farebbe aggiungerne altre? Quello che non avevo previsto, almeno per gli Entombed, è di parlare di Morning Star con quella mestizia che mi assale quando partono i brani della band svedese.
Il problema è che ricordare, oggi, questo disco degli Entombed significa fare i conti con la morte di L.G. Petrov e raccontare il tutto al passato, cercando di rimanere coerente ma c’è, in questo 2021, una notevole difficoltà nel separare la scomparsa del singer con le opere della band.
Ecco perché è difficile trovare un ricordo fresco su Morning Star, che non è un brutto disco sia chiaro. Anzi, se vogliamo, è un ritorno a delle sonorità che hanno tiro e una sorta di malevolenza che non si era sentita da un po’ e per me questo è un fattore talmente positivo da farmi sorridere. Nel 2001 gli Entombed non hanno composto un disco perfetto e neanche un top album, quelli li avevano già registrati circa una decina d’anni prima, ma vi sfido a trovare brutto o insulso un disco come questo anche dopo 20 anni dalla sua uscita.
E va da sé che una lacrima scenda quando sentite Chief Rebel Angel, tutti pensano immediatamente a Petrov. Non può essere altrimenti e io lo ricordo sbronzo ammerda, ma contento come un bambino di essere su un palco a cantare le canzoni che gli piacevano. Me lo ricordo a scherzare e darmi una birra, tanto che ancora oggi mi chiedo se essere aver bevuto dopo L.G., sporco e sudato come una bestia, mi abbia dato degli anticorpi speciali anti-tutto. Un po’ come successe al buon Lord Baffon con quella dannatissima tequila bevuta da un bicchiere sozzo come un cesso all’aperto nel Terzo Mondo al Kaltenbach Open Air.
Che cazzo, mi ascolto Morning Star e un po’ di malinconia mi sale, anche se il disco ha tiro e i riff ci sono, cattivi ma groovy (come direbbero anche su altre webzine). Va bene, lo ammetto, Bringer of Light non mi piglia poi molto (e così anche la parte in clean di Out of Heaven la digerisco a stento), ma praticamente il resto dell’LP ha una qualità alta, anche quando sembrano un po’ in difficoltà a tenere alto un songwriting di spessore (ci sono degli episodi qua dentro, ma li conterei nell’ordine di 1-2 canzoni).
Gli Entombed sono una di quelle band che piacciono a tutti, perché sono, in maniera tutta loro, aggressivi e accessibili in egual misura. Hanno riff che tirano dritto come coltelli nel burro e poi se ne escono con groove schiacciasassi o scudisciate circolari che hanno nelle vene sia death sia thrash, ma non si dimenticano mai che una canzone, per essere memorabile, deve essere anche ricordabile. Ecco perché Morning Star funziona, perché sotto una scorza dura, ruvida, macina sonorità rock’n’roll e non disdegna di metterci dentro ritornelli che ti si piantano in testa.
Questi erano gli Entombed nel 2001, una band che aveva ritrovato un proprio sound dopo qualche sperimentazione di troppo, qualche svarione e un po’ di incertezze. Ci sono molti che apprezzano anche il percorso precedente, il triennio 1997 – 2000, e pensano che questo sia ritornare a giocare sul sicuro, ma per me in Morning Star ci sono gli elementi che ho sempre amato negli Entombed e, seppur meno freschi che nel 1993, hanno ancora quella carica che mi fa saltare dalla sedia e mi fa alzare gli occhi al cielo dicendo: grazie per la tua musica, L.G.
[Zeus]

Butchered at Birth dei Cannibal Corpse è più vecchio di molti di quelli che lo adorano.

