Sólstafir – Í Blóđi og Anda (2002)

L’Islanda è uno di quei paesi capaci a priori di suscitare un certo fascino in chiunque guardi anche solo una fotografia di uno dei sui paesaggi. Ed è proprio grazie ad una sua immagine che sono venuto a conoscenza per la prima volta dei Sólstafir, per la precisione da uno screenshot preso da quella che probabilmente è la loro canzone più conosciuta, Fjara, proveniente dal loro quarto album, Svartir Sandar del 2011. 
Sebbene io non sia un fan del video-clip musicale come forma d’espressione e tenda piuttosto spesso ad ignorarli, il video di Fjara è probabilmente nella mia top five dei video musicali più belli mai visti e senza riferirmi esclusivamente al metal e dintorni. E la canzone è un capolavoro. 
Nel 2002 i Sólstafir esordiscono con il loro primo LP intitolato Í Blóđi og Anda, registrato già nel 1999 ma incappato in diversi contrattempi e, sebbene le origini del gruppo affondino le radici nel black e nel viking metal, già da questo primo album si capiva che i Sólstafir non volevano limitarsi a suonare veloce e invocare il demonio, infatti sono già presenti in buona parte quegli elementi che definiranno maggiormente il loro sound a partire dal lavoro successivo e che li includerà in quel filone musicale che include tutto quello che è postavantgarde o sperimentale.
Le influenze black sono presenti e si fanno sentire spesso ma l’intero lavoro è una continua ricerca di derive che lasciano l’ascoltatore smarrito al primo impatto. Fatto proprio il fascino della loro terra i Sólstafir giocano tanto sulle atmosfere, i tempi lunghi, i cambi improvvisi di umore. Í Blóđi og Anda è un album molto particolare, strano, difficile da inquadrare ancora oggi. La band ha fatto molta strada da allora ed è diventata piuttosto conosciuta (il video di Fjara, tra il canale dell’etichetta e quello della band ad oggi conta quasi 15 milioni di visualizzazioni sul tubo, non male per una band che in molti non hanno mai nemmeno sentito nominare) ma non so in quanti ne conoscano effettivamente gli esordi. Un ascolto a questa opera prima potrebbe spiazzare i fan dei lavori più recenti ma potrebbe anche riservare delle gradite sorprese.
[Lenny Verga]

Milestones . Pantera – Cowboys from Hell (1990)

Quante volte ho detto che l’Alto Adige, la Provincia dove sono nato e dove ho trascorso quasi tutta la mia vita, è terra poverissima di metal o eventi di spessore? Quante volte mi sono lamentato che Bolzano, il capoluogo di Provincia – per chi la geografia l’ha studiata con gli ovetti Kinder -, non ha mai offerto moltissimo in termini di musica estrema?
La realtà è che non è sempre stato così. Un tempo Bolzano veniva anche considerata, ci sono arrivati gli Iron Maiden nella loro versione con Blaze e ci sono anche passati gli AC/DC nel 1996 e poi c’è quel concerto che molti della mia generazione nominano, ma a cui nessuno ha partecipato. Almeno della gente che conosco io. Nel 1991 i Judas Priest erano alle prese con il tour in supporto di Painkiller e avevano una band di supporto che, dopo un periodo glam e uno intermedio strano, ha incominciato ad affacciarsi al mondo del thrash/groove metal con sempre maggiore ardore: quella band erano i Pantera.
Io non vorrei dire, concerto dei Judas e dei Pantera nella mia (fu) città d’origine? Ve ne rendete conto?
Ecco, io non c’ero perché ero minorenne e non credo che il metal fosse ancora nella top 3 del mio interesse. Ma questo, credo, l’avevate capito già dall’introduzione.
I Pantera ritorneranno sempre nella mia vita, anche quando li lascio per strada per diversi mesi. Non riescono ad uscire anche se ormai conosco le canzoni a menadito, a volte addirittura mi fanno skippare perché, dannazione, Cowboys from Hell l’ho sentita mille volte e a volte mi fanno ritornare l’adolescente che ascoltava thrash e si chiedeva se quella era la direzione che voleva prendere (la risposta è stata sì, il metal è ovviamente diventato parte integrante della mia vita).
Cowboys from Hell è stato l’album che mi ha portato a esaltarmi per gli assoli di Dimebag e per il lavoro di Vinnie Paul alla batteria. Cowboys from Hell non era poi così distante dal classico thrash che conoscevo (Metallica, Megadeth, Slayer), ma era l’attitudine che lo contraddistingueva ad essere qualcosa di nuovo, di fresco, in un momento in cui il metal incominciava ad essere in crisi d’identità. Era il cantato di Phil Anselmo, che ancora pagava un bel po’ di debito nei confronti di Rob Halford ma che incominciava già a mettere un’impronta importante del proprio repertorio di ugole grattugiate e perdite di voce. E, forse, è quello il momento in cui considero quel personaggio buzzurro, alcolista, drogato e capace di scrivere cose incredibili con i Down, uno dei miei artisti preferiti; tanto da farmi attendere le 3 del mattino di un lontano 2008, fuori da un Alcatraz e in una Milano fredda e ostile, per una foto, uno scambio di battute e un semplice grazie per quello che hai scritto.
Cito Cowboys from Hell e mi viene alla mente Domination, la prima canzone che ho provato a cantare quando, orgoglioso e presuntuoso, ho creduto di potermi presentare al mondo come singer. Peccato non avessi nessuna base e, oltre alla potenza della voce, un discreto senso del tempo e un growl interessante, non avessi nessun’altra qualità come la durata, la capacità di beccare le note e via discorrendo. Ma Domination è stato il momento in cui ci ho provato, non sarà l’ultima volta ma la prima era importante.
Eh sì, per chi se lo chiedesse, facevamo cover e tutte erano riproposte in versione death metal. Non male, soprattutto per qualcuno che, della propria voce, non sa che farsene.
Sarà che i Pantera non sono mai stati uno dei gruppi più coverizzati in assoluto dalle mie parti. Forse forse una canzone, ma era difficilissimo trovare una band che si cimentasse con un loro brano, vuoi per la voce, vuoi per come Dimebag interpretava il ruolo del chitarrista, ma non era certo la band texana quella ad essere brutalizzata nei concerti dei gruppi esordienti. Quell’onore spettava ai Metallica, spesso massacrati in maniera sanguinolenta.
I Pantera hanno fatto proseliti assurdi, tantissime band hanno incominciato a prendere in prestito quel modo di suonare, quel groove (come dicono adesso) pazzesco che, quando funzionava, era uno schiacciasassi e quando no, beh, avete presente Reinventing the Steel? Ecco, venivano fuori brani così. E poi avevano un singer fuori dalle righe, preso com’era dall’immaginario hardcore (e quindi distante dalle classiche pose thrasher) e dall’insanabile passione per un sound southern imbastardito con i Black Sabbath e il black metal.
Quante serata ho passato a sentire questa band, quante giornate e tragitti fra casa e Università o casa e lavoro. Incalcolabili ore insieme a dischi che, in un modo o nell’altro, avrebbero segnato la mia vita in modo profondo. Dischi che sarebbero diventati la colonna sonora di moltissimi avvenimenti della mia vita o solo una valvola di sfogo necessaria quando dovevo scappare dalla realtà circostante. O, vista la loro carica da testosterone sotto Red Bull, che sarebbero diventati la soundtrack per darmi la carica prima di scendere in campo a giocare a calcio amatoriale. Perché vuoi mettere la scossa che ti da sentirti 5 Minutes Alone prima di andare a scioglierti le ginocchia sulla terra del campo di calcio?
In un modo o nell’altro i Pantera ci sono sempre stati nella mia vita, anche adesso che di anni ne ho 40 e parlando con ragazzi più giovani mi sembra di citare cose fuori dal mondo quando commento i dischi pre-2000. Solo in quelle occasioni mi accorgo che il tempo passa inesorabile e che i capelli bianchi non sono riflessi del sole.
[Zeus]

