Ancora birra e carne di cristiano, Oste. Finntroll – Jaktens tid (2001)

Anche io, per un certo periodo, mi son preso bene per i Finntroll e compagnia simile. Non poteva essere altrimenti, con tutto quel retroterra di Tolkien, saghe, fantasy e via dicendo che mi portavo dietro e poi, cristo, suonavano anche una sorta di black metal zumpappà che non stonava mai ad una festa o grigliata. Il pacchetto completo, in altri termini. Questa infatuazione è finita molto presto, non credo di ricordarmi un solo disco dei Finntroll post-2001 e, ad essere sincero, adesso che riascolto Jaktens tid in maniera quasi ossessiva da giorni, mi accorgo che il ricordo è leggermente sbiadito nel corso degli anni passati nelle grotte della mia memoria. Non posso negare che, ai primi ascolti, il secondo LP dei Troll sia ancora carico di quella veracità, quel divertimento sconclusionato e pronto ad esplodere in un festone pieno di birra e stinchi di maiale a colare copiosamente sulle barbe già lucide di unto. Il problema è che adesso mi saltano anche all’orecchio le imbarazzanti tastierine alla Bontempi e qualche furto/ispirazione di troppo in termini di riff o melodie: non è raro che, alle mie orecchie di vecchio e stanco metallaro risalti una melodia un po’ troppo vicina a quanto fatto dagli Amorphis nel periodo ’94-’96 (ad esempio, ma non solo, Den hornkrönte konungen (Rivfaders tron)) o anche un accenno di Satyricon di Nemesis Divina qua e là.
Non sono peccati capitali, perché i Finntroll erano un gruppo di cazzari che si divertivano realmente a fare quello che facevano, ma è comunque un po’ straniante questa sensazione. Soprattutto perché non me la ricordavo proprio e ho sempre associato i Finntroll al divertimento e allo scolare birre senza pensiero per il futuro. Adesso che il futuro mi è arrivato addosso come un treno, posso anche permettermi di rivalutare alcune cose, pur riconoscendo che Jaktens tid è l’ultimo disco che ho sentito della band e secondo solo all’esordio Midnattens widunder. Il resto son ricordi e tentativi di portare avanti qualcosa che, post-2001, non è più potuto essere uguale.
[Zeus]

Quando dite grunge, parlate di Nevermind dei Nirvana (1991)

Trenta anni fa io c’ero.
E’ uno dei pochi dischi considerati “storici” in cui ero presente, anche se giovane, e ne ho subito direttamente la sua influenza. Mi ricordo la venuta delle camicie in flanella, le All Star, i jeans strappati. Beh, c’è da dire che non è che dalle mie parti si percepisse il movimento grunge, la bassa atesina non è Seattle, questo è chiaro, ma più che il grunge, era forse l’insieme di dischi usciti quell’anno (ci metto assieme il Black Album e i due Use Your Illusion e altri) che portarono un leggero cambiamento. Si iniziò a sentire alla radio un po’ di musica diversa, quindi con chitarre distorte, e alle feste, in chiusura dopo la musica da ballare, iniziarono a metterci anche una Smells Like Teen Spirit e i gruppi cover locali iniziarono a inserire anche qualcosa di più duro nel repertorio.
Nevermind lo aveva in vinile la sorella di un mio amico, molto più vecchia di noi, quando andavo a trovarlo e finito i compiti (andavo alle medie) lo ascoltavamo spesso. Quello, o un disco con gli effetti speciali per il teatro, che ci faceva ridere molto, ma questa è un’altra storia.
Altra cosa che mi viene in mente è che Nevermind fu un album che durò molto, nel senso che fu ascoltato e celebrato a lungo, i suoi singoli trasmessi per anni alla radio, la gente la T-shirt dei Nirvana indosso per anni e così anche le camicie di flanella. Che poi erano molto comode, bisognerebbe rivalutarle.
Non mi soffermo a fare un analisi del disco, sarebbe offensivo, credo che lo abbiate ascoltato tutti varie volte, volontariamente o involontariamente. E’ un gran disco e direi, anche se è un disco anni ’90 al 100%, se non il disco manifesto degli anni ’90, è ancora attuale e se ascoltato adesso non dà la sensazione di vecchio. Sensazione che invece ci sentiamo addosso noi, ricordandoci di quanto velocemente sono passati 30 anni.
[Lord Baffon]