Quando è uscito Ace Ventura avevo 13 anni e, di metal estremo, non ne capivo una beneamata fava. Potete anche capirlo, non ho fratelli maggiori a illustrarmi la via del metallo, quindi tutto quello che ho scoperto è merito della testardaggine del sottoscritto. Come anche i muri sanno, dentro quel film, già culto di suo, c’è un cameo dei Cannibal Corpse che suonano Hammer Smashed Face e… no, ok, ho già detto tutto. Film da botteghino e brutal death insieme, stiamo parlando di un’altra epoca storica anche nel cinema; adesso, con tutte le restrizioni varie, non puoi dire, fare, pensare niente se no ti accusano di qualsiasi cosa.
Un tempo c’era un misto di menefreghismo e ingenuità che, francamente, non mi dispiaceva. Finché si mantiene “la misura”, si può ragionare su tutto.
Detto questo e pensando “ai bei vecchi tempi”, noto con affetto che Butchered at Birth è uscito 30 anni fa e guardando parte del pubblico ai concerti, il dato è notevole: molti di quelli che ascoltano metal, e hanno forse il tempo di uscire e vedersi un concerto, non erano neanche nati al tempo di Butchered at Birth. In realtà, vedendo l’età media, c’è da chiedersi se non fossero proprio lontani dai pensieri.
Ci sono anche le vecchie carcasse, gli irriducibili con più toppe e cicatrici da bevute selvagge che capelli, ma questi sono una razza in estinzione dovuta alle mille traversie della vita. Ma il gruppo di 50 personaggi oltre i 40 ci sono e tengono duro finché non collassano a terra sbavando cose verdi dalla ogni orifizio.
Logicamente molti conoscono Tomb of the Mutilated proprio per quella canzone, e le altre 4/5 che praticamente ogni metallaro conosce o ricorda o ha sentito nominare almeno una volta nella propria vita ma è con Butchered at Birth che si vedono, per la prima volta, i Cannibal Corpse nella loro versione futura. Sembra una frase ad effetto, ma non lo è, visto che tutti sappiamo la costanza con cui Webster&Co. hanno fatto uscire dischi di qualità e il percorso evolutivo della band nel corso degli ultimi 30 anni. Il fatto è che proprio nel 1991 i Cannibal eliminano le tentazioni più thrash (il passaggio da Eaten Back to Life a Butchered at Birth lo conoscete, non serve certo che vi ripeta tutto) e si gettano a piene mani nel grande fiume del death metal americano.
Per chi si fosse collegato solo ora e guardasse l’America di oggi, potrebbe pensare il contrario, ma a quel tempo non è che la scena estrema americana fosse un fiume enorme da cui attingere; nel 1992 non c’erano mille band a infestare la scena e neanche mille rigagnoli che andranno a formare derivazioni di genere e sottocategorie: gruppo come quello di Buffalo era, a tutti gli effetti, un prime movers della scena brutal.
Sinceramente non so come fare a ricordarvi di ascoltare Butchered at Birth senza scadere nel banale. Il disco è una fabbrica di riff? Sì, lo è. Le vocals sono inumane? Sì, Chris Barnes, nel corso di un anno, smette di “tentare di cantare” e incomincia a fare quello per cui è conosciuto in lungo e in largo: grugnire come un lavandino ingorgato e sozzo. Una cosa che, ovviamente, funziona alla grande. Poi vedete voi se siete nel team Barnes o in quello di Giorgino Fischer, io dopo un primo attaccamento al growl di Barnes, ho incominciato ad apprezzare quello dell’uomo senza collo, trovandomi in difficoltà su chi considerare adatto al sound dei Cannibal Corpse. Forse forse, ma qua potrei cambiare idea fra 5 minuti, direi che Fischer si adatta alla perfezione all’odierno sound della band, mentre il grugnito catacombale di Barnes era il trademark e il tratto distintivo della prima incarnazione.
Non saprei che altro dire se non questo.
Voi fate partire Meat Hook Sodomy o Vomit the Soul o Covered in Soures, per me è uguale.
[Zeus]


Ex Deo – The Thirteen Years of Nero (2021)