Capitalizzare il successo, act.2. Nirvana – Hormoanig (1992)

All’improvviso ti trovi fra le mani la band che determinerà un certo modo di intendere il rock e cosa fai? Se sei un’etichetta scaltra e senza scrupolo alcuno, allora batti il ferro finché è caldo perché lo sai anche te che di Bruce Springsteen ce n’è uno solo, il resto sono band che prima o poi si fotteranno con le proprie mani. Soprattutto se provengono dal Nord-Est americano e, per quanto si incomincia a sospettare, siano coinvolte in un ampio giro di stupefacenti. Meglio capitalizzare, buttare sul mercato quello che si ha e poi sperare che la propria gallina dalle uova d’oro non si suicidi, perdonate il lugubre gioco di parole, con le proprie mani. A seguito dell’esplosione di Nevermind, uno di quei dischi generazionali che potete contare sulle dita di una mano, i Nirvana si trovano nella morsa senza scrupoli del tour estensivo in tutti gli antri più fetidi del globo terracqueo. Una tappa del tour mondiale vede anche la loro presenza in Australia e Giappone e alla DGC, Geffen devono essersi sfregati gli artigli e hanno buttato sul mercato della terra dei canguri e nell’estremo oriente un EP chiamato Hormoaning.
Non contiene niente di che in termini di nuove canzoni (due), visto che il focus è centrato sulla presenza di ben 4 cover. Gli “originali” sono in realtà sono delle B-side già apparse quando è uscito Nevermind, mentre le cover sono state registrate durante le leggendarie Peel Session per la BBC Radio nel lontano 1990 (lode a John Peel, lui sì che aveva talento e curiosità). Delle canzoni originali, solo Aneurysm me la ricordo e mi fa piacere riascoltare, mentre per il reparto cover sono le canzoni dei Vaselines ad avere la meglio sulla riproposizione di Turnaround dei DEVO o D-7 dei Wipers. Non so perché, ma la resa dei Nirvana è abbastanza frizzante e spensierata da fartele piacere subito.
C’è poco da dire su Hormoaning, non è che offra chissà cosa in termini di rivalutazione o altro, ma fa sempre piacere risentire i Nirvana in quel periodo “intermezzo” fra essere una buona band con ottime canzoni ed essere la band di tutti.
[Zeus]

Týr – How Far to Asgard (2002)