T-Shirt dei Nirvana? Check. Poster in camera? Check. Autobiografie di tutti i tipi sulla band (o sul grunge in generale)? Check. Camicie in flanella e jeans strappati? Check. Avevo tutto l’ABC del grunge, ovviamente anche i dischi, che adoravo e, infatti, ancora oggi ho un debole particolare quando devo trattare dei gruppi grunge dell’epoca. Probabilmente nella seconda metà degli anni ’90 sapevo più io dei Nirvana che Dave Grohl stesso. Però sapete cosa mi fa specie? Mi ricordo che, all’epoca, Kurt Cobain mi sembrava un adulto, quasi un vecchio, e non aveva ancora 27 anni! Ovviamente la stessa cosa si poteva dire anche di Jim Morrison, altro che a 27 anni ha salutato questo mondo, ma il buon Jim, nei seventies, sembrava un 50enne completamente sfinito dall’alcool e dalle droghe. Nelle ultime foto promozionali, il Re Lucertola sembrava il padre di sé stesso. Adesso, a trent’anni di distanza da Nevermind, mi accorgo di quanto fosse giovane Kurt Cobain, di quanto tutto è relativo e, in realtà, di quanto il tempo scorre indifferente a tutto e tutti. Prima di dipingere il muro con le sue cervella, Cobain ha fatto in tempo a far uscire una manciata di dischi che hanno rivoluzionato l’inizio degli anni ’90, portando milioni di giovani ad avvicinarsi alla musica “pesante” e al rock, senza per forza doversi subire le stronzate che le radio trasmettevano all’epoca. Uno di questi dischi è proprio Nevermind e, come molti prima di me e tantissimi dopo, anche io ne sono stato colpito in maniera violenta. Prima ascoltavo la musica in un modo e poi eccoti Nevermind che ha spazzato via tutto, portando con sé una nuova/vecchia idea e le sue cover risuonavano nelle cantine sudate e puzzolenti, a cui si aggiunse velocemente un altro classico da band esordiente: Bro Hymn dei Pennywise.
Nevermind lo ascoltavo su cassetta originale, non credo di aver mai comprato il CD tanto ero affezionato a quella cassetta per moltissimi motivi e non tutti positivi, e l’ho praticamente memorizzato da cima a fondo. Come ha detto il buon Lord Baffon, ci sono pochissimi dischi che incarnano l’espressione di un decennio e Nevermind ne è l’esempio lampante. I Nirvana e questo LP sono l’espressione degli anni ’90 e, nonostante l’età che passa, i trend che vanno e vengono, le rivalutazioni e il tentativo di continuare a mangiare sul cadavere di Cobain, Smells Like Teen Spirit, In Bloom e via dicendo sono ancora delle grandi canzoni e non sono invecchiate di un minuto.
Miracoli di un disco diventato generazionale.
[Zeus]

Infected Chaos – Dead Aesthetics (2021)