Nati come progetto collaterale e potenzialmente a scadenza, gli Ex Deo di Maurizio Iacono si ripresentano al pubblico con cadenza quadriennale e, in questo 2021, fanno uscire il quarto disco: The Thirteen Years of Nero. Voi che conoscete Iacono per il suo lavoro con i Kataklysm, negli Ex Deo forse vi ci trovate anche male; tutti gli altri che ascoltano death metal orchestrale, epico, pompo e tarro allora potrebbero farsi la bocca buona con questo LP.
Il problema principale è che Iacono, e gli Ex Deo che sono una sua emanazione, ormai ci crede troppo e questo non va per niente bene. Già con The Immortal Wars avevo sottolineato che il problema dei “nuovi” Ex Deo post-2012 è il loro essere quasi troppo seriosi, troppo presi dal revival all’americana (sorry, canadese) dell’Impero Romano, mentre per fornire il massimo devono essere sopra le righe in ogni momento. Non voglio i profumi alla SepticFlesh dentro Boudicca e non voglio sentire i preziosi inserti del tizio dei Carach Angren, mi sembra che siano solo cose gettate dentro e che vogliono dare un tono “alto” ad un disco che non dovrebbe esserlo.
Quanto ho amato la tarraggine oscena, così piena di ignoranza crassa di Caligvla: questo sì che è un disco che vale la pena ascoltare. Non è per niente perfetto, è oscenamente ignorante e con pezzi che ti fanno salire la pelle d’oca, ma è tarro come vuoi che sia un disco degli Ex Deo. Epico, balordo e inconcludente: perfetto per una grigliata, per tirarti su il morale e quando vuoi darti lo smalto dell’italiota durante un raduno di metallari.
Su The Thirteen Years of Nero ci sono troppi elementi corretti, anche un cambio di voce dal classico growl di Iacono, e le orchestrazioni sono ragionate, cinematografiche (l’intermezzo Trial of the God) e con alcuni tocchi realmente alti. Non saprei criticarle neanche a volerlo: non sono troppo presenti, non sono stupide (anche se, a volte, sbracano e tirano fuori The Fiddle & The Fire o gli abominevoli rimandi quasi Dimmu Borgir-iani di What Artist Dies in Me) e nell’idea di trasformare questo LP in un’epica drammatica, il loro lavoro lo fanno con un’abilità notevole. E sono proprio tutti questi termini positivi che non voglio usare con gli Ex Deo, non mi ci sento a mio agio perdonatemi.
In generale, The Thirteen Days of Nero non è un brutto disco. Le idee le riciclano senza contegno dal loro passato, e ci mancherebbe anche, Sakis dei Rotting Christ ne sta facendo un’abilità conclamata da anni, ed il fatto di aver assoldato un tizio che sfrutta le orchestrazioni in maniera pacata (seppur decisamente presente – perdonate il gioco degli opposti), ha fatto sì che gli Ex Deo nel 2021 siano un gruppo maturo, capace di esprimere un concetto estremamente teatrale della loro idea di storia romana. Detti gli aspetti negativi e considerato il fatto che alcune parti di TTYoN fanno il verso a cose prodotte pre-2017, io concedo ancora credito a Iacono e spero vivamente che, prima o poi, rinsavisca e capisca che la carta vincente per progetti come questi non è la serietà, la rispondenza letteraria e neanche l’epos, ma la tarraggine brutta, sporca e grezza, quella che ti fa avere un Pandino 4×4 coperto per metà di merda di mucca ma con il tubo di scappamento grande come la gamba di Roberto Carlos.
[Zeus]

L’odore del thrash alla mattina. Sodom – Bombenhagel (2021)

Il 20 agosto è uscito un nuovo EP dei Sodom, quindi chi segue la band lo avrà già ascoltato decine di volte. Di nuovo arrivo in ritardo con le anteprime, ma tant’è, anche questa volta è andata così. Cosa bolle nella pentola dei tedeschi in questa estate all’insegna delle rotture di cazzo? I Sodom, dopo aver annullato concerti e impegni vari sappiamo tutti a causa di che cosa, fanno comunque una sorpresa ai loro fan per non lasciarli proprio a bocca asciutta. Per l’occasione viene ri-registrato un classico della band del 1987, Bombenhagel, tratto da Persecution Mania.
Di solito le ri-registrazioni portano più problemi che altro, come è successo in diversi casi più o meno recenti, ma dipende da come il lavoro viene svolto. Il buon zio Tom non cerca la produzione pompata e cristallina, non reinterpreta il pezzo, ma si limita a registrare il brano con l’attuale formazione, con una bella produzione calda e non plasticosa, arrangiandolo per due chitarre. Il risultato non mi sembra criticabile, anzi per niente, del resto rispecchia il sound attuale della band e, posso presumere, il modo in cui il brano verrà riproposto dal vivo. Certo non ha il grezzume e lo sporco della vecchia versione, ma di pulito e artefatto qui non troverete assolutamente niente. Comunque il lavoro di recupero si ferma qui, perché il resto dell’EP è composto da due brani inediti, Coup De Grace e Pestiferous Posse, che non sono altro che la dimostrazione di quanto i Sodom siano in forma. Le due canzoni sono esempio di thrash tedesco fatto come si deve e spaccano. Certo è solo una “porzione ridotta”, ma per i fan credo sia un dischetto da non lasciarsi scappare.
[Lenny Verga]

Anche Ten dei Pearl Jam compie trent’anni (1991)