Sono stato uno di quei tanti bambini che durante gli anni delle elementari ogni tanto apriva l’atlante geografico a caso e guardava affascinato quelle immagini di terre sconosciute, leggeva nomi a volte incomprensibili, a volte difficili anche solo da pronunciare, e viaggiava con la fantasia. Però devo ammettere che ho saputo dell’esistenza delle Isole Faroe molto, ma molto tempo più tardi e proprio grazie ai Týr e al loro album d’esordio, uscito esattamente vent’anni fa, intitolato How Far to Asgard. Mea Culpa.
Anche se non c’entra niente, più o meno nello stesso periodo scoprii  anche l’esistenza delle Isole Svalbard grazie al romanzo La Bussola d’Oro di Philip Pullman, questo per ribadire che quando una forma d’arte è valida porta inevitabilmente a scoprire qualcosa di nuovo, ad ampliare le proprie conoscenze. 
L’esordio dei Týr comprende già tutti i trademark della band, cioè un viking metal fortemente influenzato dalla musica tradizionale faroese, con testi che alternano la lingua autoctona con l’inglese, con strutture semplici, mid tempo ed un predilezione per l’utilizzo di chitarra, basso e batteria per riproporre le melodie folk piuttosto che strumenti acustici e tradizionali. 
Un inizio più che buono per una band che maturerà e migliorerà col tempo, distinguendosi per personalità e stile, con il merito di aver fatto scoprire la propria terra e la propria cultura, secondo me, ad un sacco di gente, non solo al sottoscritto. Se non li avete mai ascoltati potrebbe essere l’occasione giusta per dargli una possibilità.
[Lenny Verga]

Esordi col botto e dove trovarli. Ozzy Osbourne – Blizzard Of Ozz (1980)

Non credo che un disco come Blizzard of Ozz sia da recensire. Non ritengo necessario approfondire un LP che, spero per voi, avete consumato e conoscete a memoria – o quasi. Qua dentro ci sono tanti di quei brani che faranno la fortuna di Ozzy che, a guadarli adesso a oltre 30 anni di distanza, mi sento vagamente intimorito.
Questo è il classico disco che esce nel momento giusto al posto giusto, perché nel 1980, post-cacciata dai Black Sabbath, la carriera del Madman è ad un punto talmente basso che decide di sfruttare il tempo libero “lasciatoli” dalla sua ex-band con un’occupazione a tempo pieno: mangiare a schifo, bere e drogarsi alla grande. I Sabbath di fine anni ’70 non erano di certo in stato di grazia, il management lo fregava alla grande e la stampa li massacrava e, per non farsi mancare niente, all’interno della band due anime incominciavano a scontrarsi in maniera sempre più evidente: da una parte Iommi e la sua voglia di far evolvere il sound Sabbathiano verso lidi “diversi” dall’ormai classico doom, dall’altra parte Ozzy e il suo rifiuto aprioristico di inserire tastiere, orpelli e brani complessi e progressivi nelle canzoni della band.
Lo scontro non poteva che portare ad un allontanamento del singer britannico, visto che Iommi è il membro con maggiore influenza nella band, mentre il Madman ha un carisma tutto suo e una voce riconoscibile fra mille, ma in fatto di songwriting, composizione e registrazione non è proprio un genio della lampada. Ozzy, però, ha dalla sua tre fattori importanti: a) il pubblico lo adora, tanto da sopportare a fatica qualsiasi singer che lo ha rimpiazzato nel Sabba Nero; b) ha un manager, Sharon, che ha due palle quadrate e che lo tiene sulla retta via mentre si sta disintegrando e lo riporta sul palco; c) l’heavy metal sta prendendo piede e la NWOBHM riesce a far breccia nelle giovani generazioni che, ormai e paradossalmente, vedevano i Black Sabbath come vecchi dinosauri.
L’insieme di questi punti crea i presupposti per la nascita della Blizzard of Ozz e il lancio mondiale della carriera solista del Madman. Il fiuto di Sharon (forse anche Ozzy) porta in formazione un talentuoso chitarrista come Randy Rhoads, uno che con il suo stile riuscirà a rimettere Ozzy sul radar del metal e farcelo restare, e per ovviare alle incapacità/insicurezze nel songwriting, viene reclutata una vecchia volpe come Bob Daisley. Le incongruenze che costelleranno la carriera di Ozzy si incominciano già a vedere e sono già rappresentate dalla presenza di un tastierista, Don Airey, che con il suo arsenale di tastiere sancirà la grandezza di alcuni dei brani presenti su Blizzard of Ozz.
Quello che non cambia, però, sono i brani veloci, la cui lunghezza si aggira sui 4/5 minuti e che mischiano la classica versione metal di Ozzy a presa rapida (ma non stupida) con una dose massiccia di melodie e arrangiamenti fatti tutti per restarti in testa. Almeno 5/6 canzoni di questo LP le riesci a canticchiare a mesi di distanza dall’ascolto e solo leggendone il titolo.
Non credo ci siano persone dotate di senno capaci di trovare un vero motivo di sconforto nell’ascolto di questo disco. Blizzard of Ozz non gira a mille su tutti i brani, pur apprezzandole non tutte le canzoni le porterei sull’ipotetica isola deserta, ma ha un sound tutto suo, molto eighties ma che non puzza di vecchio neanche adesso nel 2021. Però una cosa è certa, la qualità media dei brani è molto alta, con alcune punte d’eccellenza.
Dal confronto inevitabile con i Sabbath, il cui matrimonio con Ronnie James Dio porterà a registrare il fantastico Heaven and Hell, ne esce quantomeno in parità e lo dico sapendo che in realtà Blizzard of Ozz è un disco d’esordio (a cui seguirà l’attrettanto buono Diary of a Madman), mentre per i Sabbath è sì un nuovo inizio ma è anche il canto del cigno prima di ingarbugliarsi verso lidi meno prolifici e interessanti.
Le canzoni di Ozzy Osbourne su Blizzard of Ozz sono talmente personali ed uniche che hanno il profumo del pipistrello appena mangiato.
[Zeus]