Dead Aesthetics è il nuovo album degli austriaci Infected Chaos, giunti con questa release al terzo lavoro in studio. La band propone un death metal che attinge a più modi di intendere il genere. Il riff iniziale dell’opener When Yonder Calls My Name ci lascia subito intendere quanto la band guardi a nord, in particolare alla Svezia ed a quel sound che hanno contribuito a creare, tra gli altri, gli Hypocrisy, i Dismember e i primi Amon Amarth. Giunti a metà del brano però, la band sembra trasferirsi oltre oceano attingendo dalla scena death americana contemporanea, creando una struttura che una sua complessità. Si passa poi da un growl tipico del death melodico allo sgorgo del lavandino intasato dai resti di cadaveri caratteristico di certe zone degli USA. Il mix per lo più funziona, certo non fa urlare al miracolo per originalità di riff e soluzioni, ma si fa ascoltare perché il suo fascino distruttivo è innegabile.
A volte si sente un po’ troppo la fonte di ispirazione, là dove Gehenna richiama gli Amon Amarth senza preoccuparsi di nasconderlo o dove And Thus I Fell sembra uscita da un album degli Hypocrisy. Se questa via di mezzo tra l’essere un po’ derivativi e cercare la propria strada facendo proprie le idee di più correnti non vi crea problemi, Dead Aesthetics vi farà scapocciare di brutto, perché è ben suonato, ben prodotto e scorre via benissimo, con l’eccezione di qualche momento che cede alla banalità, ma in un album di undici tracce che supera i cinquanta minuti di durata può capitare. 
Per concludere, Dead Aesthetics è un album più che valido, parto di una band che deve affinare ancora di più il songwriting ma che già riesce a dimostrare quello che vuole dire, quello che vuole trasmettere.
[Lenny Verga]

Tristania – World of Glass (2001)

Dopo Beyond the Veil e l’abbandono di Morten Veland, i Tristania hanno dovuto far quadrato e incominciare a pensare alla loro vita professionale/musicale senza il padre/leader/compositore principale. Ovviamente non è che si siano fatti prendere troppo dal panico, visto che Morten Veland è andato a fondare i Sirenia che hanno realmente poco da dire. Però è stato un bello scossone e ad inizio 2000 i Tristiania hanno preso la consapevole decisione di uscire dal binario precedentemente percorso. Il gothic metal viene messo in secondo piano, lasciando il palcoscenico e l’occhio di bue ad una rinnovata sensibilità verso l’elettronica, i chorus e tutto un nuovo modo di intendere il sound dei Tristania.
Questa scelta, per quanto strana, era necessaria a mio avviso. Continuare a simulare quanto fatto prima non aveva senso, la cosa migliore da fare era evolversi, anche se questo ha comportato snaturarsi in maniera evidente. World of Glass ascoltato vent’anni dopo non è un disco da buttare, per quanto ci siano diverse cose che non riesci a reggere neanche a volerle; soprattutto per me che con questo tipo di gothic metal faccio una fatica assurda. Le composizioni sono di buona fattura e reggono per almeno due terzi della scaletta, andando poi a cadere in un baratro di pochezza solo verso la fine.
Se ma vi capiterà di ascoltare/riascoltare World of Glass, vi accorgerete senza problemi che c’è un’enormità fra quanto suonato in Wormwood o in Tender Trip on Earth rispetto ad una Crushed Dreams, che ha dalla sua un’elettronica invalidante e così irritante da farmi credere che stiano schiacciando le palle ad un cormorano per produrre quel suono. Però quando la musica funziona, gira bene, seppur le scelte di registrazione di Terje Refsnes hanno azzoppato il risultato finale, facendo sì che Vibeke si sgoli sotto una serie di chorus che la sovrastano dandole poche chance di vincere il confronto.
Dopo questo disco anche i Tristania sono finiti in un vortice di reale pochezza, anche se si son difesi in maniera più dignitosa rispetto ad altre band di genere.
[Zeus]