Facciamo un po’ di chiarezza per chi, in questi tempi turbolenti, non capisce più cosa è mito e cosa è realtà. Succede leggendo le notizie su Facebook e informandosi dall’amico dell’amico di trovarsi a dubitare sui fatti e su quanto un tempo era realtà assodata. Nonostante tutto il tam-tam pubblicitario, Ten dei Pearl Jam è uscito prima di Nevermind dei Nirvana, anticipandolo di qualche settimana e ponendosi come uno dei punti di riferimento della scena grunge che, ad inizio anni ’90, stava dominando il Nord Est americano e, da lì a poco, anche il mercato discografico mondiale. Il fatto è che tutto è scoppiato con l’arrivo di Nevermind e, con la visibilità di Kurt Cobain, si è incominciato a pensare che i Pearl Jam fossero dei subdoli musicisti arrivati dopo.
Falso, anche se formalmente vero. Informazione contrastante, nevvero? Il fatto è che i Pearl Jam non esistevano prima di Ten e questo perché metà della band era impegnata in altri progetti poi andati in fumo a causa dello sport preferito della scena di Seattle: iniettarsi droga senza soluzione di continuità. I Nirvana erano attivi nell’underground e già incominciavano a macinare fan, ma le vere star, a fine anni ’80, non erano né loro né nessun altro se non i Soundgarden, veri beniamini del pubblico e capaci di far guardare con interesse la scena di Seattle da una stampa orma quasi sclerotizzata dall’hair metal e da quanto stava uscendo in quel periodo.
I Pearl Jam, però, non sono mai stati grunge in senso stretto, anche se, forse, questa definizione gliela si poteva appiccicare ad inizio carriera e proprio con Ten, ma l’etichetta gli è scivolata via di dosso in ben poco tempo lasciandoci alle prese con una band di classico rock che, con il tempo, ha incominciato a gravitare sempre più spesso sulle capacità compositive di Eddie Vedder e sempre meno sull’approccio “di gruppo”.
Nel 1991, però, i Pearl Jam erano tanta cosa. Erano vitali, carismatici (anche se controvoglia), ispirati e con un disco che non faceva una piega e non si prendeva le innumerevoli pause creative che, da Vitalogy in poi, hanno contraddistinto le track-list della band di Seattle. Ten era un disco con gli attributi, ben bilanciato fra esplosione giovanile, il grido di una persona che di problemi ne aveva da raccontare (e che, paradossalmente, questi problemi son diventati anche generazionali), e ci sono già quei momenti più miti in cui il classic rock americano fa capolino in composizioni molto mature per una band all’esordio.
Anche se tutta la sezione ritmica fa il suo lavoro (anche se è il basso ad uscirne vincitore in un ipotetico confronto) e il lavoro sulle sei corde del duo Gossard – McCready è ispirato e non cede un secondo, molto di quanto ci si ricorda è ovviamente dato dalla voce di Vedder, uno che con “il suo strumento” ci sa fare e che, con il passare degli anni, non ha perso granché nella capacità di ispirare e farti provare un vago, generico, risentimento verso la sua bravura e il tono di voce (contrariamente a quanto successo al compianto Chris Cornell, la cui voce è andata in gran parte a culo con il passare del tempo).
C’è poco da nascondersi quando si parla di questo LP, non ci sono i ripensamenti che si hanno con altri elementi della discografia dei Pearl Jam post-1994, Ten è un capolavoro che non sente il tempo che passa e che continua ad emozionare anche con 30 anni sulle spalle.
Non serve dirvi di recuperarlo, perché lo conoscete già e, questo, vi fa anche onore.
[Zeus]

Il nuovo singolo della Black Label Society: Set You Free (2021)

Su Spotify è apparsa la segnalazione: nuovo singolo della Black Label Society e io, come un bambino a Natale, mi son messo le cuffie e sentito in direttissima. Ormai il buon Zakk Wlylde ha capito che è l’effetto macho lascia il tempo che trova e ha incominciato il sacro percorso della presa generica per il culo. Se lo seguite su Instagram capite perché e così anche per la copertina di Set You Free, che non è certo quello che i metallari-duri-e-puri si aspettano da uno col pedigree di Zakk.
Non posso certo mettermi a giudicare il risultato finale da un singolo, peraltro ascoltato via Spotify, ma quanto esce fuori da Set You Free non è altro che BLS versione vagamente moscia. Certo, ci sono le melodie che ti ricordi senza problemi (il ritornello lo canticchi senza difficoltà dopo mezzo secondo di ascolto) e così anche il momento in cui Wylde fa vedere quanto è bravo a suonare (e che son anche i momenti più noiosi, con mille note in un assolo che, boh, ci sta ma non mi fa impazzire). Set You Free è un brano standard nella discografia della Black Label Society, composto senza neanche pensare più di tanto visto che è banale songwriting per Wylde e della rabbia, dell’energia pura e cristallina di Order of the Black non se ne vede un’oncia da una decina d’anni.
Spero di sbagliarmi e che il disco, Doom Crew Inc. in uscita a novembre, mi faccia rimangiare i commenti odierni.
[Zeus]