The Truth Is Out There. Hypocrisy – Worship (2021)

Devo ammettere una cosa: pur conoscendo giocatori, squadre, mercato e tutto il quid del calcio, il gioco in sé mi annoia a morte. Però c’è un fattore che mi tiene ancora stretto nelle fauci della “bestia” ed è la possibilità di vedere Pep Guardiola, forse uno dei migliori allenatori degli ultimi anni insieme a Klopp e, se riesce a tenere botta per diversi anni, anche il tipo dei Bayern Monaco, vincere una Champions League con una squadra che non sia il Barcellona. Lo so, ha vinto tantissimo e la sua filosofia liquida di calcio è un esempio che moltissimi allenatori nostrani, e non solo, copiano senza pudore. Però è innegabile che, pur avendo rivoluzionato il calcio riportando in auge concetti olandesi, il Manchester City di Guardiola si ferma sempre davanti alla prova del fuoco. Ok la coppa nazionale e anche il campionato, quando non viene bastonato in lungo e in largo dal Liverpool del succitato Klopp, ma è la Champions Leauge il banco di prova duro e puro, la competizione che fa sì che una squadra della Transnistria arrivi terza nel giro dietro a Inter e Real Madrid e una come il Milan finisca a giocare il solo campionato di Serie A, confezionando un’imbarazzante score di quattro sconfitte, un pareggio e una vittoria.
In termini di impatto sul mondo della musica, Peter Tägtgren non sarà forse un Guardiola, ma ci stiamo avvicinando. I suoi Abyss Studio hanno dettato un certo modo di suonare da diversi decenni (vi ricordate quanto bene, e molto male, hanno fatto le sue registrazioni e i suoi mix alle band che ha prodotto? Non penso certo di dovevi rispolverare anche questo fattore) e il buon Peter ha messo lo zampino nel panorama musicale non con una, ma due band di spessore: i Pain, che sono il passatempo preferito del mastermind, e i qui presenti Hypocrisy. Se poi ci aggiungete anche i Lindemann, in collaborazione con Till Lindemann, allora potete capire che dietro alle sue uscite si cela un tizio creativamente irrequieto.
Dopo averli tenuti 8 anni in una buona soluzione di acqua e aceto così da farli insaporire per un buona giardiniera, nell’ultimo periodo Tägtgren deve aver deciso che era ora e tempo di rinfrescare e servire la sua pietanza principale: gli Hypocrisy, per l’appunto. Ho sempre reputato questi una band strana, interessante sotto diversi punti di vista, ma decisamente strana e c’è, a mio avviso, un timidissimo paragone con i polacchi Behemoth. Mi spiego, prima di essere accusato d’eresia, entrambe le band sono particolarmente incostanti e, ad oggi, non sono ancora riusciti a trovare quel quid o quella quadra del proprio sound che li porterà ad un livello realmente superiore a quanto sono. Entrambe sono riconoscibili, entrambe sono riuscite a ritagliarsi un posto di riguardo nel pantheon delle band più citate nelle conversazioni metallare, pur rischiando sempre di trovarsi in una situazione di precarietà compositiva che ha portato i Behemoth a far uscire il loro vero capolavoro (ancora insuperato) in The Satanist, per poi ritornare a creare i classici dischi dove ti ricordi tre pezzi e il resto saluti e gira la ruota; mentre gli Hipocrisy dopo alcuni anni di buona forma, diciamo fino all’arrivo del 2000, hanno poi alternato cose brutte (Virus) a cose fatte meglio, ma senza mai realmente farti esclamare “cristo se spaccano“.
Se pensate che sta partendo la stroncatura vi sbagliate, perché Worship rientra nella categoria dei dischi che funzionano. Non vi dico certo che lo metterò sul caminetto per celebrarlo ogni giorno con saturnali e orge mistiche, ma non è neanche un pezzo di letame. Questo perché il buon Peter ha, forse, capito che la ricetta per una buona canzone non sta (sempre) nel ficcarci dentro mille tastiere e che finir di scrivere un LP con la mano sinistra dopo aver registrato un paio di oneste, o addirittura buone, canzoni non è neanche un procedere lungimirante.
Worship è un LP moderno, intendo degli Hypocrisy moderni, e quindi si porta appresso tutti gli elementi che lo rendono tale, ma viene alleggerito di qualche fattore da orchite senza però perdere faccia e credibilità. Anzi, probabilmente aumentando un po’ il credito nei confronti dei fan che, dopo tanto patire, hanno finalmente un disco che è compatto, con dentro addirittura cose abbastanza brutali (la title-track inizia bene e ha tiro) e spazia su tutto il classico repertorio di colpi Hypocrisy, quindi mid-tempo più o meno melodici (Chemical Whore o We’re the Walking Dead) e “ballad” (Children of the Gray, ad esempio, funziona). Solo nella seconda metà del disco mi sembra di sentire un po’ di fiacca, ma niente di grave visto che Peter&Co. si riprendono veloci e tirano fuori un, buona, ballad (Bugs in the Net) e la conclusiva Gods of the Underground, canzone che all’inizio non mi aveva preso ma che poi si rivela una delle cose che vuoi riascoltare del disco.
Son serviti 8 anni di silenzio e svaghi per poter arrivare a Worship, un disco che funziona e che non ti vien voglia di scartare con l’etichetta “solito disco degli Hypocrisy, solo brutto“. Finalmente, bravo Peter.
[Zeus]