Milestones – Guns’N’Roses: Use Your Illusion 2

In questo blog da “boomer” viene spesso fuori la figura dell’imberbe ragazzotto di provincia che straniato dalla realtà della provincia trova la sua via ed il suo sé grazie alla musica metal. Ma è ovvio che questa è una rappresentazione stereotipata, che sfrutta dei “logos” e degli archetipi per far riconoscere nei lettori delle situazioni magari comuni, dato che più che di musica a noi piace raccontare storie. E poi non è stato solo il metal a darci un ruolo, e una posizione, e ad aiutarci ad accettare questa società pur non sentendoci integrati pienamente nella stessa. Ci ha aiutato molto di più l’alcool.
Ma tornando all’argomento proposto nel titolo, questa è sempre la storia di chi a 11/12 anni non si ritrovava nella gente del suo paese, il periodo delle scuole medie sono un periodo orrendo, tutti i tuoi coetanei vanno a calcio, le tue coetanee guardano fisso ai ragazzi più grandi e tutti si riconoscono nelle canzoni degli 883. Io, sinceramente, non ci trovavo niente. A me, già allora, la musica piaceva ascoltarla, sentirla in profondità, e dei testi, sia intesi come parole che come melodie da cantare, non interessava niente. Io avevo già chiaro che volevo approcciarmi al METAL, perché ero attratto dalla musica distorta, sia dai metallari stessi, e che nelle rare volte che si aveva la possibilità di fruire di musica distorta ci si buttava a capofitto. Quindi beato e lodato il 1991, ultimo anno dei dischi metal o hard rock mainstream, che con il Black Album e Nevermind misero le chitarre distorte a pieno regime delle radio. Ma non bastava. Ricordiamoci che ad 11 anni avevamo appena riposto i nostri Master nelle scatole, il mondo metal era ancora troppo oscuro per noi provincialotti da 4 soldi e, comunque, la speranza di essere accettati dagli altri che felici ci ronzavano in torno era lungi dall’essere seppellita. Serviva un gruppo d’entrata, pesante, schitarrante ma accettato più meno da tutti, quindi presente in TV e su quegli orrendi giornalini tipo Cioè e Bravo: quindi chi di meglio degli stilosissimi GUNS ‘n’ ROSES, che di seguito al capolavoro Appetite for Destruction uscivano non con uno, ma due dischi!
Sfruttai una serie di paghette e mi comprai il capitolo II, perché il primo lo aveva un mio compagno di banco, lo ascoltai migliaia di volte, anche se devo ammettere anche in questo caso avrei dovuto fidarmi del teorema del Dixan, che due fustini secondari non sono meglio dell’originale, e comprare quindi direttamente Appetite. Poi comunque presi tutta la discografia (tranne Use your Illusion I, lo aveva il compagno di banco, che nel frattempo abbandonò la musica dura e si diede al più sano hobby dell’inseguire la figa), magliette, VHS , libri e poi scopri che si poteva facilmente uscire dal mio recinto e dalla comfort zone e ascoltare musica sempre più pesante. Avessero messo direttamente gli Slayer alla radio nel ’91, avrei risparmiato sicuramente un sacco di tempo!
[Lord Baffon]

Una certezza. Grave Digger – The Grave Digger (2001)

I Grave Digger sono una sicurezza, nel senso che, non importa come, loro ci sono sempre stati. Tra pause forzate, momenti di crisi e cambi di formazione, si sono sempre ripresi e sono andati avanti pubblicando album e calcando i palchi. I risultati, è vero, sono stati a volte altalenanti, ma la band tedesca non è una di quelle che si sono mai ritrovate a raschiare il fondo del barile per tirare avanti. Quest’anno i nostri becchini oltrepassano i quarant’anni di carriera e ad ottobre compie i vent’anni un album che è quasi omonimo nel nome: The Grave Digger.
Anche questo lavoro è uno di quelli che rappresenta un nuovo punto di partenza. Questa volta è l’abbandono del chitarrista Uwe Lulis a segnare la fine di un periodo. Il buon Chris Boltendhal assoldò Manni Schmidt, appena uscito dai Rage, e dovette assumersi la responsabilità di dare un seguito al tris d’assi che i Grave Digger avevano prodotto negli anni precedenti: il capolavoro Tunes of War e gli altrettanto apprezzati Knights of the Cross e Excalibur, tre concept album a sfondo storico sfornati in fila.
Bolthendal non vuole ripetersi, quindi niente concept per il nuovo disco ma, siccome proprio come me non riesce a rimanere troppo tempo senza un libro in mano, decise di ispirarsi alle opere di Edgar Allan Poe per i testi. Il risultato fu The Grave Digger, che già dal titolo era una dichiarazione di intenti. Niente guerre, battaglie epiche o mitologia, solo racconti di morte, orrore e altre belle cose allegre. 
Era da un po’ che non lo riascoltavo e, dopo tutti questi anni dalla pubblicazione, ho ritrovato un album solido, sincero, formato da canzoni dirette, classicamente metal fino al midollo. Certo ci sono un paio di pezzi tranquillamente skippabili che smorzano un po’ i toni, ma anche se non è di sicuro tra gli album più citati dai fan della band, per me rimane un lavoro più che dignitoso, con qualche pezzo che sono sicuro faccia ancora bella figura in una set list dal vivo.
[Lenny Verga]