Il ritorno. Proscriptor McGovern’s Apsû – s/t (2021)

Ecco che ritornano gli ABSU, ovvero non proprio loro, la versione del Sig. Proscriptor McGovern, cioè non gli Absu originali, ma neanche la versione post scissione del 2001, insomma Proscriptor a rimesso su una band per fare ciò che facevano gli ABSU, prendendosi dietro Ezuzu al basso dall’ultima line up degli Absu, mettendo un nuovo chitarrista tale Vaggreaz e aggiungendo il tastierista Vorskaath, mastermind degli Zemial, dove per attualmente lo stesso Proscriptor svolge il ruolo di cantante. Vi ho detto questo unicamente per poter scrivere gli splendidi nickname. E cosa ci combinano questi Apsû? Beh direi che ripartono da dove gli Absu avevano finito, ma lo fanno meglio. Ovvero, la base e sempre un mix di black/death intriso di thrash sparato a mille con una batteria sempre incasinatissima e le classiche vocals di Proscriptor che berciano seguendo i pattern della stessa, ma la qualità dei musicisti è cambiata, e le influenze progressive qui grazie al tale Vaggreaz di cui prima, possono essere espresse al meglio. Il lavoro del chitarrista è davvero impressionante, vale la pena di ascoltare il CD in questione non solo per la botta di violenza che si vuole sempre dai lavori targati Absu, ma anche per tutte le soluzioni che intarsia il chitarrista nello scorrere dei brani, supportato poi dai mirati e sporadici interventi di tastiera, mai invasivi e sempre al servizio della canzone. Il disco mi ha sorpreso in maniera positiva, dopo che le due ultime precedenti uscite degli ABSU mi avevano un po’ deluso. Le canzoni hanno tutte identità ben definita con alcune soluzioni “melodiche” che permettono alle stesse di rimanerti in testa, e la vena progressiva che cercava di emergere nei lavori precedenti, qui prende meglio forma, e non da quella sensazione di riff a caso che le precedenti 2 uscite asciavano in bocca. Disco consigliato, ben tornati Absu, anzi benvenuti Apsû!
[Lord Baffon]

Mea culpa, mea grandissima culpa. Godhead Machinery – Monotheistic Enslavement (2021)

Mi ero ripromesso di scrivere dei Godhead Machinery già in dicembre, ma poi le scadenze e i cenoni assassini mi hanno bloccato sul più bello, un po’ come quando vuoi proseguire nell’operazione distruggi il fegato al pub e vedi il tuo portafoglio annaspare alla ricerca di soldi che, ormai, non possiedi. E quindi, festa finita e tutti a casa a maledire il Creato.
Mi ero scritto che dovevo parlare di Monotheistic Enslavement perché è un gran disco ed è cosa buona e giusta dargli la visibilità che si merita. Black metal melodico, sulla scia di gente come Dissection e Naglfar, ma con quella capacità di suonare personale che fa del terzo disco degli svedesi Godhead Machinery un vero disco bomba. Segnatevelo, se non lo conoscete, perché qua dentro c’è tanta qualità, sia quando il quartetto di Norrköping (sì, la città natale dei Marduk) decide di sfruttare appieno il bagaglio black metal melodico, sia quando rallenta su tempi medi (Helion), inserisce ottimi assoli (!) ben integrati nel contesto sonoro della canzone o sfrutta una tavolozza di soluzioni musicali già sondate (i rimandi sono quelli sopra descritti, non ci si scappa) ma suonate con personalità, piglio da veterani e cazzo duro.
Ammetto di essere venuto a conoscenza del quartetto solo recentemente, quando Spotify mi ha consigliato Aligned to the Grid, secondo LP dei Godhead Machinery, ed è stato da quel momento che ho incominciato un’operazione di recupero: prima andando a sentire Ouroboros, esordio del 2017 qualitativamente alto, e poi lo stesso Aligned to the Grid del 2019, disco che non può far altro che farvi emozionare per la musica che tutti noi amiamo e che la gente ignorante detesta come la peste, e infine il qui presente LP.
Lo ripeto ancora, perché so che avete momenti di calo dell’attenzione, Monotheistic Enslavement è addirittura un passo avanti rispetto a quanto scritto due anni fa: la completezza sonora è aumentata, le melodie delle chitarre sono avvincenti lontane di molto dalla stucchevolezza che si sente in certi prodotti contemporanei e il songwriting è maturo, complesso e capace di inserire, in maniera organica e intelligente, anche delle piccole chicche come l’intro acusticheggiante e i cori di Orbis Non Sufficit o o le atmosfere sconsacrate di Dethroned.
Non c’è una caduta di tono, un pezzo filler o scritto con la mano sinistra, tutto Monotheistic Enslavement è di caratura superiore. Sarebbe stato uno dei dischi dello scorso anno, se fossi stato così diligente da recensirlo nel 2021 e non addormentarmi con la pancia farcita di maiale, manzo e tutto il resto. Recupero adesso e ve lo dico: i Godhead Machinery e Monotheistic Enslavement vi faranno del bene e non vi pentirete un secondo di aver messo su questo LP e avergli dedicato 36 minuti abbondanti del vostro tempo.
[Zeus]


Midnight Guest – Satanic Panic Attack (2021)