Sweeping Death – Tristesse (2021)

C’è un disco che gira a ripetizione in casa mia da qualche giorno, ed è un EP di soli tre brani. Tristesse dei tedeschi Sweeping Death è meritevole di  tantissima attenzione ed è l’ennesima prova che la MetalMessage ci mette tutto l’impegno possibile a scovare band valide. 
Tristesse è la terza release degli Sweeping Death, la cui discografia finora comprende un album e due EP. La band viene classificata come prog metal ed è un’etichetta che tutto sommato gli si addice, ma non aspettatevi qualcosa alla Dream Theater e compagnia bella. Prendete una base di metal classico, più o meno all’americana, che nelle sue progressioni si spinge ad esplorare territori affini a certo metal estremo e melodico della Svezia e della Polonia. Il mix che ne esce non è ancora perfetto, ma è estremamente interessante e ricco di promesse. 
In Tristesse trovano spazio intermezzi di violino (The World As Will), intro di pianoforte (After the Rift), lunghe parti strumentali (Sublime Me), ma è il metal ad erigersi sempre sul risultato finale, grazie anche ad un cantante della madonna. Tutta la band è tecnicamente valida ma non si può non soffermarsi sulla voce del singer, che sembra un connubio tra Matthew Barlow e Alan Averill.
In questo EP la vena più estrema si rivela solo nella terza traccia, Sublime Me, in cui gli Sweeping Death cercano di stupire l’ascoltatore con qualcosa di inaspettato, riuscendoci e lasciandolo con la voglia di sapere come tutti questi elementi potranno essere sfruttati in un futuro full length. Per chiudere in bellezza, Tristesse in soli tre brani sviluppa un doppio concept basato sul numero 3 e sull’opera “Il mondo come volontà e rappresentazione” di Arthur Schopenhauer.
Insomma, ce n’è anche per chi ha voglia di leggersi i testi.
[Lenny Verga]

Non sarà il migliore, ma voi recuperatelo. Witchery – Symphony for the Devil (2001)

I primi due dischi dei Witchery (più EP) sono da recuperare, poi vedete voi se volete fare come gli struzzi e nascondere la testa sotto la sabbia. Il fatto è che allo scoccare del 2000, momento dove molti incominciavano a dubitare di sé stessi proponendo le peggio cose, i Witchery tentano il passo più lungo della gamba e lo fanno con risultati alterni.
Perché dico questo? Perché Symphony for the Devil non è altro che una versione aggiornata di sé stessi. Lo sto riascoltando e mi rendo conto che questo LP non è altro che i Witchery che fanno di tutto per fare il “verso” a sé stessi, continuando comunque a pescare senza vergogna nel black metal melodico e nel thrash metal. Le due influenze sono evidenti in qualsiasi momento dell’ascolto, ma oltre allo strumentale Bone Mill che riprende in maniera troppo evidente i Metal Church, non mi è venuta voglia di cercare di capire dove hanno rubato e a chi assomigliano. Senza girarci intorno, Symphony for the Devil è un disco dei Witchery e lo riesci a incasellare in brevissimo tempo, visto che è ormai una standardizzazione del loro sound.
Che poi quanto detto porti con sé dei dubbi è un dato di fatto. I primi due dischi sono stati composti in un perfetto stato di forma, in cui le canzoni sono praticamente tutte interessanti e non ci sono cadute di tono, ma al momento di partorire il terzo disco, e con molte idee geniali già utilizzate nei primi due dischi, i Witchery si trovano a fare i conti con loro stessi. E non è quasi mai bene ragionarsi troppo addosso. Symphony for the Devil è più lungo dei predecessori e non nasconde una maggiore tendenza ad aggiungere elementi come l’atmosfera e altre cose “più serie”, che minano un po’ il risultato finale. Non si può negare che ci sono diverse canzoni che reggono l’urto del terzo LP senza sfracellarsi al suolo, e senza aspettarmi realmente una rivoluzione copernicana, almeno la metà del disco offre materiale sufficiente per headbanging e corna al cielo. Niente per cui strapparsi i capelli, sia chiaro, ma abbastanza consistente da essere interessante, mentre il resto di Symphony for the Devil manifesta una decisiva perdita di lucidità, inciampando addirittura su un finale moscio (le deludenti Called for by Death e Hearse of the Pharaohs e l’inconcludente Shallow Grave).
Se vogliamo fare i puristi e gli schizzinosi al 100%, questo disco non regge proprio il confronto con i suoi predecessori; se lo inquadriamo in un’epoca che stava mutando e in cui l’effetto sorpresa non era più replicabile, allora posso dire che Symphony for the Devil ha dalla sua almeno un cinque/sei pezzi che possono far felici chiunque ad un party o ad un concerto. Da qua in avanti non ritroveranno più la quadra degli esordi e il gioco si autodistruggerà, ma questo è un discorso del futuro.
[Zeus]


Ozzy e la modernità: Down to Earth (2001)

Dopo aver perculato tutti con mille tour d’addio, giusto per far capire che Ozzy Osbourne è sia un artista che un marchio di fabbrica ben gestito da sua moglie Sharon Osbourne, e averci dato in pasto un album come Ozzmosis nel 1995, il Madman si concede un periodo di silenzio dalla carriera solista lungo addirittura 6 anni. Non è un periodo di poco conto, visto che il mondo della musica cambia radicalmente, scrollandosi di dosso lo scossone ricevuto dal grunge, assimilando la nascita delle molte fronde del metal estremo e, soprattutto, venendo a patti anche con il nu metal.
Pur essendo fuori dal giro, Ozzy respira la fine degli anni ’90 in prima fila salendo sul palco del carrozzone ambulante chiamato Ozzfest, ideato da quella volpe di sua moglie, e questo gli consente di farsi vedere in mezzo ad una serie di band giovani e rampanti nel panorama metal. Un po’ come quei sessantenni che si vestono a super-giovani, con il risvoltino ai pantaloni, mandano su facebook le foto con la tazzina dell’espresso con scritto “kaffettino!!1?1?!” e tentano di sembrare di 20 anni più giovani delle cariatidi che sono.
Rispetto a questi patetici esseri umani, Ozzy è gestito da Sharon e questo gli permette di evitare di far delle figure di merda storiche, anche perché il mondo è di nuovo pronto a tributare il proprio affetto al Madman. E il duo Sharon-Ozzy lo sanno, visto che dopo aver rivitalizzato il rapporto con i suoi ex compagni dei Sabbath, il Madman ha capito che la gente non si è dimenticata né di lui, né della band di Birmingham e persino il grunge, che aveva tentato di stramazzare il metal ad inizio dei ninties, non si faceva mancare l’occasione di tributare onori ai quattro del Sabba Nero.
Ecco che, in una operazione di cosmesi che neanche Arcore ha mai pensato, Ozzy scende sul palco (stavo per scrivere in campo, ma mi sembrava eccessivo) e, con un mezzo colpo di fard, si tira via una decina d’anni di rughe e l’idea che il 60enne Ozzy sia alla stregua di uno di quei vecchi scorreggioni che salgono sul palco e tirano fuori merda a palate.
Ozzy è un prodotto giovane, un padre putativo del metal, ma decisamente IN. E qua incomincia il declino musicale del Madman, per quanto mi riguarda, visto che nei successivi 20 anni circa non riuscirà ad azzeccare un LP neanche a volerlo, arrivando a produrne uno decente per contrapposizione solo con Ordinary Man. Per far si che il processo di transizione da vecchio metallaro a nuova icona del metal sia indolore, Ozzy si circonda di parte della Black Label Society dell’epoca (Wylde e Trujillo) e, visto che picchia come un muratore, tiene Mike Bordin dietro le pelli.
L’operazione “ringiovanimento” è completata da un sound compresso, ribassato, con addirittura alcuni stop-and-go e dal clima che con l’Ozzy solista ha poco da spartire. Certo, ci sono le melodie classiche, molte di quelle stucchevoli (una su tutte Dreamer o alcune cose terribili su No Easy Way Out) e alcune auto-citazioni, ma il tutto è processato con Pro-Tools e il risultato finale diventerà l’anteprima delle cose con cui Ozzy ci foraggerà per i successivi 20 anni.
Non fa senso un track-by-track e neanche indugiare troppo a criticare le canzoni, che quando pompano hanno il tiro proprio della Black Label Society (ma solo quello), e quando svaccano sembrano una brutta copia del Madman, ma hanno tutte inevitabilmente una cosa in comune: non te le ricordi.
Io sono un fan terminale di Ozzy e so che su Down To Earth ci sono alcuni brani mentre altri non me li ricordavo proprio, ma mi metto nei panni dei nuovi e vi giuro che è difficilissimo ricordarsi melodie o come sono le canzoni.
E il disco del 2001 ha ancora due cose positive in mezzo al nulla in cui è compresso, pensate un po’ cosa ha prodotto da lì in avanti.
[Zeus]