Ai Midnight Guest bisogna almeno riconoscere una cosa: aver scelto quello che possiamo definire il titolo più figo del 2021. Satanic Panic Attack è un EP di soli quattro brani che bastano tranquillamente a definire il sound del quartetto. Si parte dal rock occulto e alternativo degli anni ’70 passando per i Black Sabbath fino ad includere i Type O Negative
Il titolo dell’EP prende spunto dall’isteria di massa che pervase gli Stati Uniti negli anni ’80 dove si vedeva il satanismo un po’ ovunque. Temi come la paura e l’oppressione caratterizzano un po’ tutti i brani, dalla più rockeggiante opener Sounds Like Doom, fino alla conclusiva e sabbathiana Carve Heaven Outta Hell. Un omaggio al cinema di Ingmar Bergman nel testo della seconda traccia The Hour of the Wolf e uno ai Thin Lizzy in If I Could completano il quadro.
In generale i quattro pezzi si fanno ascoltare molto volentieri, presentando anche una certa varietà tra di loro, senza far urlare al miracolo ma soddisfacendo senza dubbio chi apprezza questo tipo di sonorità. Ovviamente ci sarà da aspettare un album completo per dare un giudizio definitivo.
[Lenny Verga]

Intervista ai Circle of Witches

Dopo aver recensito l’ultimo album dei Circle of Witches, il leader della band Mario “Hell” Bove si è concesso per un intervista dove abbiamo parlato degli argomenti più disparati, dal songwriting alle esperienze in tour, dai sacrifici e dalla determinazione per farsi strada nella scena fino allo stop forzato dovuto al Covid. Ne è risultato uno spaccato di vita estremamente interessante, da cui si può imparare qualcosa. Prendetevi il tempo necessario e leggetevi tutto, ne vale la pena!

TMI: Il vostro ultimo album, Natural Born Sinners, è del 2019. Come sappiamo, di lì a poco, tutti i progetti riguardanti concerti, tour, promozione sono andati in fumo. Siete comunque riusciti ad avere un po’ di soddisfazione da questo lavoro? A raccogliere un po’ di nuovo seguito, a far girare la vostra musica?

CoW: La nascita di questo album è stata di per sé molto travagliata e logorante. Avevamo tutto pronto già nel 2016 ma diversi problemi col produttore ci hanno fatto ritardare l’uscita di tre anni. Nel mentre abbiamo tenuto numerosi concerti suonando questi brani e, in particolare, con un primo promo e il master ancora non definitivo fra le mani, siamo andati in tour europeo nel 2018, con alcune date anche nel 2019. La risposta è stata entusiasmante e ci ha ripagato delle fatiche, soprattutto mentali, per arrivare alla stampa. Nel 2020 eravamo alla vigilia di altri due giri all’estero. Tutto sfumato con le copie in mano… Abbiamo quindi inevitabilmente ripiegato sul virtuale, con una maggiore presenza sui nostri canali social e, grazie alla Rock on Agency, il nostro nuovo management, la promozione dell’album è ripresa con numerosi passaggi radio e interviste, nonostante fosse già “vecchio”. 

TMI: In Natural Born Sinners ci sono testi come, ad esempio, Giordano Bruno e Spartacus (Prophecy of Riot), che parlano di personaggi ed eventi storici. Chi è l’appassionato di questi argomenti? C’è qualcuno che si divora libri su libri per poi trovare gli argomenti?

CoW: Da sempre sono l’autore dei testi, oltre che delle bozze delle canzoni. Sono un appassionato di cinema, filosofia, antropologia, storia e questo mi porta ad avere tanto materiale e visioni da riversare in quello che scrivo. A volte ho prima l’idea del testo e da questa atmosfera scaturisce il riff portante del brano. Diciamo che spesso mi trovo ad avere più scritti che musica… Essendo anche il cantante, preferisco gestire io strofe e concetti, anche perché per suonare e cantare in contemporanea devo padroneggiare bene la metrica e il riffing. Se scrivesse qualcun altro penso che avrei delle difficoltà se non rispettasse questo criterio.

TMI: Vuoi dirci qualcos’altro sugli altri testi? Come sono nati?

CoW: Da piccolo avrei voluto fare lo scrittore e oggi mi trovo a scrivere storie da mettere in musica. In particolare mi piace prendere spunto dalla ricchezza della nostra terra, la Campania e l’Italia, così come tanti altri fanno con le mitologie norrene e simili. L’occultismo, il paganesimo, il misticismo, la storia e le credenze popolari abbondano un po’ ovunque ma parlare delle tematiche che permeano i luoghi in cui sei cresciuto penso diano una marcia in più. Ad esempio, parlando delle canzoni che hai citato, Giordano Bruno ha svolto il noviziato in un paese vicino alla città dove vivo e dove spesso scappo per immergermi nelle montagne. Mi piace pensare che Bruno sia stato ispirato proprio da quelle montagne che a me (e ai briganti post-unione) sono così care. Stessa cosa dicasi per Spartaco, lo schiavo che si è ribellato contro la Repubblica Romana in terra di Capua e che ha sollevato l’intera piana alle falde del Vesuvio, luoghi che conosco molto bene, nonostante oggi siano sepolti sotto il cemento.

TMI: Finalmente si può tornare a suonare dal vivo. Quanto è stata dura sopravvivere nell’ultimo anno e mezzo e ritrovarsi ad avere una band ancora in piedi e solida?