In mezzo alla tempesta elettrica. Witchrider – Electrical Storm (2020)

Prima di vederli in concerto lo scorso weekend, non avevo mai sentito una nota degli austriaci Witchrider. E sì che sono di Graz, quindi le opportunità non mi sarebbero mancate… ah no, negli ultimi due anni è arrivata una pandemia che ha bloccato tutto. Mea Culpa.
Per potermi preparare al concerto, sì faccio ‘ste cose, mi ascolto su Spotify i due dischi che hanno registrato: Unmountable Stairs ed Electrical Storm. Questo giusto per non essere preso in contropiede. Mi piacciono, hanno un buon ritmo e poi dal vivo suonano bene, quindi mi rimbocco le maniche e ascolto con maggiore attenzione Electrical Storm del 2020. La presentazione sotto l’etichetta stoner è un po’ di manica larga a mio parere, o forse questo elemento viene fuori maggiormente dal vivo, visto che su disco gli elementi dello stoner-rock ci sono ma non sono realmente predominanti. I Witchrider suonano rock, reiterato e forse con influenze stoner, ma pur sempre con l’accento calcato sulla parola rock. Certo, ci sono diverse volte in cui la band ti fa venire in mente i Queens of the Stone Age, ma più gli ascolto, più mi vengono in mente anche elementi di Foo Fighters, Porcupine Tree (la title-track, ad esempio, ha quelle strane melodie che ricollego solo a Steve Wilson) e, in misura minore e a giorni alterni, qualcosa degli Alter Bridge. In molte delle canzoni questi elementi si mescolano senza soluzione di continuità, lasciandoti di fronte una band che rielabora un bagaglio musicale ampio in maniera personale ma che, ancora, fa trasparire le proprie influenze. Sono attivi da neanche 10 anni, ci sta ancora un po’ di omaggio nel proprio modo di suonare. I Am Confused per me è un esempio lampante, visto che salta fra QOTSA periodo I Wanna Make It Wit Chu e ritornelli che più foo-fighteriani di così non si può. Ma la canzone funziona. Anzi, in realtà è il disco che funziona quasi tutto; se vogliamo fare i pignoli gli austriaci hanno “nascosto” alcune canzoni meno interessanti verso la fine del disco (It’s Crooked e Come Back, quest’ultima più della prima mi ha lasciato abbastanza indifferente), ma poi finiscono con The Weatherman, forse la canzone più stoner-rock del disco, e questo ti lascia la voglia di schiacciare di nuovo play.
Io li consiglio, forse non sono dei puristi dello stoner e non hanno la componente psichedelica della droga, ma sono un gruppo che sa suonare e che, in Electrical Storm, è capace di mettere insieme 11 brani di sostanza, belli da ascoltare e che non usciranno così presto dalla mia playlist.
[Zeus]