CoW: Dura. Talmente dura che non sapevo se ce l’avremmo fatta oppure no. Purtroppo ancor oggi non ci sono certezze. L’ultimo concerto in pieno assetto è stato a Roma ad un festival doom con i Coven nel luglio 2019. Poi un paio di uscite in acustico, un’ospitata in radio e quindi il lockdown, una tragedia. Per me è stato inevitabile ricadere in depressione perché veramente non avevo alcuna prospettiva. Non siamo una di quelle band a cui stendano tappeti rossi per recuperare serate… Ogni concerto saltato è perso. Tenere assieme il gruppo è stato molto difficile perché ovviamente ognuno ha la sua strada da percorrere e, purtroppo, è difficile che sia quella di un gruppo underground che, nella migliore delle ipotesi, pareggia i conti delle produzioni e delle trasferte. Dalla ripresa a giugno ad oggi ci sono saltate diverse serate fra rinvii, annullamenti degli ospiti principali, chiusure di locali, mancanza di cachet e allerte varie. Anche l’ipotesi di scrivere nuovo materiale mi era totalmente preclusa senza avere la certezza di poter suonare e vedevo i tanti colleghi pieni di energia impegnati in innumerevoli sessioni di registrazione a distanza. Non sono quel tipo di musicista, a me piace veramente poco la fase in studio e in sala prove. Io adoro il palco, è l’unico luogo dove veramente mi senta me stesso. Ora si vede lo spiraglio ed infatti la mia energia è tornata al 100%, pronta a incendiare di nuovo il palco.

TMI: A gennaio partirete per un piccolo tour europeo. Come vi sentite? Siete pronti a salire sul palco e mettere a ferro fuoco i club?

CoW: Siamo carichi come delle molle. Abbiamo sicuramente un po’ di ruggine, ma se ne è andata via quasi tutta in un colpo dalle prime prove, come se avessimo finito di suonare appena due settimane fa. Sono passati invece due anni e la voglia di riprenderci il nostro spazio è veramente molta. Fra Roma, Firenze e Milano hanno ripreso da parecchio le ostilità mentre giù da noi quel po’ che si faceva è stato spazzato via e così anche le nostre possibilità di rientrare prima in pista. Da quello che abbiamo visto, stanno preferendo far suonare principalmente le band locali così da garantirsi pubblico e costi minori. Tornare ancora una volta all’estero per noi significa prendere un po’ di aria, vivere quell’impagabile atmosfera di splendida precarietà e arte di arrangiarsi che è tipica dei tour. Perdere la cognizione dello spazio e del tempo, impiegare più tempo negli spostamenti che nel luogo dove vai a suonare…

TMI: Come siete arrivati a questo tour? Con quali band dividerete il palco?

CoW: E’ stata la prima proposta che ci ha fatto la nostra nuova agenzia Rock On Agency quando siamo entrati nel loro roster. A causa della prima ondata nel 2020 avevamo rinunciato a ben due uscite in Europa, una in Inghilterra (pre-Brexit) ad aprile e l’altra a maggio nei paesi dell’est. Quando è arrivata la notizia di queste date all’estero abbiamo ripreso le energie dissipate in questo periodo orribile e abbiamo iniziato a pianificare i prossimi passi. Purtroppo, l’ottimismo viene sempre punito e a distanza di sei mesi dal primo accordo abbiamo visto venir meno due date di questa trasferta estera, più altre due in terra nostrana a causa delle restrizioni contro il contagio. Non passeremo più per il Belgio e la Germania, come preventivato, ma andremo direttamente a suonare 4 date fra Inghilterra e Scozia. Pazienza. Divideremo il palco con i russi Imperial Age, una solida band metal sinfonico, con un organico di tutto rispetto che vanta un soprano, un mezzo soprano e un tenore. All’inizio non li conoscevamo e prima di confermare abbiamo studiato un po’ la loro fan base, decidendo che potesse essere una buona occasione per ampliare la nostra. Gli Imperial Age godono di una certa fama nella loro patria, hanno un forte seguito anche sui social e dal vivo hanno una buona presenza scenica. Inoltre, la Russia è sempre nei nostri cuori poiché lì abbiamo tenuto i concerti più memorabili della nostra carriera. 

TMI: Avete in programma date in Italia?

CoW: Certo. In questo periodo probabilmente invertiremo la nostra personale tendenza che ci ha visti più spesso impegnati oltre confine che in Italia. Avremmo dovuto dare inizio al 2022 partecipando ad un festival doom con i Goblin, ma Claudio Simonetti ha dovuto spostare tutte le date fra dicembre e febbraio a causa del covid. Non è stato piacevole né sapere che il Maestro stesse poco bene (e per fortuna pare si sia rimesso in poco tempo) né chiaramente veder sfumare questa prima serata dall’alto valore simbolico, essendo stata organizzata proprio per il 1 gennaio. Pazienza, anche questa volta… Ma non ci fermiamo perché il 14 e 15 gennaio saremo di scena in Molise e a Roma, mentre devono ancora confermarci un’altra data nei dintorni di Napoli.

TMI: Domanda spinosa. In Italia abbiamo un sacco di band valide, ma mancano di pubblico, di sostenitori. Riusciremo prima o poi a creare un ambiente migliore per la nostra scena? Cosa ne pensi?

CoW: Se parliamo di “ambiente” in cui agiscono le band mi sentirei di fare una distinzione. Ci sono il pubblico e “gli addetti ai lavori”. Abbiamo problemi in entrambi i gruppi. Il pubblico è in continua riduzione, da ben prima della pandemia. Per dire, a Napoli o Salerno, le due città che frequento maggiormente, la musica live inedita è pian piano scomparsa dai centri, hanno chiuso tanti dei locali che, invece, 20 anni fa hanno sostenuto l’attività delle formazioni metal locali e ospiti. Questo perché pian pian la mia generazione si è ritirata dagli spettacoli e le nuove leve non hanno dato il ricambio a bordo palco. Molte band hanno superato abbondantemente il decennio ma hanno visto venir meno la base. Spostiamoci poi sul lato degli “addetti ai lavori”… Qui ci sono forse gli scenari peggiori fra gli improvvisati di presunte booking agency che spendono l’ultimo residuo di credibilità di qualche cosa fatta negli anni ’80-90, altri che dopo aver organizzato un paio di date in un pub pensano di poter fare da manager ma non conoscono effettivamente come si lavori con contratti, tasse, penali, norme di sicurezza ecc… C’è tanto pressappochismo fra i giornalisti (e lo dico da ex giornalista musicale), promotori, uffici stampa, etichette che spillano solo soldi ai gruppi e non si preoccupano un minimo di far conoscere gli album… Sono venuto a contatto con tutte queste realtà e non mi sorprende se la scena stenti a decollare, pur se possa vantare veramente un numero enorme band di molto superiori ad altre che si sentono in festival blasonati. C’è, forse, una maggiore collaborazione proprio fra gruppi rispetto a qualche anno fa. Sono nate alcune community su facebook che stanno tentando di rinsaldare le fila, catalizzare l’interesse degli ascoltatori su eventi mirati, scambi di opinioni e crescita in generale del pubblico e dei musicisti. Anche se è veramente dura. Il metal è un genere forte a livello globale, a volte più di un certo pop anche perché è meno soggetto agli andamenti delle mode, per cui un gruppo non nasce e muore in sei mesi e discograficamente parlando un nome può girare per parecchio tempo. Eppure è ancora guardato con molto sospetto dalle persone che lo bollano sempre come “rumore”. C’è anche da chiedersi però perché i ragazzi di oggi si sentano rappresentati di più da rap o trap che dal rock e dal metal. Forse, oltre i temi, è proprio il concetto di un gruppo di persone che si unisce a fare musica che scoraggia rispetto all’idea del singolo che usa quasi esclusivamente le parole e un ritmo semplice, magari solo programmi al pc per scrivere musica, senza mediare con nessun altro.

TMI: Quanto lavoro duro c’è dietro ad una band come la vostra, che è riuscita a partecipare a festival e tour all’estero? Di cosa vai più fiero della tua carriera fino ad oggi?

CoW: Vado fiero del fatto che sono ancora qui contrariamente alle aspettative di molti, sia degli ex membri della band che di tanti altri detrattori. Vado fiero del fatto che ho avuto la determinazione di non fermarmi mai, passare sopra tanti problemi e dedicarmi in tutto alla musica. Certo, ho fatto delle scelte come quella di non cambiare città per mantenere un livello di spese basso, ho trovato un lavoro molto flessibile anche se precario e non molto retribuito che però mi permette di suonare, organizzare prove, trasferte e potermi svegliare il lunedì mattina con tutta calma. Ho messo da parte la famiglia e ho scelto di non avere figli anche (certo non soprattutto) per avere una maggiore libertà e meno rischi di trascinare nel baratro altre persone. Le mie non sono certo state scelte estreme ma solo funzionali a poter continuare l’attività musicale con questa band e con alcuni altri progetti, inediti e per locali. Vado fiero del fatto che ad ogni svolta, fra cambi di formazione, etichetta o altro, riprenda senza perdere pezzi del passato, coinvolga e trascini nuove persone che inglobo nel “cerchio” senza che le canzoni perdano o vengano stravolte. I risultati arrivano un po’ alla volta. Il mio obiettivo è inanellare un concerto dietro l’altro girando il più possibile, non certo quello di diventare ricco e famoso con la musica.

TMI: Avete diviso il palco con diversi artisti internazionali. Chi ti ha lasciato il ricordo migliore? Chi il peggiore?

CoW: Devo dire che siamo stati molto fortunati (o positivi nell’approccio) perché fra le tante band di livello internazionale con le quali abbiamo suonato non abbiamo avuto pessime esperienze. Abbiamo rubacchiato il mestiere a tanti, abbiamo preso esempio, studiato e ammirato chi è sulla piazza da molto prima di noi e che ha il suo nome nella storia. Sicuramente ci sono alcuni che ci hanno dato di più, come Doro o la band di Udo con cui abbiamo chiacchierato di musica e produzione fino a notte fonda dopo i concerti, i Dark Tranquillity o i Melechesh con cui abbiamo trascorso ore piacevolissime a margine di un festival in Germania. Altri li abbiamo visti solo a distanza in camerini blindati, come i Coven o The Skulls ma solo perché i posti dove ci siamo esibiti erano organizzati in modo da non far incrociare i musicisti. Però abbiamo imparato molto, abbiamo corretto alcune cose e cerchiamo sempre di migliorarci prendendo esempio da chi è più esperto. In fondo, il nostro è un percorso di crescita professionale ma anche personale.

Ringraziamo Mario “Hell” Bove e i Circle of Witches per il tempo che ci hanno concesso e gli auguriamo il meglio per il loro futuro.
[Lenny Verga]